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Dimanche 18 décembre 2011 7 18 /12 /Déc /2011 22:54

 “In questa umana convivenza assai

colma di errori e di sofferenze che

cosa ci può confortare di più se non

la fede non falsa e l’affezione reciproca

di buoni e veri amici?”

(Agostino, La città di dio. XIX, 8)

 

 

Cherry picking

Che sia qui o altrove, le ciliegie si raccolgono nella stessa maniera: “I bei frutti nel mio cestino, quelli rovinati all’albero”.

È l’arte della mistificazione per eccellenza.

E una mistificazione è sempre il nome rispettabile di un’ingiustizia ; così, ad esempio, l’assassino dei due senegalesi a Firenze viene presentato d’emblée da un’agenzia di stampa, ripresa poi da un rispettabile tg, come un folle!

L’agenzia lo presenta non come una persona (se per onestà intellettuale non vogliamo sostituirci alla giustizia) né come un criminale assassino (se vogliamo esprimere - in quanto esseri umani, solidali con i nostri simili - una rabbia del resto legittima); come per dire: “ma non esageriamo, dai!”

Folle, come per dire che il suo crimine è un atto isolato; mentre si tratta del frutto di condizionamento all’odio e alla xenofobia sistematico, di stampo fascista, ahinoi spesso svolto se non addirittura sponsorizzato dall’interno di certi parlamenti europei (mi riferisco ad esempio all’ossessivo discorso velenoso di alcuni esponenti della Lega nord qui in Italia).

Ma non c’è solo il “razzismo istituzionale” che inneggia e aizza i frustrati a farsi delle vere e proprie guerre gli uni agli altri, guerre spietate, continue, eterne...

C’è anche il mondo mediatico che ha anch’esso una sua responsabilità: Vittorio Feltri, ad esempio, l’editorialista di Il Giornale quotidiano della famiglia Berlusconi, ha cercato di relativizzare la portata del massacro di Firenze: « Siamo soltanto in presenza di un individuo che (...) aveva già mostrato che non era sano di mente. Un folle, niente di più. »! Jeune Afrique 18-12-2011

Ma chi è questo criminale? Si tratta di “Gianluca Casseri, che fu membro di « Casa Pound », un’organizzazione neofascista fanatica delle tesi identitarie che stigmatizzano gli stranieri e cui il nome fa riferimento al poeta americano Ezra Pound, che, negli anni 1940, a apertamente sostenuto le teorie razziste del dittatore fascista Benito Mussolini.” J.A.

Comunque Feltri, come tanti altri intellettuali e pubblicisti di parecchi mass media, la pensa come Sébastien Manifitat, responsabile delle relazioni pubbliche a Casa Pound che aveva annunciato che era l’atto di « un pazzo, un uomo che ha perso la ragione». J.A

 

Scuse post mortem

Si dice anche (J.A.) che il presidente della “casa” razzista Gianluca Iannone ha espresso all’ambasciatore del Senegal a Roma “la sua condanna totale e incondizionata del folle [ancora!] gesto che ha insanguinato Firenze”.

E servono le scuse post mortem, davvero ? non era forse meglio educare la gente al rispetto delle persone, censurare le ideologie dell’odio e della violenza e prendere delle misure efficaci e sistematiche per far tacere una volta per tutte i discorsi dell’odio invece di banalizzarne l’orrore?

Sicuramente se i due malcapitati potessero riavere la parola, come i personaggi di Spoon river, loro direbbero: “Che ce l’ha fatta fare?! A che serve lasciare il nostro paese, le nostre famiglie, i nostri amori per venire a morire qui ingiustamente simili a dei cani randagi?”

Se potessero riavere la forza della volontà e la lucidità della coscienza, semplicemente, prenderebbero e se ne andrebbero senza mai più ripensare di cercare un paese rose-bonbon o di pretendere a un tale lusso… letale.

Ma se, nella loro vita, essi ebbero effettivamente la forza della volontà, la lucidità della coscienza queste furono loro obnubilate dalla forte spinta istintiva di muoversi, di andarsene e di approdare comunque da qualche parte lontano dal proprio paese.

L’istinto è cieco e sordo ai suoni e ai colori della artificiale geografia, le artificiali frontiere, il falso territorio.

L’unico territorio che l’istinto riconosce e sente è quello etologico, biologico: quello mobile che si sposta assieme all’organismo auto-spostabile e a tutto ciò che costituisce e lo spazio vitale e i mezzi di sopravvivenza inerenti a questo organismo e che lo accompagnano.

