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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Stella ed itinerario o la storia di una passione: scrivere (1)

Sono un uomo di libro

leggo il fior dei libri

se mi mancano gli amici

ho come amico il libro

che mi racconta storie

belle belle belle.

 

Fu questa la poesia che ripetevo quando seppi che dovevo affrontare il mondo sconosciuto della scuola. me la ripetevo a memoria per sfidare quell'orca d'istituzione e per scongiurarne l'arroganza che intimidisce i bambini e li fa piangere d'incubi e di paure.

L’idea di scrivere, di diventare uno scrittore, mi era venuta appena imparai a leggere. Poter scrivere, fare giorno della notte per parafrasare Cesare Pavese, fu la stella che mi guidava i passi nella inquietante penombra della vita.

Alunno di terza elementare, già non mi accontentavo più di aspettare che il maestro m’insegnasse le “banalità” che insegnava agli altri.

Correvo sempre più in avanti. Volevo sempre sapere cosa c’era dietro la pagina a cui eravamo arrivati col maestro.

Ad un’età in cui la maggior parte dei compagni di classe non arrivavano nemmeno a ripetere correttamente una frase letta dal maestro, io potevo già leggere facilmente non solo ciò che era scritto in grossi caratteri, ma anche ciò che era scritto in quelli piccoli. Non solo potevo leggere velocemente, ma capivo già di cosa si trattasse.

A quest’età precoce, scoprii il mondo meraviglioso delle favole, delle poesie, dei racconti e delle storie affascinanti. Forse in quella stessa età invidiavo già i maghi costruttori di quel mondo meraviglioso.

Persino la morte di uno zio non m’impediva di piangere e di fare un casino per andare a vedere un film al cinema.

Mia mamma non voleva darmi i soldi, “perché la famiglia dovrebbe essere in lutto” mi spiegò. Però, disperata davanti ai miei pianti e alle mie urla, mi mandò dai vicini: nessuno di loro accettò di prestarmi 20 centesimi…

Quanto era grande il mio orgoglio quando mi resi conto che ormai avevo superato l’onniscienza di mio padre sfidandolo e mettendolo in scacco, quando potei per la prima volta correggere la sua ignoranza!

Tuttavia, il mio entusiasmo non tardò a scontrarsi violentemente contro la solitudine a cui ormai dovevo fare fronte da solo: i francesi hanno lasciato in Algeria un vuoto nella vita degli algerini, li hanno annientati proprio.

Mi ricordo che un giorno avevo bisogno di una spiegazione per una difficoltà che avevo incontrato nel fare un compito. A chi dovevo chiedere un aiuto se tutto il villaggio era analfabeta?

Davanti alla mia disperazione, mia madre – che continuava, poverina di lei, a credere ancora nell’onniscienza di mio padre - mi pressava di andare a chiederglielo. Ma lui, ancora un’altra volta, confermò la sua morte e per sempre.

Un giorno – ero in terza elementare - un mio vicino, di cinque anni più grande di me, mi propose un libro in francese. Voleva andare al cinema, ma non aveva i soldi.

Per fortuna io ne avevo e dovevo appunto andarvi anch’io, ma comprai il libro, rinunciando al cinema.

In quel tempo sapevo leggere in francese, ma mi era ancora impossibile capire cosa leggevo in quella lingua. Perciò lo misi da parte.

Due o tre anni più tardi, se la mia memoria è esatta, un amico, che eccelleva in composizione soprattutto, mi rendeva difficile la vita.

Era il mio traguardo. Volevo sempre, se non superarlo, almeno essere uguale a lui. L’imitavo nel ricercare immagini, metafore e belle espressioni, ma mai lo plagiai.

A che pro l’avrei plagiato? I miei risultati scolastici nella lingua araba, terreno di combattimento per me d’esito sicuro, mi provavano che anch’io ero capace di creare parecchie di queste belle espressioni e con successo.

Mi ricordo di una sua immagine del sole. Lo chiamava “Aarus ennahar” la sposa del giorno. Non so da quale acqua l’abbia pescato.

In quinta elementare mi proposi di leggere finalmente il libro. Non ce la feci e lo rimisi un’altra volta da parte.

