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Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Integrazione? No, grazie !

 

 

« Rupture avec un paysage plutôt qu’un exil. Chacun porte la terre de ses ailleux à la semelle de ses  souliers. Et mes 33 livres sont nourris de ma terre algérienne. » Mohamed Dib

 

Ecco come un grande scrittore algerino, scomparso un mese fa’, definisce l’esilio, la ghorba o meglio in termini più terra a terra il fatto dell’immigrazione.

Mohamed Dib, lui, sa di cosa parla quando pronuncia la parola esilio: come quasi tutti gli algerini del periodo coloniale, egli subì un doppio esilio quello della lingua e quello topico-fisico. Morì a “casa sua” a Parigi.

Spingendo un po’ più in là l’intuizione di Dib, possiamo dire che il fatto immigrazione non è altro che un tempo particolare che il nostro Io si accaparra e assimila come uno fra i tantissimi elementi che costituiscono il percorso normale della vita di una persona.

È ovvio che ogni volta che noi capitalizziamo una nuova esperienza, la nostra vita viene sconvolta e quindi richiamata a reagire come lo vuole naturalmente la necessita dell’adattamento dell’essere vivente degno di questo nome.

Da questo punto di vista, l’immigrazione è un processo che permette di acquisire nuove esperienze, ma non così tanto spettacolari, per poi usarli nell’affrontare la nuova realtà: imparare per esempio la lingua del paese ospitante è un’esperienza che non finisce una volta un minimo di strumento di comunicazione utile raggiunto. Ma l’aver raggiunto questa tappa, nuovi orizzonti si aprono davanti alla persona e lo pongono davanti a nuove sfide e all’esigenza di adattarsi di nuovo davanti alla nuova situazione.

Quest’adattamento non sarà mai possibile senza alcuni prerequisiti – senza quella terra sous la semelle des souliers - che la persona porta con sé dalla propria terra.

In qualche modo, l’immigrato che sta per intraprendere il viaggio per l’esilio si prepara anche per ogni eventualità, e si tiene pronto ad affrontare ogni aspetto inaspettabile e imprevedibile della nuova situazione.

L’immigrato in realtà non subisce niente che non sia frutto della propria libertà, che non sia stato prima elaborato e filtrato con la propria sensibilità e la saggezza del proprio popolo, del proprio background culturale della sua comunità.

Gli arabi dicono – a ragione: “Chi non ha niente non da niente”. Ciò significa anche che l’immigrato del Terzo – mondo, che va a vivere in un paese rose-bonbon, investe il proprio capitale, ciò che sa fare e soprattutto ciò che ha sempre fatto. Quindi, non è vero che la condizione dell’immigrato lo costringe immancabilmente a versare nella delinquenza o nella deboscia, come se essere morale fosse la proprietà privata ed esclusiva dell’uomo cosiddetto occidentale.

È frequente notare dalle persone che si preparano per l’immigrazione una specie di diarrea di interrogativi e di domande con cui bombardano i “veterani” tornati freschi freschi da qualche paese: “La polizia è tranquilla? Come sono le leggi?” “Cosa pensano gli autoctoni di noi? Della nostra cultura? Della nostra lingua e religione…? Di che tipo è l’atteggiamento dei loro giovani, degli anziani e delle donne?” “Come si vive? La temperatura, il costo della vita?” “Amano la nostra letteratura, la nostra cucina, la nostra musica?” “Che tipo di lavoro cercano? Come trattano i lavoratori? C’è il lavoro, la casa?” “Quali sono i modi e mezzi adeguati per soggiornare senza creare loro dei problemi e senza che loro ci creino dei problemi?” “Quali sono gli altri popoli della terra che vivono là? Possiamo intenderci con loro? Esiste una scala gerarchica dagli autoctoni nel considerare queste comunità? Come si fa per guadagnare la stima degli autoctoni? È facile imparare la loro lingua?...”

 

Ovviamente, ognuno formula in modo personale la o le domande pertinenti per lui. Le risposte sono gradite se esse vanno nel senso dei desideri dell’inquirente o rifiutate se si rivelano scoraggianti.

Forse l’agitazione e la febbre che noi avvertiamo sul viso dell’immigrato appena varcato la frontiera non sono altro che l’assorbimento nell’elaborazione mentale dei piani e dei primi tentativi d’adattamento.

Che cosa trovano, invece, i freschi immigrati? Tre tipi di reazione: comprensione, ostilità e indifferenza. Questi atteggiamenti non sono l’appannaggio dei soli autoctoni (almeno qui in Italia), ma è anche opera dei veterani dell’immigrazione. Basta solo pensare al fatto che spesso gli immigrati vengono anche sfruttati dai propri connazionali.

Per quest’ultima dinamica, il lettore è pregato di ricorrere ad alcune opere letterarie di alcuni immigrati che scrivono e vivono in Italia.

L’immigrato terzomondano che viene “catapultato” in un paese come l’Italia, ad esempio, non è quest’animale sporco, ignorante, invidioso e senza cultura e civiltà alcuna, descritto con rara violenza e animalità di un’Oriana Fallace. Se l’immigrato è una persona onesta, esso continua a vivere con la dignità che ha sempre avuto. Se invece non lo è, magari cerca di fare di suo meglio per reintegrare la “normalità”. Normalità significa aderire e seguire le norme e le regole di comportamento con cui la società gestisce i rapporti sociali che gli individui stabiliscono tra di loro per giungere insieme alla solidarietà, alla giustizia e al rispetto reciproco.