Certo, nella specie umana, c’è chi non può che rispondere, rigorosamente, inesorabilmente al richiamo di un tale istinto.

Ma c’è anche chi invece non vi può rispondere poiché sente il richiamo di un altro istinto contrastante al primo e che lo dissuade quindi e lo distrae dal rispondere al primo…

 

Una tremenda meccanica dell’istinto

I calcoli matematici-economici c’entrano poco in questa tremenda meccanica dell’istinto. Perché checche se ne dica l’uomo è ancora fondamentalmente un essere biologico, primitivo come le emozioni e le passioni che lo governano e che governano la sua ragione stessa; altrimenti non ci sarebbero più né crimini né pene, né guerre giuste né guerre illegittime…

Il problema quindi non è più “Perché un senegalese o un algerino o anche un italiano o uno statunitense debbano lasciare i propri paesi per andare in un altro paese che li respinge o non li vuole proprio?” ma “Perché la persona sceglie proprio quel paese o quel altro?” 

È vero che, nel caso di una persona proveniente da un paese del terzo mondo, c’è un certo prestigio nello scegliere l’Italia, la Francia o l’Inghilterra invece di scegliere un altro paese dove è probabile trovare un posto di lavoro…

Ma non è detto che tutti i candidati alla migrazione abbiano le stesse preferenze e le stesse concezioni dei loro spostamenti; dipende dalla sensibilità di ogni ospite/intruso e soprattutto dipende dal profilo psico-culturale ed economico e sociale di ciascun migrante.

La storia recente della migrazione nel mondo dimostra che la maggior parte dei migranti concepiscono la loro migrazione, anche se estremamente necessaria, come una condizione di vita temporanea, legata quindi ad un progetto preciso con scadenza più o meno breve: trovare un lavoro per migliorare la propria condizione di vita…

Magari l’accoglienza non è garantita o lascia da desiderare… poco importa poiché per il migrante si tratta di un sacrificio necessario come ogni altro sacrificio.

E poi la fatica non è eterna, e ciò che conta è il risultato…

In fatti, una volta questo obiettivo realizzato, egli se ne torna a casa sua. La emigrazione algerina in Francia ad esempio è stata di questo tipo, cioè temporanea, fino agli anni ’80 del secolo scorso.

Quelli che emigravano senza una decisa voglia di ritornare furono una minore minoranza e per dei motivi molto sofisticati (culturali, politici, filosofici…).

Per queste considerazioni i migranti sofisticati potevano scegliere una forma più duratura e magari definitiva della loro migrazione. La loro preparazione intelletto-culturale li rende più o meno immune da ogni forma di alienazione.

Essi non temono quindi l’assimilazione (e il gruppo si fida della loro forte personalità) perché tutto ciò a cui il loro percorso migrazionale espone è un’integrazione dignitosa; nel senso che loro non possono che  arricchire la loro personalità coi valori del paese ospitante, ed arricchire quest’ultimo dei loro valori originali…

 

I bei tempi della migrazione…

In entrambi i casi, il paese ospitante, la Francia, non ne risentiva il peso: anzi essa e tutti i paesi dell’Europa (che erano allora in piena ricostruzione dopo la seconda grande guerra) approfittavano della mano d’opera a buon mercato, delle competenze tecniche ed intellettuali e delle varie opportunità demografiche, economiche e culturali che gli ospiti/intrusi veicolavano e di cui erano (e sono tuttora) dotati

Non dimentichiamo che l’uomo è in sé una risorsa inesauribile anche se è nudo e non ha un soldo; basta saperlo indirizzare ed apprezzarne le illimitate potenzialità.

Questo è il ruolo della politica, ma essendo purtroppo sotto le forti pressioni delle forze ostili ed egoistiche, essa si comporta come se non avesse coscienza di quelle ricchezze virtuali, possibilissimi, né avesse la volontà di cercarle e di farle fruttare per il bene comune…

Purtroppo!

Invece di sviluppare una cultura positiva che semina e frutta amicizia e affezione reciproca fra i cittadini autoctoni e i loro ospiti, si ha tendenza a colmare il paese e i cuori dei cittadini di pregiudizi, di paure e di sofferenze.

Come siamo arrivati a questa situazione in cui tutti i candidati alla emigrazione nel mondo scelgono un numero ristrettissimo di paesi (sempre gli stessi paesi: i paesi rose-bonbon)?

