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Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Scrittura e appartenenza (1)

 

Se non parlo io chi altro parlerà?

Se non parlo adesso quando parlerò?

Shakespeare

 

 

 

Gli organismi o i ministeri dei paesi a tendenza imperialista o espansionista continuano, sulla scia dell’ormai classico tandem teoretico colonialisti/orientalisti, a dotarsi di specialisti del mondo arabo, islamico, cinese… del terzo mondo insomma. Perciò spesso la gente (comune e non) pensa che quando un intellettuale immigrato parla di qualsiasi argomento il suo intervento non sia una vera riflessione sull’argomento in questione, ma una semplice testimonianza che deve essere sottoposta ad ulteriori expertise, per analizzarla e collocarla nell’ordine generale della grande cultura ufficiale dominante .

E poi, un tale argomento è troppo serio per lasciarlo tra le mani di gente ignorante e che manca di spirito e di metodologia razionalisti!

La famosa teoria della mentalità “pre-scientifica” è ancora in vigore presso una certa cultura etnologica e orientalista che si vuole unico pensiero progredito e affidabile.

Non è nemmeno una qualche performance d’expertise sul mondo arabo o islamico: con un po’ d’intelligenza, una persona può verificare l’assurdità di una simile pretesa - impresa titanica - di voler comprendere una miriade di realtà che una parola come il mondo arabo o il mondo musulmano raduna .

Queste realtà sono molto più complesse della corsa di una stella nello spazio siderale o della misteriosa crescita del gambo di un fiore.

Infatti spesso - per pigrizia mentale, disprezzo o negligenza - tentiamo a liquidare con l’imprecisione di un pseudo concetto o la vibrazione di qualche corda vocale, una sentenza sbrigativa.

Detto questo, la mia intenzione è di riflettere, attraverso questo mio modesto intervento, sul viaggio che fanno le anime nelle lingue, o meglio, sul rapporto organico che lega lo scrittore alla lingua (sua o altrui) in cui egli scrive, insomma alla letteratura degli “immigrati linguistici” o “fisici” come li chiamava il poeta Malek Haddad..

Cosa fa di uno scrittore - per limitarci solo a questo campo - un italiano, francese, arabo o altro? La lingua? La sensibilità dell’autore? L’appartenenza ? La formazione culturale e storica?

La rivendicazione e l’adesione predeterminata dell’individuo all’identità del gruppo?

Possiamo fare nostra questa definizione anonima: “È arabo, per esempio, chi si vuole e si dice arabo laddove si trova, nella sua storia, la sua memoria, lo spazio di vita, di morte e di sopravvivenza.”

Si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi, dice Gramsci, e aggiunge che, per uscirne e rendere la nostra concezione del mondo unitaria e coerente, bisogna essere critici: la critica è già coscienza di quello che si è realmente.

“Nulla si dà, tutto si prende” dice un proverbio.

Kateb Yacine, che scriveva in francese, si considerava in pieno possesso della lingua francese. Un possesso nel senso vero della parola. “ La lingua francese è il nostro bottino di guerra” amava dire.

Considerava questa lingua come un fiore da lui piantato nel giardino della sua sensibilità, cresciuto e colto.

Fu una scelta libera, perché aveva imparato questa lingua estranea combattendo duramente contro l’ideologia del momento, con atroci sacrifici e generosi sforzi.

“Il numero insignificante d’indigeni alfabetizzati dimostra la chimerica opera civilizzatrice coloniale!” dichiarò un’ex rivoluzionaria algerina, recentemente in una Tv francese, confortando, con la sua testimonianza,  questo scrittore algerino lucido ed elegante. 

Come per rafforzare l’originale e coraggiosa opinione sulla necessità di usare la lingua dell’oppressore come lingua di scrittura, il suo connazionale Mohamd Dib, anche lui partecipe dell’avventura di scrivere nella lingua dell’avversario, nel suo romanzo “Un été africain” denuncia la cruda contraddizione tra il grande exploit di Jules Ferry (l’istituzione dell’istruzione pubblica per i francesi di souche) e la realtà del fallimento del progetto coloniale in Algeria.

Allora si parlava del fardello dell’uomo bianco di servire la civiltà su un piatto d’oro all’indigeno, come oggi si parla di portargli la democrazia come dessert.

Come!? Sembra  voler significare il brano che citerò, come è possibile che le orde coloniali - mosse dal mero odio verso tutto ciò che è indigeno - siano così generose da concedere loro un alcunché di dignità umana, come alfabetizzarli?!

les français sortent des demeures les bras chargés d’habits, de couvertures, de ballots: ils prennent tout ce qui leur tombe sous la main et courent l’entasser dans les camions. On les voit aussi emporter des sacs de blé, de semoule, d’olives, des bidons d’huile. Les provisions des paysans! Ils errent d’une maison à l’autre, entrent, ressortent, s’interpellent avec des rires, des jurons… puis c’est le tour des bêtes: ils tirent sur toutes celles qu’ils aperçoivent… quelques animaux barbotent déjà dans leur sang; des volatiles poussent des cris quasi humains.

Possiamo credere ancora oggi che gli scrittori algerini in lingua francese siano quei pochi esseri felici che il magnanimo Regime coloniale aveva dotato d’emancipazione e di progresso, d’anima nobile insomma?

A meno che si continui ad amalgamare lingua e anima, che a volte si sovrappongono… ma rimane sempre il fatto che, se l’anima è il contenitore di sensibilità e d’idee, la lingua ne è la forma ed il veicolo.

