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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Letteratura è letteratura: Isbn e passaporto (1)

“È ovvio che queste scelte degli italiani

sono basate su un’inconsapevole classifica

delle culture. Dove sono finiti gli ideali

dell’umanesimo, l’idea di uguaglianza

e parità di diritti, concetti che si presume

siano alla base della civiltà occidentale?”

Ramon Parenzan - Intrusi – Ed. Ombre corte 2009

 

 

Risposte inutili ad un falso problema?

Il vero artigiano è quello che fa il suo mestiere, e lo fa bene, mettendoci cioè tutti i crismi di coscienziosità e di onestà, aggiungendo così alla tecnica la riflessione critica sul mestiere stesso. Ciò vale anche, e a maggior ragione, per la scrittura.

Tutta la scrittura? Pare di no, perché esistono ancora al mondo persone, gente di mestiere, e istituzioni  malate di classificazione che concepiscono due forme di scrittura e di scrittori quindi: quelli del primo mondo, di serie A e quelli del terzo mondo, di serie B…

            Nella sua tesi di laurea “L’identità della e nella Letteratura Migrante” Giuliano Buzzao inizia col combattere la definizione clicheica (da cliché) ed imprecisa della letteratura italiana scritta dagli stranieri, poi la rifiuta categoricamente per tornare a concludere che non si possa farne a meno per il momento e che occorra quindi accettarla!

È ovvio che non si può mai negare la cosa che noi poniamo davanti agli occhi: il Buzzao non è stato capace di fare a meno dell’attributo “migrante” nel titolo della sua tesi!

Eppure basta solo mettere un dito sopra quella parola che essa sparisce e con essa tutto l’indotto retorico che l’autore aveva creato inutilmente (se non per umiliare, senza dubbio suo malgrado, ed etichettare, come è di uso in questa tradizione classificatrice…)

Personalmente ho provato a nascondere quella parola impudica e, meraviglia, non è successo nulla di grave, anzi il titolo è diventato più lieve e più elegante, rispettoso quindi.

E non è l’immaginazione che manca ad un popolo precursore della civiltà moderna, detta anche occidentale, un popolo che ha dato i natali ai più grandi geni dell’umanità, no.

È il dettato di un certo conformismo coniugato ad un sentimento ipertrofico d’amor proprio e di autocelebrazione.

“L’attribuzione di una piena cittadinanza linguistica agli scrittori di origine straniera – una sorta di ius soli per chi abbia avuto nascita alla scrittura nella nostra lingua – sembra l’ultimo tabù della nostra globalizzazione; la loro opera non ha ancora una nominazione condivisa, e le definizioni più usate (“letteratura migrante in lingua italiana”, “letteratura transnazionale”, “letteratura italofona”, “letteratura postcoloniale”) si tengono in un’ambiguità tra riconoscimento di valore letterario, giudizio politico e sguardo antropologico.” scrive Daniela Padoan ne Il Fatto Quotidiano del 13-01-12

Postcoloniale?!!! Già: è un eufemismo per non dire letteratura dei neo-colonizzati.

In un racconto col titolo “I N.A.C. o il paese rose bonbon”, ho chiamato gli stranieri provenienti dal terzo mondo comunità NAC: comunità cui i membri hanno una Nominazione Amministrativa Comune.

Daniela Padoan parla anche di una certa Identità negata intendendo forse questa inglesità di cui parla alla fine del suo articolo, e questa americanità negate o che non si vogliono concedere se non a stento a uno scrittore come Kureishi e allo stesso presidente degli Stati Uniti…

Forse, per uscire dal dilemma, sarebbe convenuto alla giornalista d’ignorare il padre pachistano dello scrittore e, a chi gli nega la sua americanità, il padre africano di Barak Obama ed insistere invece sull’origine delle loro madri, l’una nobilmente inglese e l’altra altrettanto nobilmente americana…

Passando ad un altro organo d’informazione, del primo mondo anch’esso, il Magazine Littéraire (n. 489 – sett. 2009) dove si discute dello stesso falso problema, dalle chiacchiere del giornalista Tâm Van Thi con gli scrittori francesi d’origine cubana Eduardo Manet, afghana Atiq Rahimi e marocchina Tahar Benjelloun risulta ciò che segue:

- “L’immigrazione non è fatta solo di date, statistiche e quote, ma prima di tutto di destini individuali.”

L’immigrazione è fonte d’ispirazione nel senso che essa nutre il cinema, la letteratura e tutte le altre forme d’arte e di spettacolo.