Oggettivamente, bisogna riconoscerlo, questi paesi non ne possono più non perché essi sono cattivi o mancano loro la buona volontà o la buona fede, ma solamente perché non hanno le forze necessarie per accogliere e prendersi cura di quelle fiumane ininterrotte di immigrati.

Questa situazione è esasperante perché deborda le forze dei poteri pubblici di quei paesi prediletti e le loro capacità reali e suscita un disagio vero e forte nei loro cittadini; disagio che va dalla ostilità passiva, insofferenza educata o sorridente, a quella attiva che può generare episodi pericolosi come quello di Torino o quello di Firenze per citarne alcuni più freschi, qui in Italia.

In questo caso, non servono discorsi sulla razzismicità o meno di questo o quest’altro popolo ma di auspicare o, meglio, esigere che la giustizia faccia il suo lavoro e punisca i rei e i criminali. Punto e basta!

 

Alcune cause

Le cause di questo malessere sono tante. Per quanto mi riguarda, io penso che se oggi siamo arrivati a criminalizzare una legittima spinta della vita, cioè il fatto di spostarsi, è in primis perché i paesi che io ho chiamato rose-bonbon si sono lasciati osteggiare e ricattare dalle voraci multinazionali.

Dopo aver spompato mediante il sistema coloniale i paesi deboli, questi paesi in mani alle multinazionali hanno istituito il neo colonialismo che ha impoverito ancora di più i popoli poveri.

Ma negli anni ’80 del secolo scorso c’era ancora qualche possibilità di scegliere fra tanti paesi: la gente si rifugiava, tra altri paesi, negli stessi paesi colonizzatori. E poi negli stessi anni ci sono stati dei paesi che si erano arricchiti grazie al petrolio.

Questi paesi hanno avuto un grande bisogno di mano d’opera e ne hanno assorbito fiumane intere per anni e anni!

Ma purtroppo (e qui è la seconda causa) la non meno vorace e crudele industria bellica ha creato e non fa che creare guerre in questi paesi ricchi ma fragili per sottometterli ai loro diktat e smerciare soprattutto i loro prodotti letali.

Così crearono le guerre del golfo dalla prima (Irak/Iran) a quella di Bush padre che aveva spossato l’Irak, il Koweit, l’Arabia Saudita che ospitavano fino allora centinaia di migliaia se non milioni di immigrati, fino alla least but not last Libia.

Lo Yemen, la Tunisia, il Sudan, la Siria, così come i paesi balcanici e quelli detti dell’Est, non sono capaci di impiegare e accogliere quindi altri immigrati; al contrario adesso sono loro a venire ingrossare le schiere dei candidati all’immigrazione nei paesi rose-bonbon.

Purtroppo questi stati tamponi (petroliferi) sono stati distrutti direttamente o indirettamente e tutti gli immigrati che ci vivevano sono andati a cercare opportunità in altri paesi stabili e garanti di un posto di lavoro sicuro e decente.

E dove si trova in questo periodo di grandi ed ampie caotizzazioni, un posto di vita esente di un disfacimento economico o di una guerra, se non in un paese rose-bonbon?

Una parte non indifferente di questi paesi rose-bonbon sono responsabili di questa caotizzazione del mondo.

Non bisogna nemmeno essere onesto per riconoscerlo. E i benefici che se ne ricavano non sono un segreto per nessuno se non per gli ancora alienati, mistificatori od opportunisti.

Questi paesi ricchi hanno creato il disastro che vediamo nei paesi dei dannati della terra e chiuso le loro frontiere. E qui è la terza grande causa del nostro male internazionale.

Per quelli che lo fanno in buona  fede, sbagliano; essi in realtà non fanno i conti con alcune regole fondamentali della psicologia umana come quella che abbiamo nel nostro DNA di sfidare le difficoltà, anche se a volte, paradossalmente, ci lasciamo volentieri la pelle.

In realtà questa regola procede dalla volontà stessa di vivere. E per causa: se l’essere vivente dovesse gettare la spugna di fronte alla minima difficoltà che gli sbarra la strada alla vita, le specie viventi si sarebbero estinte già all’alba della loro esistenza.

 

Che fare?

Allora se vogliamo veramente sradicare ogni problematicità dal fenomeno umano, troppo umano, che è quello della mobilità umana (e della vita direi, perché anche le altre specie hanno questa fregola), bisogna che le ONG, i cittadini, la società civile, i politici, gli intellettuali, gli artisti dei nostri paesi reciproci lavorino presso i propri governi per portarli a rinunciare all’economia dello sfruttamento e alla cultura bellica.

