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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Cherry picking O de La mistificazione nel caso del massacro dei due senegalesi a Firenze

 “In questa umana convivenza assai

colma di errori e di sofferenze che

cosa ci può confortare di più se non

la fede non falsa e l’affezione reciproca

di buoni e veri amici?”

(Agostino, La città di dio. XIX, 8)

 

 

Cherry picking

Che sia qui o altrove, le ciliegie si raccolgono nella stessa maniera: “I bei frutti nel mio cestino, quelli rovinati all’albero”.

È l’arte della mistificazione per eccellenza.

E una mistificazione è sempre il nome rispettabile di un’ingiustizia ; così, ad esempio, l’assassino dei due senegalesi a Firenze viene presentato d’emblée da un’agenzia di stampa, ripresa poi da un rispettabile tg, come un folle!

L’agenzia lo presenta non come una persona (se per onestà intellettuale non vogliamo sostituirci alla giustizia) né come un criminale assassino (se vogliamo esprimere - in quanto esseri umani, solidali con i nostri simili - una rabbia del resto legittima); come per dire: “ma non esageriamo, dai!”

Folle, come per dire che il suo crimine è un atto isolato; mentre si tratta del frutto di condizionamento all’odio e alla xenofobia sistematico, di stampo fascista, ahinoi spesso svolto se non addirittura sponsorizzato dall’interno di certi parlamenti europei (mi riferisco ad esempio all’ossessivo discorso velenoso di alcuni esponenti della Lega nord qui in Italia).

Ma non c’è solo il “razzismo istituzionale” che inneggia e aizza i frustrati a farsi delle vere e proprie guerre gli uni agli altri, guerre spietate, continue, eterne...

C’è anche il mondo mediatico che ha anch’esso una sua responsabilità: Vittorio Feltri, ad esempio, l’editorialista di Il Giornale quotidiano della famiglia Berlusconi, ha cercato di relativizzare la portata del massacro di Firenze: « Siamo soltanto in presenza di un individuo che (...) aveva già mostrato che non era sano di mente. Un folle, niente di più. »! Jeune Afrique 18-12-2011

Ma chi è questo criminale? Si tratta di “Gianluca Casseri, che fu membro di « Casa Pound », un’organizzazione neofascista fanatica delle tesi identitarie che stigmatizzano gli stranieri e cui il nome fa riferimento al poeta americano Ezra Pound, che, negli anni 1940, a apertamente sostenuto le teorie razziste del dittatore fascista Benito Mussolini.” J.A.

Comunque Feltri, come tanti altri intellettuali e pubblicisti di parecchi mass media, la pensa come Sébastien Manifitat, responsabile delle relazioni pubbliche a Casa Pound che aveva annunciato che era l’atto di « un pazzo, un uomo che ha perso la ragione». J.A

 

Scuse post mortem

Si dice anche (J.A.) che il presidente della “casa” razzista Gianluca Iannone ha espresso all’ambasciatore del Senegal a Roma “la sua condanna totale e incondizionata del folle [ancora!] gesto che ha insanguinato Firenze”.

E servono le scuse post mortem, davvero ? non era forse meglio educare la gente al rispetto delle persone, censurare le ideologie dell’odio e della violenza e prendere delle misure efficaci e sistematiche per far tacere una volta per tutte i discorsi dell’odio invece di banalizzarne l’orrore?

Sicuramente se i due malcapitati potessero riavere la parola, come i personaggi di Spoon river, loro direbbero: “Che ce l’ha fatta fare?! A che serve lasciare il nostro paese, le nostre famiglie, i nostri amori per venire a morire qui ingiustamente simili a dei cani randagi?”

Se potessero riavere la forza della volontà e la lucidità della coscienza, semplicemente, prenderebbero e se ne andrebbero senza mai più ripensare di cercare un paese rose-bonbon o di pretendere a un tale lusso… letale.

Ma se, nella loro vita, essi ebbero effettivamente la forza della volontà, la lucidità della coscienza queste furono loro obnubilate dalla forte spinta istintiva di muoversi, di andarsene e di approdare comunque da qualche parte lontano dal proprio paese.

L’istinto è cieco e sordo ai suoni e ai colori della artificiale geografia, le artificiali frontiere, il falso territorio.

L’unico territorio che l’istinto riconosce e sente è quello etologico, biologico: quello mobile che si sposta assieme all’organismo auto-spostabile e a tutto ciò che costituisce e lo spazio vitale e i mezzi di sopravvivenza inerenti a questo organismo e che lo accompagnano.

Certo, nella specie umana, c’è chi non può che rispondere, rigorosamente, inesorabilmente al richiamo di un tale istinto.

Ma c’è anche chi invece non vi può rispondere poiché sente il richiamo di un altro istinto contrastante al primo e che lo dissuade quindi e lo distrae dal rispondere al primo…

 

Una tremenda meccanica dell’istinto

I calcoli matematici-economici c’entrano poco in questa tremenda meccanica dell’istinto. Perché checche se ne dica l’uomo è ancora fondamentalmente un essere biologico, primitivo come le emozioni e le passioni che lo governano e che governano la sua ragione stessa; altrimenti non ci sarebbero più né crimini né pene, né guerre giuste né guerre illegittime…

Il problema quindi non è più “Perché un senegalese o un algerino o anche un italiano o uno statunitense debbano lasciare i propri paesi per andare in un altro paese che li respinge o non li vuole proprio?” ma “Perché la persona sceglie proprio quel paese o quel altro?” 