È il sogno di un altrove migliore ma è anche e soprattutto la fabbrica della nostalgia, bella poesia, per un paese meraviglioso, un tempo magico: un paradiso perduto…

È l’altro passo di Voltaire: l’illustre filosofo sapeva bene che ogni società, indipendentemente dalle epoche storiche e dalle retoriche dei discorsi sulla tolleranza e la libertà dei suoi singoli componenti, ha i propri tabù, poiché se li inventa necessariamente, e le proprie linee rosse da non oltrepassare.

Tabù e limiti da non oltrepassare da parte degli individui perché la società è pronta a difenderli, se necessario, col sangue, il ferro e il fuoco.

L’immigrazione è anche la liberazione della sensibilità che, grazie alla lingua nuova, inganna la censura e raggira il vecchio linguaggio puritano e limitante.

 

Lo scrittore e la lingua di seconde nozze

Qui però bisogna stare attenti: quando Rahimi dice “Vivendo in Francia, sono protetto dalla legge di questo paese di accoglienza.” … “Inoltre la lingua francese mi permette di parlare con più libertà.”, riferisce in realtà un’impressione, perché le parole nuove, se non ti censurano, ciò significa paradossalmente che le conosci solo a metà, se non superficialmente.

Quindi più la lingua diventa viscerale, più le parole diventano cruente e crude, e più questo eccesso ci impone dei paletti, degli altolà …

“La lingua materna m’impone limiti e tabù”!!! Si lamenta Rahimi, ma non solo lui; anche in Algeria e nei paesi culturalmente alienati la pensano come lui.

Certo ogni lingua ha i propri tabù, solo che a volte gli stranieri non li conoscono, non li sanno identificare e pensano quindi d’essere liberi e di farla franca con i loro sfrenati deliri e non-detti. Pensano cioè che la lingua di seconde nozze sia più permissiva e più compiacente.

Più la parola sa appropriarsi della cultura, più ha fiato e forza. E solo Iddio sa, e anche i lingua-madre un po’, quanto la lingua sia vasta e la cultura a cui essa attinge inespugnabile per chi la sposa in seconde nozze.

Le parole saranno tanto dure da non poter cedere ai molli denti del neofita linguistico. Bisogna avere la capacità di torcere queste parole, non per umiliarle o calpestarle, ma per farne zampillare getti di senso e di sensazioni. Ed il nostro neofita tendenzialmente non sa - o l’euforia dell’ignoranza autosufficiente lo rende cieco – che non può controllare le sensazioni liberate perché non le conosce e ne ignora l’esistenza.

Il nostro neofita in questo auto-inganno assomiglia un po’ alla scimmia di Rimbaud travestita da tigre: diventa più atroce della cattiva tigre.

Che razza di scrittore sarà Rahimi - e colui chi si trova nella sua stessa privilegiata e protetta condizione - se non è capace di sfidare la propria lingua e liberarla/si dalle barriere che porta con sé ed impone ai propri figli?

Che merito pretende di acquisire questo tipo di scrittori assistiti, se non sono in grado di commettere l’incesto con la propria lingua madre, di torcerle il corpo, di liberarla, di fecondarla ?

Oppure Rahimi è simile in questo alla gente del terzo mondo colonizzabile e volta all’assistenzialismo e al paternalismo del primo mondo ed è allora per questo che aspetta che le sfide alla lingua e ai costumi vengano fatte da altri per suo conto?

E poi, se si tratta veramente di violentare la lingua francese, non penso che essa abbia aspettato che venisse un Rahimi per farlo, per la semplice ragione che è arrivato in ritardo.

Non potrà mai avere il genio né l’audacia di farlo: ya dakhil mis’r minnek uluf. “O tu che vieni in Egitto, di te ce ne sono migliaia.”

Forse Rahimi pensa di ghettizzare la sua lingua madre, mentre in realtà è il francese che malmena senza saperlo, sfondando così delle porte già largamente aperte…

Quanto alla apparente licenza o permissività della lingua, essa non è che un’illusione: Atiq Rahimi è di recente immigrazione in Francia e la lingua che conosce non è che una piccola spiaggia sperduta nell’oceano immenso che è la lingua francese.

Così qualsiasi scrittore straniero potrebbe usare delle parole senza mai sapere che effetto farebbero sulla sensibilità di una persona che ha bevuto quella lingua col latte materno fin dalla prima infanzia.

Personalmente mi succede spesso di usare - pronunciandole o scrivendole - espressioni e parole italiane o anche francesi che suonano raccapriccianti, come arcaismi, schifezze da bassi-fondi, parolacce, stonature… senza accorgermi della grande costernazione o dell’orrore che esse provocano nei miei interlocutori italiani o francesi.

 

Individualismo e arte

Le opere degli immigrati non possono ridursi al tema che esse trattano.