Quanto agli stati dei paesi rose-bonbon – che si dicono civili - che la smettano di creare guerre nei paesi della miseria.

Che la smettano di fare finta di aiutarli vendendo loro le armi e i veleni e gli strumenti della distruzione.

Sarebbe meglio e più intelligente, se dall’alto del loro olimpo, questi paesi dettisi civili concedessero di aiutare i dannati della terra invece coi  libri e con la buona educazione alla pace e al rispetto fra i popoli.

Che i paesi rose-bonbon accettino qualche volta anche loro di cogliere un po’ di ciliegie marce, se non altro per liberarne l’albero; farsi l’autocritica, riconoscere la loro responsabilità passiva e pure quella attiva nel generare e alimentare questo tipo di problemi ed assumere i propri fallimenti o errori…

 

Milano, il 14-12-11 per Pieve Emanuele

 

Post scriptum :

Nell’articolo « Immigration clandestine : La LADDH dénonce de nouvelles expulsions de subsahariennes » parso sul quotidiano algerino El Watan 13.12.11 | 15h47, la giornalista Mina Adel parla del rischio per cinque donne subsahariane coi loro bambini d’essere respinti a loro volta dopo che, una settimana prima, altre cinque donne sono state espulse.

Questo tipo di provvedimento, questo guardiennaggio, non è nuovo per i paesi della sponda sud del mediterraneo; è anzi un compito di cui i paesi rose-bonbon li hanno incaricati, quando sono riusciti a fare di questi paesi un prolungamento dei loro territori!

La Libia dell’ultimo Gheddafi ha svolto impeccabilmente questo compito, ricordiamocelo… e ricordiamoci anche quale ne fu la ricompensa per quel fu gendarme, per la sua famiglia e per il suo paese soprattutto…

 

Abdelmalek Smari

Par Malik - Publié dans : rencontres algériennes - Communauté : Points d'appui
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Lundi 5 décembre 2011 1 05 /12 /Déc /2011 23:11

 

« Il n’est douteux pour personne que deux motifs nous déterminent dans nos connaissances : l’autorité et la raison. Pour moi, je suis persuadé qu’on ne doit, en aucune manière, s’écarter de l’autorité de Jésus-Christ [de Dieu, s’entend], car je n’en trouve pas de plus puissante. Quant aux choses qu’on peut examiner par la subtilité de la raison (car, du caractère dont je suis, je désire avec impatience ne pas croire seulement la vérité, mais l’apercevoir par l’intelligence), j’espère trouver chez les platoniciens beaucoup d’idées qui ne seront point opposées à nos saints mystères. » Aurèle Augustin

http://webcache.googleusercontent.com/search?hl=it&q=cache:XdAZ-l8MEtUJ:http://fr.wikipedia.org/wiki/Augustin_d'Hippone+mort+de+saint+augustin&ct=clnk

 

Entre Augustin et Ghazali

« Lorsqu’elle [l’âme] se sera rendue suffisamment belle, elle osera se présenter devant Dieu, la source d’où le vrai découle, le père de la vérité.  » c’est Augustin qui parle et on dirait que c’est Ghazali, que ce sont ses mots, ses idées et son espoir existentiel !

Il y a en Ghazali tout ce que j’ai reconnu en Augustin : le culte de la connaissance, l’aversion du monde et l’humiliation du propre orgueil, l’amour profond de dieu, l’action coupable de l’homme et de ses passions, l’investigation scrupuleuse de soi jusqu’à la "manie", le scepticisme, la haine pour les bavardages muets

Tous les deux étaient des philosophes passionnés, épris de l’objet de leur recherche, de leur étude et de leur méditation, c’est-à-dire : la religion, cette dimension existentielle, quoi qu’on en dise, fondamentale pour la vie de l’homme.

On raconte qu’un jour, pendant un voyage à travers le désert, la caravane de Ghazali fut attaquée et pillée. Il y avait perdu ses livres aussi. Ça lui faisait mal de ne pas avoir pu sauver ses livres, un trésor inestimable pour l’époque.

Il décida alors de ne plus compter sur les livres et il affirma que "le savoir est dans la tête, pas dans le calepin", en arabe cette phrase est en rime.

