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Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Scrittura e appartenenza (2)

 

Che cosa significa, per un algerino dell’Algeria indipendente, scrivere o parlare nella lingua di Voltaire?

Il piacere di parlare una lingua sapiente e moderna?

Il segno di una felice promozione sociale?

La fuga nella lingua dell’altro per sfuggire alla censura della propria lingua? Come quell’insegnante universitaria che un giorno ci ha confessato che lei trovava più carino l’uomo chi gli fa la corte in francese di quello che gliela fa in arabo?

La tattica da parte della vittima per essere informato degli intenti e delle velleità del vincitore e smascherarne i piani di distruzione?

Il modo molto comodo per il vinto di non suscitare l’ira del vincitore, padrone del suo destino, di compiacerlo?

Il modo d’identificarsi al boia per sfuggire così, per dirla con Sartre, magicamente, alla sua condizione di vittima?

La necessità di accomodarsi di una lingua, quando la propria gli è proibita?

Lo accaparrarsi la lingua del vincitore oppressore come bottino di guerra (Kateb Yacine)?

La rassegnazione di non aver potuto accedere alla sua lingua materna, e d’essere stato ridotto quindi, suo malgrado, a usare una lingua che non ha scelto (Malek Haddad)?

Il pragmatismo di un Mouloud Mammeri?

Può darsi che ci siano ancora altri motivi che spiegano questo “affanno” degli Algerini per l’uso della lingua del loro boia. Ma tutto sommato sono questi i motivi principali che spingono l’algerino ad adoperare ancora la lingua del suo vincitore. Motivi del tutto legittimi, comprensivi, in virtù della legge d’Ibn Khaldoun che dice che il vinto cerca di imitare il vincitore.

Tuttavia, ciò non significa che la lingua osannata del vincitore sia un valore che convince di per sé, no. La lingua del vincitore ha bisogno di esercitare continuamente il suo charme in un modo soft o aggressivo. Chi, fra i vinti, tenta di ripudiarla avrà a che fare con il custode del tempio.

Ogni volta che il governo algerino cerca di intraprendere un processo di arabizzazione, un’armata di proteste e di ricatti si solleva dall’altra sponda. Ed ecco perché l’arabizzazione dell’Algeria fa un passo avanti e un atro indietro. E non è solo la Francia gelosa della sua egemonia che oppone resistenza, spesso ci sono anche i francofoni nostrani!

Rappresentativo di questo tipo di ricatto vigliacco è il caso di Boudjedra: quest’autore aveva smesso di scrivere in lingua francese, e si era trovato subito dopo a fare i conti con i potenti editori francesi che l’hanno emarginato, messo al bando.

Si può parlare di alienazione?

Sì e no.

Sì, se il vinto disprezza la propria lingua e ama la lingua del vincitore.

No, se il vinto, pur usando la lingua dell’altro, continua ad apprezzare la propria lingua.

Tuttavia, a prescindere della lingua scelta o adottata, lo scrivere rimanda comunque a una specie di poetica della simbologia, tratta dall’universo dello scrivente.

La realtà è sempre stata un processo d’ispirazione e alimentazione dell’uomo che vuole creare, una materia prima cui ricorre chiunque.

Quanto alla libertà, essa è assicurata proprio grazie all’atto stesso di creare delle forme d’armonia tra le proprie idee e la materia che ci si può incontrare o trovare.

Nessuno può scrivere di un ambiente dato, meglio del proprio figlio di quest’ambiente. L’universalismo riuscito è sempre stato opera di gente che ha potuto scrivere con autenticità ed energia generosa.

A questo proposito, confesso che mi stupiscono spesso, quelli che, come un certo Veltroni, vanno in una capitale di un paese africano o asiatico per meno di una settimana, che si chiudono in un albergo di non so quante stelle, che s’incontrano con gente della propria comunità nell’ambasciata o con qualche notabile della comunità ospitante (notabile che spesso assomiglia a un frutto marcio e morto perché da molto tempo staccato dal proprio albero comunitario), e quando tornano, tornano con un trattato scritto sull’Africa, le sue caratteristiche, la sua storia, la sua cultura, le sue aspirazioni economiche politiche e sociali, i suoi problemi e addirittura sul modo di risolvere questi problemi!

Mi stupisce anche quello o quella che non hanno avuto una formazione medica, né storica, né un’iniziazione alla filosofia arabo-musulmana passata e presente, né riescono spesso a fare la differenza tra una consonante araba e un’altra, poi si mettono a pubblicare libri sulla medicina arabo-musulmana o sufi! Come se esistesse ancora una medicina seria ma medievale che deve caratterizzare il solo mondo arabo o islamico!

Chi ha detto che gli arabi hanno preservato e insegnano ancora nelle loro università di scienze e di medicina delle pratiche medievali? 

Su questo tipo di scrittura dell’arroganza, Kateb Yacine ha un altro aneddoto non meno comico: si tratta di un esperto di lingua e cultura arabo-berbera durante la rivoluzione d’indipendenza.

Questo esperto incontestato fu chiamato a interrogare un contadino analfabeta in tutte le lingue del mondo. L’unico strumento linguistico che il nostro esperto aveva tra le mani era la parola “riconosci” “QERR” (la q qui rimanda a una pronuncia inesistente nelle lingue europee dell’occidente o dell’oriente).

L’indigeno non capì niente. Il torturatore insisteva Kerr..Kerr.., stanco, il contadino si mise a ripetere questa parola senza senso alcuno per lui.

Il torturatore, simile in questo agli scrittori esperti di “Africa” o di “medicina musulmana”, metteva in dubbio tutto tranne la sua arrogante stupidità.