Ma in realtà che cos’è l’individualismo se non una forma d’esilio o d’immigrazione, un distaccamento dalla propria comunità, in un mondo nuovo, inedito, unico, appunto l’universo di esclusiva proprietà dell’individuo.

Forse è questo che Edouardo Manet intende quando dice: “Ci sono tanti esiliati o immigrati quanti sono i grani della sabbia in una spiaggia.”

Cosa che ribadisce a modo suo Tahar Benjelloun: “Per me, la categoria letteratura dell’immigrazione non esiste. La letteratura è la letteratura. Essa tratta giusto dei temi diversi. Nonostante le nostre storie personali, abbiamo il diritto e anche il dovere di occuparci di altre questioni che non siano solo esilio o immigrazione.”

In quanto scrittore, personalmente sono per la chiarezza, anche se l’arte richiede l’ambiguità o come dice la poetessa serba Ljubisa Selic: “Ciò che è bello sa d’ombra e di sospetto”.

Chiarezza necessaria per il funzionamento della mente, la mia mente.

Ma attenzione, la realtà che rappresento è paradossalmente ambigua, come tutti gli altri fenomeni che di senso ne hanno in quanto esistono le menti che li trattano o li contengono e gli sguardi che li scrutano.

Il ritratto di Gramsci, con gli occhialini da vista, l’abito austero come il suo sguardo, può dire tutto di Gramsci? Può dire altrettanto del suo autore o di tutti coloro che lo guardano?

Comunque siano le cose e le teorie, nessuno potrà saperne veramente nulla più di ciò che il proprio sguardo ci ha messo… a parte forse gli occhi dei maniaci della classificazione.

Ma la verità rimane, come dice il poeta americano Kenneth White, sempre parziale:

Walking along the shore of that Island

He wrote:

Even if you stumble

On some rocks of the truth

You’ll never know it all

He spoke of sea, wind, earth

Clouds and rivers

And said that god was round.

Percorrendo le coste dell’ isola // scrisse: // anche se inciamperete // in qualche pietra di verità // non la conoscerete mai del tutto // parlò di mare, vento, terra // nuvole e fiumi // e disse che dio era tondo.

Ma la cosa strana è che né Giuliano Buzzao, né Il Fatto Quotidiano, né il Magazine Littéraire hanno posto il problema del perché ad esempio la romanziera americana Donna Leon, che vive e scrive a Venezia (e per giunta vieta la traduzione dei suoi libri in italiano!), o Ezra Pound, che finì i suoi giorni in Liguria, non vengono mai considerati come scrittori immigrati, né Kafka che scriveva in tedesco o Paul Bowles che visse più di sessanta anni a Tangeri o Beckett, il “parigino”, e tanti altri scrittori europei che vivono in America ad esempio o altrove nel mondo e che scrivono in lingue “straniere”.

La fisica di Einstein è fisica di immigrazione forse? È una fisica migrante?

Mi si dirà che è assurdo!!

Ma è proprio questa assurdità che il mio scritto cerca di denunciare riguardo all’impropria appendice “migrante” appiccicata al termine letteratura.

Ma se fosse il fatto di emigrare e di stabilirsi in un altro paese o in un’altra area linguistica, adottandone la lingua, che costituisce il criterio di definizione dello scrittore migrante/immigrato, sarebbe allora lecito parlare di una letteratura di immigrazione, a patto però di includere tutti gli scrittori per i quali si verifica una tale condizione.

Sappiamo benissimo però che una tale denominazione concerne solo gli scrittori del terzo mondo… E solamente nel loro caso la letteratura sembra essere sinonimo d’immigrazione.

Ed è questa mutilazione concettuale che ci fa sospettare, e aborrire anzi, l’appellativo di letteratura della migrazione/immigrazione. Perché vi vediamo un vero e proprio disegno, spesso non confessato, ma non per questo meno palese, da parte dei detentori del potere di denominare le cose e le anime, di classificarle, di etichettarle… vi leggiamo il disegno di escludere la massa degli scrittori terzo-mondani dagli scrittori primo-mondani.

Ai primi dunque andrebbe la letteratura di testimonianza e delle geremiadi sui loro disagi e la loro alienazione.

Ai secondi invece andrebbe la letteratura divina, nel senso di pura sublimazione e di pura creatività, piena di senso e di sensibilità…

“Pensa a tutto quello che vuoi, ma rifletti attentamente su quello che dici” avrebbe consigliato Rimbaud, invitando chi scrive al rigore logico e alla precisione non solo linguistica ma anche concettuale, mettendo in guardia dal cadere nella imprecisione e nella faciloneria. Immaginiamo cosa avrebbe detto agli apprendisti-specialisti esperti in classificazione!

 

Abdelmalek Smari

 

 

 

 

 

 

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