Plus tard, en parlant de la connaissance comme source intérieure, Ghazali citait Ali, le gendre et cousin du prophète et père de la mystique musulmane : « Ali, dit-il, désignait son cœur et disait que c’est là le creuset d’un savoir infini mais qui reste inexprimable pour ceux qui ne savent écouter leurs cœurs ».

Cette écoute est la condition fondamentale pour chaque apprentissage : donc il faut savoir écouter son propre cœur et être libres pour apprendre.

Avant Ghazali, Augustin aussi avait dit : « Quand c’est le cœur à nous harceler pour qu’il sorte à la lumière ce qu’il conçoit. »

Comme dira Goethe plus tard : « On n’apprend que ce qu’on aime » ; un thème central des thèses d’Augustin.

« Et elle (l’âme) retrouva la lumière qui l’avait inondée… parce que si elle n'en avait aucune idée elle ne pouvait pas être si certaine de le préférer au muable. » explique Augustin dans ses “Confessions”

Ghazali, lui aussi, évoque « un arbre béni, ni oriental ni occidental, dont l’huile seule pourrait éclairer, même si aucun feu ne la touche » ; un arbre avec lequel l’esprit tend à rendre compte de ce maître intérieur, le cœur justement (cette particule divine que dieu nous a insufflé dedans) grâce auquel, l’homme, en se détachant de la dispersion de l’être et de sa perdition dans les choses inconsistantes, obtient le salut, la contemplation de la splendeur de dieu…

Outre le fait de partager l’idée que la connaissance est d’origine sorgive ou interne, les deux philosophes ont en commun d’autres idées et d’autres caractéristiques existentielles.

Augustin se fait humble non seulement devant dieu mais aussi devant ses créatures. De même, Ghazali s’est laissé aller jusqu’à la pauvreté et jusqu’à l’avilissement mondain même lorsqu’il s’était adonné à la mendicité - lui, le courtisan et maître des philosophes de son temps et pas seulement de son temps - pour obtenir une liberté céleste ! Suivit-il, en ça, le fameux conseil di Diogène ?

D’ailleurs ce sujet, cette pratique d’humilier l’âme pour la dompter, était commune à une certaine tradition philosophique classique qui a comme pivot de rotation la tempérance.

Alors qu’Augustin, de sa part, « l’universitaire assouvi - (Magazine Littéraire) -, l’arriviste arrivé, programmé pour un mariage dans le monde meilleur, [lui] renoncera à tout ceci, retournant vers son Afrique natale [l’Algérie] où était en son attente tout un autre destin.

« Je feignais, raconta-t-il, d’avoir fait ce que je n’avais pas fait, pour n’être pas jugé d’autant plus méprisable que j’étais plus innocent et tenu pour d’autant plus vil que j’étais plus chaste[14].  »

C’est une manière de libérer le chemin de la vérité et préparer le cœur à recevoir la grâce divine, à « contempler la lumière du visage de dieu » dirait Ghazali.

L’on arrive à ce bonheur, dit Augustin le Berbère, en éloignant le monde et ses vanités qui nous « éloignaient de toi. »

Ghazali voit dans les éloges et dans les blâmes deux figures d’une même médaille : le mépris. Et Augustin, se demandant comment l’on peut se débarrasser de l’éloge d’autrui, affirme « et je suis un peu meilleur seulement quand je pleure en secret dans le dégoût de moi même, et je cherche ta miséricorde… »

 

La lettre tue…

Un trait commun entre Ghazali et Augustin est le recours à l’instrument passe-partout allégorique, à la métaphore. « La lettre tue, l’esprit vivifie » dit Augustin citant Ambroise.

Ghazali aussi s'en prend à ceux qui interprètent le Coran à la lettre ; quand lui-même, le Hudjat-ul-Islam, hasardait, presque en hérétique, une interprétation du jour du jugement dernier, soutenu en cela par l’allégorie!

Interprétation fort osée puisque l’on voit s’évaporer presque et perdre de consistance la véracité concrète, établie et bien ancrée dans les cœurs et les imaginaires des croyants musulmans, une notion comme celle du jugement dernier.

En effet Ghazali en fait presque une image rhétorique qui se joue au niveau de l’imaginaire personnel de l’individu au courant de ce phénomène de... la foi !

Ainsi Ghazali donne-t-il à penser que le jugement dernier n’est que l’interprétation intime du désarroi de l’homme conscient de sa mort inexorable.

Bien sûr l’illustre Hudjat-ul-Islam ne va pas jusqu’à nier le « grand Jugement » mais entre-temps il lui met de côté ou en face, comme un prélude, ce « petit Jugement ».