Bisogna scrivere sul proprio ambiente con calore, ecco la chiave dell’universalismo. L’eterno ritorno all’infanzia da parte degli scrittori o la nostalgia per i luoghi di quest’infanzia sono processi innocenti di risorgimento e rinnovamento, che recano all’opera calore e autenticità. Questi due parametri garantiscono un’opera chiamata a superare i vari limiti del tempo e delle censure posti sulla strada dei vasti spazi della libertà e dell’umano universale.

La lingua con la sua complice, la sensibilità, è tutto ciò che conta nella scrittura; ed è vano ogni lavoro che non abbia un linguaggio specifico sia per l’opera sia per l’autore. Altrimenti si cade nel piatto, nell’insulso generico.

Con l’autenticità – armonia tra materia prima e il linguaggio che la compone e la esprime - la lingua, guadagna in profondità, diventa tridimensionale, per così dire.

Questa lingua è profonda perché è costruita a parola a parola. Anzi la stessa parola è costruita a significato a significato.

Questa lingua a strati permette all’autore - che è obbligato a scavare sempre le varie realtà del proprio territorio e ambiente psicologico, storico o metafisico – di scavare nella lingua per costruire dei nuovi sensi a delle realtà inedite e creare le nuove poetiche e sensibilità di cui si nutre e si abbevera la nostra cultura universale.

Di questa profondità, parla Fuad El Tekerli, uno scrittore iracheno intervistato dal quotidiano Al-Hayat 28-10-2003: “di principio, la scrittura secondo me è la coscienza di sé che porta alla coscienza dell’esistenza dell’altro e del mondo. In questo modo, l’Io si moltiplica e si espande necessariamente. A un certo momento del tempo umano, l’autore si rende conto che ha assimilato altre esperienze di vite che rendono la sua sensibilità e le sue idee sul mondo più profonde.”

A guardare bene, il discorso arabo - e non solo - sull’identità araba, sembra più una predica e apologetica che una vera critica costruttiva, anche se spesso ci si vede una specie di veste modernista, equilibrata e moderata.

Potrebbe esserne altrimenti? Il discorso sull’identità è sempre macchiato d’irrazionalità. È necessariamente irrazionale, nel senso che è sempre una messa in discussione di se stesso, non appena ci si avventura nell’esplorare l’altro e giudicarlo, testare le sue forze, i suoi vantaggi, i suoi punti deboli e forti, gli interessi in gioco e così via.

Gli etologi parlano di un verosimile atteggiamento di minacce e apprensione con cui si guardano gli uomini quando si trovano gli uni di fronte all’atro a mangiare attorno a un tavolo. Può anche trattarsi di un pranzo … romantico! La diffidenza è sempre qui.

Il discorso sull’identità araba “è un’equazione di parole consumate ed esaurite tra l’autenticità della tradizione e il pragmatismo della modernità. Equazione sterile quindi e che non è mai mancata in nessun manifesto storico degli intellettuali arabi senza nessuna influenza sugli inediti rilievi della vera realtà araba.

Ciò che è degno di interesse è la natura delle strutture societari di base nei fondali sociologici arabi ed i loro rapporti con il perpetuo cambiamento della storia e del tempo. Così la cosiddetta rinascita islamica recente si è svolta senza nessun dubbio a detrimento del risveglio della ragione araba. Il più grande dei problemi arabi nel discorso arabo è che ci si tratta strutturalmente di un discorso poetico - melodrammatico? – nel contenuto e nella lingua anche se prende la forma di una prosa. Gli arabi sono una nazione di poesia, dice un luogo comune degli intellettuali teorizzanti della identità araba. Gli stessi dicono che la più bella poesia è quella che mente di più. Infine gli stessi intellettuali non s’imbarazzano della distruzione dei propri edifici teoretici.” M. Dj. El-ANsari “L’identità araba prigioniera della storia” Al-Hayat del 24-10-2003.

Sarà una prerogativa dell’unico arretrato mondo arabo di discorrere tanto sul problema dell’identità?

Il più grande paese gli USA, la Francia e recentemente l’Italia provano che il problema dell’Identità è ancora per lungo da scrivere con la “I” maiuscola.

Il velo in Francia che ha fatto scendere un milione di manifestanti nelle strade di Parigi per difendere la laicità, identità della Francia.

Il giudice crocefisso in questi ultimi giorni in Aquila per aver ceduto davanti alla richiesta di un integralista musulmano, come l’ha definito Gherardo Colombo, proferendo la sentenza di togliere dalla classe dove vanno i propri figli il crocifisso o di affiancargli un versetto di Corano.

Queste battaglie sull’identità nazionale che si combattono sul campo dei diritti degli alunni delle scuole pubbliche soprattutto, sono rafforzate dall’entrata in guerra della superdemocrazia del pianeta, gli USA con il loro speciale e problematico: one nation, under God.

Chi conosce l’attualità di questi ultimi giorni e la storia della costituzione americana, sa che qui stiamo parlando del caso Michael Newdow.

Questi si batte perché sua figlia di 9 anni non pronunci il giuramento che contiene il termine under God aggiunto al testo originale nel 1954 per distinguere l’identità credente della nazione americana a quella miscredente e atea dell’ex URSS.

Come se, pensa Michael, il padre della bimba per il momento estranea al dibattito che si svolge nel proprio nome, come se la scritta sul dollaro (In God We Trust), non bastasse per gridare fortemente ai sordi e convincere i scettici che non credono nella fondamentale religiosità della nazione americana. A meno che, la parola God significhi il dollaro stesso.

L’identità è l’insieme delle costanti dell’umano universale tinte di particolarità locali: così in ogni realtà, le manifestazioni culturali danno l’impressione d’uni-dimensionalità e sembrano omologate dalla cultura mondialmente dominante.

 

Abdelmalek Smari

 

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