È vero che, nel caso di una persona proveniente da un paese del terzo mondo, c’è un certo prestigio nello scegliere l’Italia, la Francia o l’Inghilterra invece di scegliere un altro paese dove è probabile trovare un posto di lavoro…

Ma non è detto che tutti i candidati alla migrazione abbiano le stesse preferenze e le stesse concezioni dei loro spostamenti; dipende dalla sensibilità di ogni ospite/intruso e soprattutto dipende dal profilo psico-culturale ed economico e sociale di ciascun migrante.

La storia recente della migrazione nel mondo dimostra che la maggior parte dei migranti concepiscono la loro migrazione, anche se estremamente necessaria, come una condizione di vita temporanea, legata quindi ad un progetto preciso con scadenza più o meno breve: trovare un lavoro per migliorare la propria condizione di vita…

Magari l’accoglienza non è garantita o lascia da desiderare… poco importa poiché per il migrante si tratta di un sacrificio necessario come ogni altro sacrificio.

E poi la fatica non è eterna, e ciò che conta è il risultato…

In fatti, una volta questo obiettivo realizzato, egli se ne torna a casa sua. La emigrazione algerina in Francia ad esempio è stata di questo tipo, cioè temporanea, fino agli anni ’80 del secolo scorso.

Quelli che emigravano senza una decisa voglia di ritornare furono una minore minoranza e per dei motivi molto sofisticati (culturali, politici, filosofici…).

Per queste considerazioni i migranti sofisticati potevano scegliere una forma più duratura e magari definitiva della loro migrazione. La loro preparazione intelletto-culturale li rende più o meno immune da ogni forma di alienazione.

Essi non temono quindi l’assimilazione (e il gruppo si fida della loro forte personalità) perché tutto ciò a cui il loro percorso migrazionale espone è un’integrazione dignitosa; nel senso che loro non possono che  arricchire la loro personalità coi valori del paese ospitante, ed arricchire quest’ultimo dei loro valori originali…

 

I bei tempi della migrazione…

In entrambi i casi, il paese ospitante, la Francia, non ne risentiva il peso: anzi essa e tutti i paesi dell’Europa (che erano allora in piena ricostruzione dopo la seconda grande guerra) approfittavano della mano d’opera a buon mercato, delle competenze tecniche ed intellettuali e delle varie opportunità demografiche, economiche e culturali che gli ospiti/intrusi veicolavano e di cui erano (e sono tuttora) dotati

Non dimentichiamo che l’uomo è in sé una risorsa inesauribile anche se è nudo e non ha un soldo; basta saperlo indirizzare ed apprezzarne le illimitate potenzialità.

Questo è il ruolo della politica, ma essendo purtroppo sotto le forti pressioni delle forze ostili ed egoistiche, essa si comporta come se non avesse coscienza di quelle ricchezze virtuali, possibilissimi, né avesse la volontà di cercarle e di farle fruttare per il bene comune…

Purtroppo!

Invece di sviluppare una cultura positiva che semina e frutta amicizia e affezione reciproca fra i cittadini autoctoni e i loro ospiti, si ha tendenza a colmare il paese e i cuori dei cittadini di pregiudizi, di paure e di sofferenze.

Come siamo arrivati a questa situazione in cui tutti i candidati alla emigrazione nel mondo scelgono un numero ristrettissimo di paesi (sempre gli stessi paesi: i paesi rose-bonbon)?

Oggettivamente, bisogna riconoscerlo, questi paesi non ne possono più non perché essi sono cattivi o mancano loro la buona volontà o la buona fede, ma solamente perché non hanno le forze necessarie per accogliere e prendersi cura di quelle fiumane ininterrotte di immigrati.

Questa situazione è esasperante perché deborda le forze dei poteri pubblici di quei paesi prediletti e le loro capacità reali e suscita un disagio vero e forte nei loro cittadini; disagio che va dalla ostilità passiva, insofferenza educata o sorridente, a quella attiva che può generare episodi pericolosi come quello di Torino o quello di Firenze per citarne alcuni più freschi, qui in Italia.

In questo caso, non servono discorsi sulla razzismicità o meno di questo o quest’altro popolo ma di auspicare o, meglio, esigere che la giustizia faccia il suo lavoro e punisca i rei e i criminali. Punto e basta!

 

Alcune cause

Le cause di questo malessere sono tante. Per quanto mi riguarda, io penso che se oggi siamo arrivati a criminalizzare una legittima spinta della vita, cioè il fatto di spostarsi, è in primis perché i paesi che io ho chiamato rose-bonbon si sono lasciati osteggiare e ricattare dalle voraci multinazionali.