Dans ce jour la mort lointaine et, donc, brumeuse et incertaine de l’univers entier - que le verset coranique entend et décrit - devient aussi la mort concrète, la mort physique, la mort personnelle individuelle, de l’individu dans sa solitude !

Et ce n’est pas un hasard si beaucoup dans les terres de l’Islam l’ont considéré et le considérèrent aujourd’hui même comme un hérétique. On a même brûlé ses œuvres et interdit ses enseignements !

Pour Augustin la philosophie n’est plus cet amour pour la connaissance platonique ou contemplatif, mais elle est savoir, elle est connaissance active, salvatrice.

En somme Augustin rattache la recherche métaphysique à l’inquiétude existentielle et au désir du bonheur en la faisant dépendre de cette inquiétude et de ce désir.

Ghazali et Augustin sont deux âmes vacillantes, séduites par la religion comme nouvel assouvissement de leur torturante soif cosmique de la connaissance, soif d’une grâce divine qui prête main forte à une pensée philosophique en crise ou, mieux, à la raison en panne.

« Qu’a-t-elle besoin ma soif, demande Augustin, d’un gentil serviteur, avec toutes ses coupes précieuses ? »

En d’autres termes, la connaissance sert-elle à quelque chose ?

Oui, répond Ghazali, et avant lui Augustin.

Quant aux Écritures Sacrées, elles sont comme un manuel d’instructions qui nous guide dans l’usage de la vie.

Elles sont un prétexte pour affronter le problème de la connaissance d’une façon générale ; problème humain par excellence et typique donc de chaque philosophie et de chaque philosophe.

Inquiétude métaphysique et scepticisme méthodique rapprochent les deux grands penseurs. Ghazali souligne par son parcours philosophique et spirituel cette inquiétude et ce scepticisme.

« Moi, confesse le philosophe berbère, dans les circonstances adverses, je regrette le bien-être, dans le temps du bien-être je crains les adversités. » voilà l’inquiétude existentielle de l’être diagnostiquée chez Augustin.

Ghazali était malade de scepticisme et justement certains le présentent comme le précurseur du doute méthodique de Descartes.

Augustin, même s’il comprend la loi de Moïse en latin, dit : « Comment je pourrais savoir que les choses dites sont vraies aussi ? Si je savais ça aussi, est-ce de lui peut-être que je l’aurais eu à savoir ? Non, dans mon for intérieur, dans le domicile de la pensée, ni hébraïque ni grecque ni latine ni barbare, sans lèvres ni langue, sans bruit de syllabes, la vérité me dirait : "il y est dit vrai" et moi, immédiatement rassuré, je dirais à cet homme-là, ton homme, avec confiance: "tu dis vrai". »

Même pour ce qui concerne la foi et la religion, on peut fonder un parallélisme entre les deux philosophes. La raison, pense Augustin, est comme les yeux et la foi est la lumière qui donne sens à ces yeux.

Et Ghazali, dans son ouvrage "La re-vivification des sciences de la religion", commence avec deux chapitres : l’un sur la liberté, l’autre sur la science et leur rôle dans l’obtention de la foi.

Car la foi n’est pas donnée d’emblée : elle est ce parcours même, ce chemin même, cette via crucis semée d’épines et parfois de roses aussi, cette roue qui se propose à arriver à dieu, à y mener.

Pour Augustin la foi développe l’intelligence parce qu’elle procède à la purification du regard : « Nous ne pourrions pas croire – dit-il - si nous n’étions pas des animaux rationnels. »

Et encore "Credere cum assensione cogitare".

 

Intelliges ut credas

Si quelqu’un m’avait traduit le "Confessions" en arabe et me l’avait présenté comme une œuvre de Ghazali, je l’aurais cru sans l’ombre d’un doute…

Mais maintenant que j’ai lu Augustin, il me vient quelque doute sur l’originalité de Ghazali. "Intelliges ut credas" est l’impératif qui me semble aussi caractériser la pensée de Ghazali, qui parle lui aussi de l’intervention de la grâce divine sans laquelle rien ne pourra être ou exister. Car selon lui, tout vient de dieu et tout ce qui vient de dieu, est bien et donc grâce.

Selon Ghazali aussi, le mal vient de l’éloignement de la loi du cœur où dieu a écrit tout le bien, et de l’attachement à la chair et aux vanités mondaines.