In quel momento un maestro ci aveva dato come compito, per le vacanze di primavera, di trascrivere l’attività giornaliera di quei 15 giorni di riposo. Per fare ciò, preparai un quaderno nuovo e cominciai a scrivere.

In tutta la mia vita non mi sono mai applicato ferocemente, corpo e anima, a un lavoro scolastico come a quello.

Rientrato dalle vacanze, notai con stupore e delusione che il maestro aveva dimenticato di chiederci di mostrare il compito. Non rinunciai a farglielo ricordare, assumendo il rischio di passare per un lecchino agli occhi dei compagni.

Il maestro mi rispose freddamente: “Ah! L’hai fatto?” poi, indirizzandosi verso gli altri: “Chi ha fatto il compito?”

Nessuno, tranne me, l’aveva fatto.

Un po’ più tardi, in seconda media, ebbi un’altra esperienza non meno stimolante: scrissi una specie di saggio, molto conciso.

Era talmente bello, talmente intelligente e talmente profondo che l’insegnante (era poeta e aveva tradotto alcune tragedie di V. Hugo) non arrivava a credere che ne fossi io l’autore.

Dopo averlo letto a tutti gli amici, mi chiese gentilmente di lasciarglielo. Sulla scia di questo successo, provai a leggere “Le soulier de sapin”, il famoso libro in attesa.

Niente; non ci capivo ancora nulla. Fui deluso ma non scoraggiato.

Tuttavia, se non avevo continuato a scrivere e a produrre ad un’età precoce, come promettevano la mia passione ed il mio “talento”, era perché la fiamma della candela che portavo nel mio cuore non resisteva alla violenza dei venti di scoraggiamento che soffiavano in giro nella mia vita.

Intanto la mia passione per la lettura aumentava di giorno in giorno. Però, fino alla seconda superiore, leggevo solo in arabo.

Nel frattempo, riuscii a leggere il libro prigioniero del mio cassetto di cartaccia. Era l’eccezione in francese.

Ho sempre sognato che sarebbe venuto un giorno in cui anche io avrei fatto parte della stirpe degli scrittori, dei poeti, dai saggisti. Sognavo di creare anche io delle belle parole e delle metafore solari come facevano i romantici libanesi.

Fino alla maturità ero sempre il primo nella lingua e letteratura araba, nonostante il disprezzo che alcuni insegnanti avevano per la letteratura.

C’era uno che la chiamava la branche des faignants, il ramo dei fannulloni!

Dall’entusiasmo alla delusione, e dalla delusione all’entusiasmo, trascorrevo la mia vita di senso e di sensibilità, come diceva Jane Austin.

Destino crudele che avevo poi lasciato in eredità al tragico Karim, come aveva avvertito Taddeo Raffaele, quando mi disse che il mio protagonista assomigliava agli eroi di Pasternack.

Un  giorno, scoprii il disprezzo che la mia insegnante di francese aveva per gli arabizzati. Un’altra delusione.

Questo atteggiamento da parte dell’insegnante, invece di portarmi a snobbare lei ed il suo francese, mi portò con determinazione ad approfondire la mia conoscenza in lingua francese.

Impegno che mi rapì una decina di anni dalla mia vita.

Ero costretto a trascurare la lingua araba. Del resto, che cosa potevo ricavare da una lingua morta? Una lingua che non serviva nemmeno per corteggiare le donne o scrivere delle lettere d’amore?

Ma sotto sotto continuavo a coltivarla. Così riuscii ad ingannare i cretini vigili della francofonia e a commettere un adulterio dopo l’altro.

La grammatica araba era per me una specie di matematica; la trovavo bella, astratta, vasta infinita e che richiedeva tanta attenzione e grandi capacità di analisi e di estrapolazione.

Ogni volta che riuscivo a decifrarne un mistero entravo in una specie di orgasmo.

In essa trovavo un mare immenso che non era stato ancora esplorato. Leggevo sempre per “possedere” questo mare. La lettura era per me il governale e la stella.

In quell’epoca conobbi un giovane studente che è diventato poi  mio amico. Era un filosofo già fatto.