La lingua porta l’anima dallo spazio dell’esistenza virtuale a quello concreto e palpabile. Per ciò che la concerne, questo rapporto la rende viva e calorosa.

È faticoso imparare la lingua di un altro, a maggior ragione quella dell’avversario, ma questo fatto non dovrebbe mai costituire un’alienazione. L’individuo, aprendosi su un nuovo universo, lo conquista e se ne arricchisce.

Ciò avviene però nel dolore di rimettersi in questione. Zappare una sensibilità per ossigenarla e prepararla alla fecondazione è un lavoro arduo, ed è proprio questo che succede.

La lingua come tutti i concetti delle scienze sociali, rigorose di certo ma fondamentalmente imprecise, è un sacco dove si può ficcare tanti epistemi e discorsi: altrimenti la mente umana rimane frustrata e nello stesso momento ingombrata con quelle macerie o materia prima sulle braccia senza sapere mai cosa poter farsene.

Più che catarsi, la scrittura permette una specie di dominio sulla realtà trattata che essa ricrea. La creazione è una forma di appropriazione.

Edward Said ha dimostrato nel suo “Orientalismo” come la cultura orientalista permetteva e permette tuttora, per una geometria non più misteriosa oggigiorno, di neutralizzare l’oggetto di studio e di dominarlo.

Come se “lo scrivere” riducesse la realtà, alla sola realtà scritta. La realtà sarebbe la coscienza di questa realtà e averne coscienza porta direttamente al possederla. Non è un gioco di parole.

Scritta quindi, l’opera è proprietà privata dell’autore così come sarà la realtà stessa che non ci si sarebbe data se non ci fosse stato il colpo magico del demiurgo atto scrivente. 

Alla fine della scrittura, “espressione o ri-creazione” di una data realtà, l’autore avrà in possesso questa realtà. Non si dice forse, ormai l’universo di Kafka o di Neguib MAhfuz e di altri?

A questo punto la scrittura è un’operazione avida che fagocita il mondo per dominarlo. “Spere è potere” si dice.

La scrittura calda è quella che scruta la realtà vivendola, la scrittura fredda è quella che scruta una realtà estranea per giudicarla.

“La verità, si lamentava  Edward Said, è che a noi arabi non resta altro che il potere della  parola, e se non esercitiamo questo diritto la discesa verso  la decadenza totale non si potrà più fermare. È già molto tardi.”

Bisogna intendere per parola, Scrittura. Ma in che cosa consisteva scrivere?

Nella introduzione alla edizione bulgara di “Un été africain”, M. Dib scrisse: “in questa opera, ci sono degli attori, ma non sono affatto preparati al ruolo che si va interpretare, non sanno che stanno per partecipare a una tragedia, o a qualsiasi cosa di simile, non c’è un palcoscenico, nessun sipario si leverà – né s’abbasserà -; non c’è un sipario. Gli uomini e le donne che incontriamo, se stanno per vivere una tragedia, ciò non avverrà che dal momento in cui il lettore apre il libro e li guarderà agire. È il lettore che deve scoprire, dal libero gioco dei loro comportamenti e pensieri, ma anche dalla necessità in cui questo comportamento e questi pensieri s’iscrivono, la realtà tragica che veicolano alla loro insaputa. Questa realtà sarà nella sua coscienza non in quella dei personaggi. La stessa cosa avviene per quanto riguarda le loro agitazioni.”

È una complicità tra l’autore e il pubblico per commettere un atto fondamentalmente sconcertante perché ci sfida e ci pone di fronte alla necessità di commettere un atto liberatore.

È un menage a trois, in cui l’opera fa da motivo di contesa e di conflitto e anche di attrazione paradossale.

Uno dei personaggi di Dib confessa a disagio che lui non potrà mai trattare “i nostri” come dei cani, né accettare che se li trattino in questa maniera davanti a “me”.

Nella scrittura impegnata - ma quale scrittura seria e bella che non sia impegnata?- sono la sensibilità e la profondità dei sentimenti e delle idee che cavalcano la lingua.

Fu ieri l’impegno degli scrittori algerini di lottare ferocemente con la parola, qualsiasi parola per liberare una parte dell’umanità dall’essere oppressa e umiliata.

Oggi l’impegno degli stessi scrittori è dedicato al lavoro di costruzione di una vera giustizia, libertà e dignità umana nella società algerina. Condizioni che ripristinano la solidarietà perduta tra governati e governanti. Ed è proprio a causa della mancanza di questa solidarietà vitale che abbiamo perso il senso dello stato e della cittadinanza.  Due veri pilastri della vita civile.

Questo progetto si sta facendo con coraggio, a volte con dolore sullo sfondo di un’ostilità da parte dei nostri governanti – ostilità dovuta alla loro inesperienza tragica nella cultura di gestire un paese e fare politica. Questo progetto si sta facendo e costituisce il nuovo ideale che accumuna tutti gli esponenti della cultura in Algeria.

Questa solidarietà – viscerale, direi - non ha niente da invidiare a quella di ‘Antara, un fiero e invincibile cavaliere di guerra e di poesia che diceva:

Mi proteggo parte e tutto con la spada.

Val a dire: egli stesso e la sua tribù, la sua spada proteggerà.

Ogni epoca ha la propria identità, la nostra – presente - consiste nella critica del percorso compiuto e nel tracciare nuovi piani e strategie per costruire e realizzare una nuova vita, che sarà nostra perché frutto dei nostri sforzi e scelte.

 

Abdelmalek Smari

 

 

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