L’aventure philosophique et spirituelle des deux savants est, pour paraphraser le Magazine littéraire: un mysticisme rationnel d’hommes qui n’arrêtent pas d’être penseurs, philosophes, théologiens, profondément marqués par l’expérience quotidienne de la vie et de la recherche spirituelle.

Il a été dit que les livres de Ghazali, pendant qu’ils venaient brûlés en Orient arabe, au Maghreb ils étaient les bienvenus.

Est-ce ici une sorte de retrouvailles de Berbericus avec l’esprit de son illustre aïeul ? l’hypothèse n’est pas seulement séduisante ; elle est fort probable aussi.

Et donc on est en droit de dire que c’est pour ce motif que les Algériens, ayant eu dans le Ghazalisme une philosophie plus ajournée par rapport à celle d’Augustin, l’ont négligée ou, plus exactement, l’ont mise de côté.

L’on pourrait dire donc, tranquillement, que les Algériens étaient les héritiers de Ghazali qui, à son tour, fut héritier d’Augustin, car le savoir n’est la propriété privée de personne, comme dit Wittgenstein ; Tout comme le Coran est la continuation de la Bible.

L’on pourrait dire aussi que l’augustinisme a traversé la pensée philosophique-religieuse arabe ou, encore, que c’était le platonisme - adopté lui aussi par les philosophes arabes – qui fut à l’origine de cette convergence entre les philosophes chrétiens et ceux musulmans.

Ainsi l’on pourrait conclure que Coran et Évangile - étant l’un et l’autre de la même nature - ne puissent porter celui qui les étudie avec esprit platonique et méthode sceptique qu’au même et identique résultat, c’est-à-dire à Augustin ou à Ghazali.

Augustin, et je ne suis pas le seul à le dire, est un génie. Mais il reste un homme. Il nous le dit par sa vie même.

Oui. Augustin se révèle homme à travers les situations qu’il vit, car bien que la situation ne crée pas l’homme, il n’en demeure pas moins vrai qu’elle le révèle à tous les coups.

Les Écritures deviennent une étape sur le chemin de la recherche... de l’homme, justement !

 

Salut de l’âme, salut de Rome

Augustin fut le sauveur de Rome, après avoir été le témoin de son déclin. « Il était un grand héritier de la culture romaine pour ne pas savoir mesurer ce qu’avait été la grandeur de cette civilisation qui avait rayonné sur tout le bassin méditerranéen. » - écrit le Magazine Littéraire se rapportant au De civitate dei.

Plus tard au Maghreb, un autre grand penseur appartenant à la période du déclin de la civilisation arabe, Ibn Khaldoun, dira - en arabe cependant - : « Vita civitatis socialis est ».

Lui aussi cherchait à comprendre et à analyser la montée, la splendeur et le coucher du soleil de la civilisation, mais il s’arrêta à l’analyse.

Sans aucun doute, la splendeur de la Rome classique qui mourait, qui déclinait, avait trop manqué à Augustin pour qu’il la laissait mourir comme ça sans chercher à la réinventer et il fit tout pour la ressusciter de ses cendres.

Avec ses opinions, ses batailles et ses écrits il a réussi à débarrasser le terrain, à l’aménager, pour préparer la montée de l’empire de l’église, cette civitate dei qui est restée vivante et vigoureuse jusqu’à nos jours.

Ibn Khaldoun, son compatriote, n’a pas eu la chance de faire de même pour la civilisation des Arabes ; il s’était limité à en être seulement (ce qui n’était pas peu de choses) son grand observateur et analyste.

Le génie d’Augustin a peut-être été celui de porter la philosophie de l’état de contemplation à celui du Savoir concret qui - comme elle sauve l’homme de la dispersion, de l’inconsistance et de l’usure du temps et de la mort - sauve sa structure sociale.

Salut de l’âme et salut de Rome.

Ainsi était-il arrivé - le saura-t-il jamais ? - à ce pays céleste « Là où la vie est savoir… à atteindre ce pays de la richesse inépuisable où tu pais Israël [la foi] pour l’éternité sur les prés de la vérité. » (Confessions).

 

Abdelmalek Smari

 

* Conférence faite à l’occasion de la semaine augustinienne, le 1er septembre 2007, à Cassago Brianza (Cassiciacum) Varèse pour l’association Historique-culturelle St Augustin.