L’anormalità non è comunque un destino, ma è solo una questione d’adattamento. Non è delinquente ogni persona che infranga le norme della società. Aspirare alla moralità è una costante umana. È una dimensione umana.

Nell’isteria cosmica del dopo 11 settembre, le autorità USA hanno chiesto agli immigrati maschi di 25 paesi arabi e musulmani di registrare i loro nomi presso l’ufficio d’immigrazione nell’ambito della prevenzione contro il “terrorismo”. L’ordine concerneva i soli immigrati arabi e/o di confessione musulmana! Sulle ottantamila persone che “hanno risposto all’appello”, tredicimila “clandestini” tra arabi e musulmani sarebbero stati cacciati via. Il loro crimine fu d’essere stati onesti nel rispondere favorevolmente e nel comportarsi civilmente.

Io non dico che tutti i cittadini statunitensi e tutta la società civile condividano la politica arrogante e dichiaratamente razzista di quel regime isterico a capo della Casa Bianca; esistono anime e istituzioni oneste e responsabili come il New York Times. Quest’organo di stampa ha pubblicato questa notizia aggiungeva che solo undici persone sui tredicimila sono sospette.

Detto ciò, l’ingiustizia e la mediocrità sono da denunciare da dovunque esse spuntino.

Un secolo fa, oltre ai classici dannati della terra, soffrivano zingari ed ebrei nei loro ghetti europei, italiani, portoghesi e polacchi nella Francia che li voleva “integrare” nonostante la loro fortissima e sanguinosa resistenza alla morte umiliante delle loro identità rispettive. La sopravvivenza dei cognomi di questi nuovi francesi, come Sarkozi, Zemmour o Bardella, la dice lunga sulla resistenza di questi immigrati o figli d’immigrati al cancella mento della loro identità originaria.

Anche qui, non bisogna sbagliare e generalizzare: negli USA, fino ad oggi i letterati non anglosassoni devono anglosassonare il proprio nome o cognome, se vogliono veramente essere pubblicati da qualche casa editrice importante. Ma in questo caso, penso che si tratti della complicità passiva o attiva della persona alienata.

Abbiamo già detto “chi non ha niente, non da niente”. Adesso mi viene in mente l’opera di Martin Scorsese e particolarmente il suo ultimo film “Gangs of New York”. Se togliamo a Martino (oltre alla “o” che tronca il suo nome italiano) la sua dimensione da italiano di Sicilia, cosa gli rimarrà da raccontare nei suoi film se non dei cliché piatti e senza spessore alcuno?

Questo suo film non è forse una palese vendetta contro gli arroganti e incivili yankee, usurpatori di terre altrui, alle prese con gli irlandesi, questi nuovi arrivati diventati pericolosi rivali. Questa guerra aveva già un precedente in Inghilterra tra protestanti inglesi e cattolici irlandesi.

Se a Martin il newyorchese non importa più la “o” sacrificata sull’altare del dio Native, Scorsese lui non permette che il cliché dell’italiano mafioso, pigro, intruso e parasita si perpetui impunitamente. Le scene dei “Gangs” la dicono lunga sul cosiddetto ordine, vitalità, legittimità e moralità dell’anglosassone native. Il film è un capo lavoro di demistificazione.

Dopo di ciò, ci rimane ancora qualche voglia di parlare di “integrazione”?

E che cos’è l’integrazione?

Spesso gli specialisti nevrotici della mistificazione le danno il significato positivo di uno strumento o processo che permettano alla società ospitante di neutralizzare le proprie paure e all’individuo d’essere docile e quindi facilmente sfruttabile.

In realtà la caccia all’immigrato non è altro che il sempiterno conflitto tra la collettività e l’individuo. Conflitto che, del resto, costituisce l’essenza della tragedia umana.

L’integrazione dunque dal punto di vista di questi ottimisti suppone una natura umana dell’immigrato piatta, senza profondità, senza spessore di libertà e di cultura o di dignità. Perciò gli chiedono con forza e insistenza di seguire senza trasgredire le loro norme e leggi. Norme e leggi che nemmeno loro possono o vogliono seguire volentieri e nemmeno capire!

L’integrazione, sempre da questo punto di vista, è questa voglia morbosa e perversa di delegare una persona perché esegua certi rituali a posto nostro, per procura in somma. Il che, in sé, dà alla nostra coscienza, spesso malata e colpevolizzata, un po’ di pace!

Come vive l’immigrato non molto intelligente questo trascinamento verso la morte della propria personalità, verso quest’inferno chiamato integrazione?

Lo vive con la resistenza al cambiamento e a volte con la radicalizzazione nelle proprie posizioni, giuste o sbagliate, non importa per lui.

I mistificatori - non c’è modo che si sbaglino questi esperti e specialisti - parlano allora dell’incapacità innata dell’immigrato terzomondano di poter integrarsi alla vita moderna del cosiddetto Occidente. Ils ont réponse à tout, les mystificateurs.

Nessuno vuole un’integrazione del genere per la semplice ragione che il termine usato è un eufemismo del terrificante termine “alienazione”.

Che fare?

Guardarsi prima di cercare di fare il padre eterno per l’altro, fosse egli un immigrato del Terzo-mondo. Guardandosi bene dentro, una persona scopre che in fine dei conti nessuno – persino i discendenti di Kipling – ha niente da insegnare a nessuno.

Quanto all’adattamento, che nessuno se ne preoccupi: esso è opera della natura umana che ogni individuo porta con sé nel proprio DNA.

 

Abdelmalek Smari

 

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