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Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Letteratura è letteratura (1)

 

Cu' nesci, arrinesci.
(Chi esce, riesce)
proverbio siciliano

 

"La letteratura è letteratura. Non importa l’autore, ma il valore estetico dell’opera.

La letteratura è sempre un fiore nobile anche se nasce in un cumulo di letame."

 

Ne “L’Homme dans le fleuve du vivant”, Konrad Lorenz raccontò che Oskar Heinroth, uno dei suoi maestri d’etologia, scienza comparativa che studia i comportamenti dell’uomo e degli animali, aveva dichiarato: “Lo scimpanzé non è uno scimpanzé.”

Quest’affermazione paradossale, ma significativa, vuol dire in altre parole che la realtà non è così uniforme, ma ciononostante la tendenza a percepire la realtà in maniera uniforme è connaturale al nostro cervello.

Esso ci impone, per economia o per razionalità o per pigrizia, delle descrizioni della realtà che noi consideriamo come verità assolute, ma che in realtà non sono altro che costruzioni mentali errate.

È anche una verità - come quella dell’esistenza del sole – il fatto che l’essere umano tende sempre e per natura ad essere particolare. Non si sottraggono a questa regola né il bianco né il nero, né l’uomo né la donna, né il piccolo né il grande. Chi non sente questa esigenza esistenziale in un momento della sua vita non può far parte della società degli individui equilibrati per senso e per sensibilità.

Cos’è la scienza, se non uno sforzo continuo degli uomini per “correggere” i dati delle nostre percezioni e creare dei linguaggi sempre nuovi, sempre più adeguati alla descrizione obbiettiva della realtà?

Questa perversione della percezione umana ha degli esempi storici a volte crudeli, a volte felici: Socrate morì per aver attirato l’attenzione su una morale umanista. Galileo subì umiliazioni e minacce per aver corretto una percezione sbagliata, la rivoluzione della terra. Le scoperte di Pasteur o di Fleming ad esempio hanno ridato tante speranza ai sofferenti.

Anche nel campo sociale è successa la stessa cosa: filosofi, profeti e poeti hanno sempre denunciato delle false percezioni e corretto i pregiudizi, fonti d’incomprensione, di odio e di guerre fra gli esseri umani.

Ma quali che siano stati gli sforzi di questa categoria lucida e coraggiosa degli uomini di scienza e di cultura, le percezioni errate ed i pregiudizi continuano ancora ad avvelenare l’esistenza delle società umane e ciò per i motivi che seguono: è sempre lo stesso cervello che comanda il sistema della nostra percezione.

La realtà è divisa in un’infinità di fenomeni così profondi, variegati, dispersi da poter essere conosciuti, studiati e corretti tutti.

L’esempio più pertinente in questi ultimi anni mi sembra la problematica della divisione del mondo in Occidente ed Oriente.

Se nei secoli passati questa ipotesi fu accettata, nella nostra epoca essa invece non vale più come percezione né come linguaggio per la semplice ragione che noi, i contemporanei del XXI secolo abbiamo ereditato ed inventato a sufficienza scienze e materiali di diagnosi e di analisi da poter capire e correggere questa percezione errata di geografia, storia e antropologia.

Oriente è una parola che, in questi nostri giorni, rimanda nell’immaginario della maggior parte degli uomini, al mondo musulmano o addirittura  soltanto a quello arabo.

Le implicazioni che una affermazione del genere genera nelle menti e nell’immaginario degli uomini è che il mondo è fatto dai soli musulmani arabi e da occidentali (cristiani dell’Europa occidentale e dell’America del nord) e che tra di loro non c’è nessun legame né storico, né culturale, né linguistico, né religioso!

Gli ebrei, che una volta venivano considerati degli orientali, ora fanno parte del mondo occidentale.

Ma se consideriamo la sola storia dei paesi limitrofi del Mediterraneo, ci rendiamo conto che c’è stato sempre un movimento continuo, a volte bellicoso a volte pacifico, di scambi, di influenze ideologiche e di contaminazioni culturali reciproche …

Un giorno, dopo essermi guardato “recto verso” nei due specchi che adornano di luce e di profondità la mia stanza, mi sono soffermato sul significato che poteva avere quell’innocenza speculare.

Mi misi a contare le copie del mio riflesso: erano sette.

Il numero sette è magico ed è sacro per parecchie popolazioni del mondo e particolarmente per la gente della mia città, in Algeria.

Ho sempre sentito dire che i gatti hanno sette vite. Da bambino, avrei voluto verificare questa “ipotesi” di uccidere “fino in fondo” un gatto.

Ma era ovvio che ci voleva tanto perché il mio gatto morisse… del resto chi accetterebbe di morire volentieri?

Maurice Bécaille, in “La Bible, le Coran et la science”, sostiene che il numero sette nelle mitologie antiche significa una moltitudine ambigua di cui soltanto gli elementi della realtà da contare possono dare una identità numerica precisa.

L’opera letteraria o artistica in generale procede nello stesso modo di questo gioco speculare e, come la realtà stessa, ci fa vedere il mondo e le cose del mondo come degli strati infiniti con una profondità abissale, inesauribile.

La scrittura non è soltanto un gioco di combinazione delle parole, creatore di nuovi significati e rivelatore della capacità strutturante della lingua, che sarebbe inventata non da noi, ma per noi, bensì essa consiste nell’inventarsi sempre il linguaggio che ci serve per comunicare manifestazioni dell’essere e del mondo sempre inedite.

Manifestazioni che, prima d’essere palpabili, hanno da elaborare la materia grezza, caotica, che il vissuto dell’individuo gli mette a disposizione affinché le dia una forma intelligibile, e quindi umana,  che si chiama opera.

Manifestazioni che, prima di passare alla nostra coscienza, attraversano infinite sfumature e correnti di colori e di temperature, attingendovi dei significati.

 

Abdelmalek Smari

 

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