Dopo aver spompato mediante il sistema coloniale i paesi deboli, questi paesi in mani alle multinazionali hanno istituito il neo colonialismo che ha impoverito ancora di più i popoli poveri.

Ma negli anni ’80 del secolo scorso c’era ancora qualche possibilità di scegliere fra tanti paesi: la gente si rifugiava, tra altri paesi, negli stessi paesi colonizzatori. E poi negli stessi anni ci sono stati dei paesi che si erano arricchiti grazie al petrolio.

Questi paesi hanno avuto un grande bisogno di mano d’opera e ne hanno assorbito fiumane intere per anni e anni!

Ma purtroppo (e qui è la seconda causa) la non meno vorace e crudele industria bellica ha creato e non fa che creare guerre in questi paesi ricchi ma fragili per sottometterli ai loro diktat e smerciare soprattutto i loro prodotti letali.

Così crearono le guerre del golfo dalla prima (Irak/Iran) a quella di Bush padre che aveva spossato l’Irak, il Koweit, l’Arabia Saudita che ospitavano fino allora centinaia di migliaia se non milioni di immigrati, fino alla least but not last Libia.

Lo Yemen, la Tunisia, il Sudan, la Siria, così come i paesi balcanici e quelli detti dell’Est, non sono capaci di impiegare e accogliere quindi altri immigrati; al contrario adesso sono loro a venire ingrossare le schiere dei candidati all’immigrazione nei paesi rose-bonbon.

Purtroppo questi stati tamponi (petroliferi) sono stati distrutti direttamente o indirettamente e tutti gli immigrati che ci vivevano sono andati a cercare opportunità in altri paesi stabili e garanti di un posto di lavoro sicuro e decente.

E dove si trova in questo periodo di grandi ed ampie caotizzazioni, un posto di vita esente di un disfacimento economico o di una guerra, se non in un paese rose-bonbon?

Una parte non indifferente di questi paesi rose-bonbon sono responsabili di questa caotizzazione del mondo.

Non bisogna nemmeno essere onesto per riconoscerlo. E i benefici che se ne ricavano non sono un segreto per nessuno se non per gli ancora alienati, mistificatori od opportunisti.

Questi paesi ricchi hanno creato il disastro che vediamo nei paesi dei dannati della terra e chiuso le loro frontiere. E qui è la terza grande causa del nostro male internazionale.

Per quelli che lo fanno in buona  fede, sbagliano; essi in realtà non fanno i conti con alcune regole fondamentali della psicologia umana come quella che abbiamo nel nostro DNA di sfidare le difficoltà, anche se a volte, paradossalmente, ci lasciamo volentieri la pelle.

In realtà questa regola procede dalla volontà stessa di vivere. E per causa: se l’essere vivente dovesse gettare la spugna di fronte alla minima difficoltà che gli sbarra la strada alla vita, le specie viventi si sarebbero estinte già all’alba della loro esistenza.

 

Che fare?

Allora se vogliamo veramente sradicare ogni problematicità dal fenomeno umano, troppo umano, che è quello della mobilità umana (e della vita direi, perché anche le altre specie hanno questa fregola), bisogna che le ONG, i cittadini, la società civile, i politici, gli intellettuali, gli artisti dei nostri paesi reciproci lavorino presso i propri governi per portarli a rinunciare all’economia dello sfruttamento e alla cultura bellica.

Quanto agli stati dei paesi rose-bonbon – che si dicono civili - che la smettano di creare guerre nei paesi della miseria.

Che la smettano di fare finta di aiutarli vendendo loro le armi e i veleni e gli strumenti della distruzione.

Sarebbe meglio e più intelligente, se dall’alto del loro olimpo, questi paesi dettisi civili concedessero di aiutare i dannati della terra invece coi  libri e con la buona educazione alla pace e al rispetto fra i popoli.

Che i paesi rose-bonbon accettino qualche volta anche loro di cogliere un po’ di ciliegie marce, se non altro per liberarne l’albero; farsi l’autocritica, riconoscere la loro responsabilità passiva e pure quella attiva nel generare e alimentare questo tipo di problemi ed assumere i propri fallimenti o errori…

 

Milano, il 14-12-11 per Pieve Emanuele

 

Post scriptum :

Nell’articolo « Immigration clandestine : La LADDH dénonce de nouvelles expulsions de subsahariennes » parso sul quotidiano algerino El Watan 13.12.11 | 15h47, la giornalista Mina Adel parla del rischio per cinque donne subsahariane coi loro bambini d’essere respinti a loro volta dopo che, una settimana prima, altre cinque donne sono state espulse.

Questo tipo di provvedimento, questo guardiennaggio, non è nuovo per i paesi della sponda sud del mediterraneo; è anzi un compito di cui i paesi rose-bonbon li hanno incaricati, quando sono riusciti a fare di questi paesi un prolungamento dei loro territori!

La Libia dell’ultimo Gheddafi ha svolto impeccabilmente questo compito, ricordiamocelo… e ricordiamoci anche quale ne fu la ricompensa per quel fu gendarme, per la sua famiglia e per il suo paese soprattutto…

 

Abdelmalek Smari

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