Fu lui ad iniziarmi alla relatività delle cose e dei valori della vita. Mi aprì il cuore e la mente al comunismo nel suo volto umano e critico soprattutto verso le stupidità e la mediocrità dell’uomo.

Mi esortava a leggere tutto ed in qualsiasi lingua, perché “l’uomo è l’insieme di tutte le teorie conosciute e non”, mi diceva.

Con lui, come guida, conobbi tante cose sui vari aspetti della vita culturale e soprattutto sulla filosofia esistenziale.

Era per me ciò che Voltaire era per la Francia.

Ah, l’università! Questa fase della vita tanto cara a un mio insegnante di storia! Confesso che, quanto a me, l’università non mi ha ispirato e non m’ispira ancora oggi nessuna nostalgia, se non per quell’amico maestro. Senza di lui, io avrei trascorso quella fase in uno stato di noia e di assenza continue.

Un giorno arrivai ad un punto di maturazione psicologica ed intellettuale tale che tutto ciò che prima era per me conosciuto, familiare, certo, accettato e naturale diventò misterioso, incerto e disprezzato, se non veniva spiegato e giustificato.

Così arrivai a dubitare della vita e – il colmo di tutto - dell’esistenza di Dio.

Fu così che arrivai a capire il significato profondo delle domande inquietanti e pressanti di Elia Abu Madi (un poeta libanese) nella sua poesia (Misteri):

  Sono arrivato, non so da dove sono venuto

                 Ma ho visto un sentiero innanzi e ho camminato.

Nella corrente di questa gran messa in questione della vita e di Dio, posi anche la questione della mia identità. Sono arabo? Sono berbero? Come faccio a saperlo? Pensai ai parenti anziani che erano ancora in vita.

Avevo 22-23 anni. In quel momento cominciai a pensare sul serio di scrivere una storia sull’origine della mia famiglia. “Una storia – dicevo a me stesso - che diventerà una testimonianza del nostro passaggio sul cammino della vita”.

Le peripezie degli studi all’università mi hanno distratto dal proseguire questo progetto. Lo trovavo di un’ambizione folle e smisurata per i miei modesti mezzi.

Siccome studiavo psicologia e siccome ero un timido, combattuto tra i sobbalzi delle varie correnti d’apertura ad alta tensione, cominciai a mettere in questione me stesso.

Per resistere e trovarmi un sentiero in quel buio, ascoltavo un maestro (Freud); mi sottoposi allora ad un’autoanalisi lunga e faticosa. Trascrivevo i miei sogni per interpretarli.

Poi, avendo avvertito che i sogni non bastavano per rendere conto della mia vita e illuminare gli angoli scuri della mia psiche, già tormentata da mille paradossi  e problemi dell’esistenza - a cui si aggiunse la sindrome ipocondriaca degli studenti di medicina -, estesi la mia autoanalisi alla vita della vigilia.

Trascrivevo, selezionandoli, i comportamenti che mi causavano di più disagi, incubi, dolori ed altre incomprensioni e querele.

Le mie letture m’insegnarono che i sogni e le poche fantasticherie del giorno non bastavano da soli a rivelare la psicologia dell’uomo.

Dovrebbe esserci anche il prodotto della mente (arte e cultura). Così, mi misi una volta per tutte alla caccia di tutte le opere che trattavano di questi prodotti dello spirito come li chiamava Paul Valery.

La scoperta del surrealismo con Breton mi confermò l’idea che la vita  dei sogni e le varie attività della veglia non fossero estranee le une alle altre, ma costituivano una specie di vasi comunicanti, una specie di ponte di Dalì.

Leggevo e facevo dei riassunti e delle sintesi. Cercavo di applicare i risultati al mio caso personale per interpretarlo dopo. Frequentavo le mostre di pittura ed i teatri e soprattutto polemizzavo con tutti e su tutto.

Un giorno ebbi un’illuminazione: la maniera più adatta per capire come funziona l’intelletto è di farlo funzionare ed osservarlo in opera. Così arrivai alla necessità di scrivere.

Ma prima dovevo superare due problemi: con quale lingua scrivere? Per chi scrivere?

 

Abdelmalek Smari

 

 

 

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