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Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Scrittura e appartenenza (3 eFine)

 

“Un cambiamento esteriore del volto o una modifica di pronuncia possono sconvolgere il lato interiore della mia personalità e del mio modo di rivivere i sentimenti? Posso forse smettere di essere me stesso? La puntura di una vespa o altri cambiamenti fisici non dovrebbero influire sulla mia vita spirituale interiore! Avere un piede azzoppato o le mani paralizzate o la schiena piegata, avere le ginocchia piegate all’interno o all’esterno o altri difetti, ha forse qualche rapporto con il mio modo di rivivere, comunicare e rappresentare le emozioni?

“Una parte viveva la vita dell’artista e l’altra la guardava ammirata, come uno spettatore.”

- Il lavoro dell’attore su se stesso - Konstantin S. Stanislavkij

 

 

La resistenza alla cultura egemonica si fa attraverso il viaggio che noi facciamo in essa criticandola ma senza rifiutarla, diceva Edward Said.

Questa resistenza consiste a districare ciò che è costante e quindi proponibile come vera ricchezza autentica da prodigare all’altro, da ciò che è locale di poca sostanza e per natura non estensibile all’altro, per attuare la vera ricchezza dei contatti tra i vari gruppi della specie umana.

Ce la facciamo, perché tutto ormai è facilitato grazie al potere illimitato di giungere i quattro punti dell’universo in un batter d’occhio. Ho detto tutto, ma bisogna avere i piedi a terra: la volontà e la sincerità non sono sempre presenti ed è ciò che costituisce il tacco d’Achille.

Ciò ci porta a parlare dell’appartenenza: cos’è l’appartenenza?

Segnare un punto, poi tracciare un cerchio attorno e dire poi: questo è il mio territorio e la mia proprietà privata; oppure comportarsi come un focolare magnetico con degli oggetti in rotazione attorno, loro malgrado.

Due metafore che ci permettono di avere un’idea della difficoltà nel tentare di definire una nozione così labile, così inafferrabile: c’è chi dice io appartengo. C’è chi dice tu appartieni.

L’appartenenza è una costante nelle società umane e anche animale. Il territorio, il branco, il mobbing non sono altro che la manifestazione di gradi e colori diversi di questo sentimento-istinto che chiamiamo appartenenza.

Il motivo di questa cultura dell’appartenenza è ovvio, ma essa spesso viene annebbiata e calunniata e severamente punita dalla politica dell’ordine stabilito dal più forte.

L’individuo che rinuncia a tutta o parte della propria libertà ci si accomoda cercando un gruppo di cui ci si può affidare, perché il gruppo gli garantisce viveri e sostegno e lo dota soprattutto di un mantello di significati, di riconoscenza sociale e di sicurezza metafisica.

Se esce dal gruppo, egli sarà condannato perché è una forma di diserzione e di slealtà di fronte all’intruso oppressore straniero che spesso assume le sembianze dei sistemi simbolici che determinano l’identità e l’appartenenza dell’altro.

L’individuo deve quindi sempre badare all’integrità del gruppo, lavorare per l’incremento del numero dei suoi membri, dipingerlo con qualche sacralità (mito di particolarità, di elezione divina, di civiltà, di purezza della razza) riservando all’altro semplicemente gli antivalori.

Con quale meccanismo ci si arriva?

Il pregiudizio (prenozioni sclerotiche o preconcetti), il fondamentalismo e l’etnocentrismo (purezza della razza e il carattere divino della missione che il gruppo si attribuisce a se stesso), delimitazione del territorio e dei riferimenti e valori sui generis ed incondividibili, esclusione come succede sul retroscena della questione del velo nella scuola francese (che nasconde male una guerra vera e propria tra i francesi di souche e i francesi neo sbarcati d’origine immigrativa)…

A proposito di questa guerra intestina fra i due tipi di francesi, c’è da dire che i primi (quelli di souche) rimproverano ai neo-francesi di non essere ancora maturati come francesi. Non sono ancora dei francesi a parte intera. Perciò bisogna che s’integrino.

Se i meno francesi vogliono l’integrazione, è la prova che essi non sono ancora integrati e quindi non possono pretendere alla cittadinanza. Se invece resistono a una tale calunnia, mostrandosi che non hanno niente da rimproverarsi e che bisogna riconoscerli come dei cittadini francesi a parte intera e smetterla di chiedere loro un eterno e umiliante aggiornamento, allora si rinfaccia loro il    repli identitario, il comunitarismo e ultimamente addirittura il separatismo.

Comunque, intanto i neo francesi sono demonizzati, anche se ciò che vogliono loro è l’abolizione delle discriminazioni e la promozione di una vita di partecipazione cittadina.

“Fare per noi, senza di noi, è fare contro di noi” diceva Ghandi. Una regola saggia che è sempre stata trasgredita dagli orientalisti e altri etnologi.

In un certo senso, questi signori imbevuti d’amor-proprio etnocentrismo, sanno che spesso le loro teorie sono degli stampi rigidi e bigotti, ma le usano lo stesso per forzare altre realtà, non meno rigide e non meno particolari. Continuano lo stesso in questa corsa insensata e ingiusta di sminuire l’altro, paralizzandolo per dominarlo e sfruttarlo.

Non gli viene in mente un attimo, che le anime critiche gli chiedono dei conti? O hanno orrore di mettersi in discussione assieme alle loro ideologie etnocentriche sbagliate e obsolete che traviano i loro strumenti di ricerca e di analisi e gli fanno fallire quindi il proprio commercio epistemologico?

Ci sono delle eccezioni per fortuna, e gli onesti fra gli intellettuali arabi gli sono grati per ciò che hanno fatto per resuscitare e salvare i manoscritti che sarebbero andati persi senza il loro lodevole contributo.

Tuttavia non dobbiamo scandalizzarci più di tanto o perdere la speranza. Sappiamo che il pregiudizio è già un primo passo verso la conoscenza dell’altro. Quanti sono gli esempi di gente che passa da un campo all’altro, dopo averlo tanto combattuto? Tanti. Mi viene in mente, il poeta Papini, il mangia-prete, che era diventato un fervente cattolico prima di morire.

Si tratta infatti di farsi un’idea grezza dell’universo da conquistare, e la cultura del pregiudizio rende possibile questa operazione. In questo caso il pregiudizio può essere un desiderio non confessato di conoscenza.

Il pregiudizio è una proiezione di sé, quindi un modo sconcertante - anche se è inerente alla natura umana – e violento di presentarsi all’altro che lo accetta e lo aiuta a salvarsi da se stesso o non lo riceve e lo rifiuta.

“È vero che in Sudafrica siete tutti dei razzisti?” chiedevo ingenuamente, in tutta sincerità – direi -, a un cittadino bianco di quel paese. Era la prima volta che vedevo un cittadino dell’ex Pretoria dell’Apartheid.

Comunque sia la reazione di fronte a un pregiudizio, essa è sempre positiva, nel senso che la situazione che si crea è già una situazione di dialogo.

Che si tratti di tolleranza e di comprensione o d’insofferenza e d’ostilità, questi atteggiamenti costringono i protagonisti a prendere coscienza dell’assenza o rottura di comunicazione che li separa fondamentalmente per natura o per cultura e di lavorare per correggere questa nostra natura umana storta e zoppicante.

Il pregiudizio è la prima risposta o il primo tentativo di soddisfare il desiderio di conoscere e la curiosità di verificare la giustezza o la falsità delle idee ricevute innocentemente e assimilate senza critica. A condizione che il pregiudicante non s’accontenti della prima risposta: cioè il pregiudizio diventa negativo soltanto in questo caso in cui s’inceppa nel momento e si perpetua nel tempo.

Una delle tecniche per creare dell’ironia in un’opera scritta è il ricorso all’uso del pregiudizio in una maniera intelligente e umana.

Il ricorso al pregiudizio è anche una maniera di denunciarlo, di renderlo comprensibile, di proporre al posto dell’errore la “verità”, di relativizzarlo insomma.

La letteratura è piena di questo tipo d’educazione umana e comprensiva per spazzare l’anima dalle aberrazioni che le difficoltà della comunicazione creano tra le persone e i gruppi culturali nel mondo.

Nel suo saggio su “Gli itloamericani nella cultura americana”, Gay Talese si chiede dove sono i romanzieri italoamericani.

La risposta gli viene attraverso una lunga investigazione: infatti questa razza di scrittori esiste veramente, solo che l’ideologia anglosassone – dominante - gli consiglia di adottare dei nomi e cognomi anglosassoni perché essi vendono!

Solo così si può raggiungere lo statuto felice dell’integrazione e quindi liberarsi dal disagio insopportabile delle forze gravitazionali di due mondi, il disagio di dover servire due padroni. In altri termini avere in superficie l’aria di un integrato, ma dentro di sé rimane un’anima vincolata o nostalgica degli antichi codici del paese da dove arriva lui o i suoi genitori.

Eppure è semplice scappare a questo dilemma: basta solo storpiare il proprio nome, e gli anglosassoni non chiedono di più né meglio.

A patto di dare la sua chance all’immigrato o al figlio dell’immigrato, gli anglosassoni acquisiti, non-nativi (nel senso ironico che Scorsese dà al termine nativi) hanno una volta tantum il diritto d’essere trattati con dignità e fors’anche con riguardi speciali.

Gli anglosassoni, che tolleravano appena la coesistenza con i loro vicini bianchi dell’Irlanda, hanno fatto comunque degli sforzi lodevoli per accettare gli italiani - questi bianchi, per la maggior parte di loro al limite della negritudine, e dotati d’istinto tribale - la cui immagine è stata sempre associata alla rozzezza dei costumi e al crimine organizzato.

Isolarsi, essere troppo orgogliosi per “mendicare” dal governo bianco, essere allo stesso modo troppo “rudi e proletari” per la destra politica, troppo “indipendenti” per la sinistra, tutto ciò ha rallentato la loro integrazione.

Questo atteggiamento ambiguo è stato - ed è tuttora - una forma comunque di resistenza da parte degli italiani per dire la loro appartenenza e delimitare il proprio territorio.

Se è così, perché allora scrivere nella lingua dell’altro? La scrittura nella lingua dell’altro è un’attività che s’ascrive a un certo pragmatismo? È un’attività che aggira una censura tremenda che cova nella psiche umana come la viva brace sotto le ceneri? Censura che l’anima dello scrittore esiliato nella lingua sembra esaltare in particolar modo.

Da dove arriva la censura? Dove si trova? Nell’ideologia del gruppo dominante. È quell’ideologia che, mentre schiaccia il minuscolo debole, lo crea paradossalmente e gli da l’autentico colore dell’anima.

« La rude humanité prométhéenne, vierge après chaque viol, qui ne devait rien à personne ; Atlas lui-même avait ici déposé son fardeau et constaté que l’univers pouvait fort bien tenir autrement que sur ses épaules ». Kateb Yacine « Le polygone étoilé »

 

Abdelmalek Smari, per l’università di Siena. Gli 11-12-13/11/2003 a Milano.

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