 

 

Par Malik - Publié dans : rencontres algériennes - Communauté : Points d'appui
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Mardi 22 novembre 2011 2 22 /11 /Nov /2011 23:18

« Par quatre chaînes d’or le monde est retenu ;

Ces chaînes sont : Raison, Foi, Vérité, Justice ;

Et l’homme, en attendant que la mort l’engloutisse,

Pèse sur l’infini, sur Dieu, sur l’univers,

Et s’agite, et s’efforce, orageux, noir, pervers,

Avec ses passions folles ou criminelles,

Sans pouvoir arracher ces ancres éternelles ! »

Victor Hugo « Les quatre jours d’Elciis »

 

Une aurore glorieuse

« Cet homme de la fin de l’ère ancienne, ce chrétien obsédé par les problèmes essentiels de la grâce, de la structure de l’être de Dieu, du Bien, finalement est un écrivain génial. » Encyclopaedia Universalis.

Fils de Patrizio et de Monica, faite sainte elle aussi, Augustin vécut entre 354-430 de l’ère chrétienne.

Il avait un nom latin comme ses descendants  aujourd’hui se choisissent des noms arabes. Et c’est son père qui l’avait appelé Augustinus ou petit Auguste ; tellement il admirait l’auguste empereur !

Il naquit en Algérie à Taghaste, Souk Ahras aujourd’hui, et mourut comme évêque d’Hippone, l’actuelle Annaba, toujours en Algérie.

Il fut un homme d’Église et de religion et rhéteur, et il est resté philosophe surtout. Selon le quotidien algérien, El Moudjahid, ses œuvres sont plus de deux-cents, sans compter les sermons et les lettres qui ont été traduits en toutes les langues. 

Chaque année de par le monde plus de cinq cents publications sont enregistrées sur lui, vie et œuvre, et quinze magazines sont consacrées entièrement à lui.

In “Invito al pensiero di Sant’Agostino” ed. Mursia, Milan 1989, Marco Vanini dit:  « Augustin à Hippone doit donc jouer le rôle de maître et pasteur, administrer les sacrements et assurer le culte divin, prêcher ;

il doit fournir aussi des consultations juridiques et résoudre des problèmes légaux ;

il doit défendre l’Église et la juste foi contre tant d’hérésies présentes ;

il doit faire œuvre apologétique devant l’accusation du paganisme ;

il doit clarifier les points essentiels de la doctrine en fournissant des contributions fondamentales à la pénétration du dogme ;

il doit maintenir des rapports avec l’autorité politique et romaine…

Il fut en contact épistolaire avec les ecclésiastiques d’Occident et d’Orient;

il conseilla les papes…

Sous le profil intellectuel,… l’activité d’Augustin est retenue par trois grandes controverses : avec les manichéens, avec les donatistes et avec Pélage et les pélagiens. »

Paratore dit de lui : « La littérature latine…, à travers Augustin, célébra, juste au moment de l’effondrement de l’empire de l’occident, son déclin, mais avec une lueur si imposante que ce coucher du soleil même se transforma en aurore glorieuse, l’aurore de la nouvelle humanité… » I classici latini v. 2 - Éditeur Bulgarini, Florence 1990.

« Ainsi, dans une œuvre inégalable, Augustin a réussi à maintenir ensemble dans une synthèse puissante l’héritage d’une culture ancienne, dont il n’a pas arrêté de s’en réclamer et qu’il a profondément aimée, et les développements de toute la pensée chrétienne réalisée au cours des derniers cent ans. » Aencyclopaedia Universalis. 

 

Augustin fondateur de l’homme occidental

« Le mérite de Saint Augustin - m’écrivit le professeur Raffaele Taddeo - a été celui d’avoir actualisé à son temps la philosophie de Platon... [son] autre mérite a été la découverte de la "vérité intérieure"… il est le premier qui a ramené la grande pensée grecque à l’intérieur de la réflexion théologique ». 

Augustin part, certainement, du désir de dévoiler les mystères de l’existence que la philosophie ne réussissait pas à lui expliquer pour aborder finalement à la religion.

D’ailleurs, il n’était pas si "religieux" que ça ; bien au contraire l’on peut dire que c’était lui-même qui avait graver une certaine forme ou un certain aspect personnels à la religion.

Pour le reste, il a demeuré philosophe comme à ses débuts, si le terme philosophie signifie aimer et chercher la connaissance.

Pour une entreprise du genre, pour s’adonner au métier de la philosophie, il faut bien partir de quelque prétexte, de quelque point ferme.

L’on peut partir donc de n’importe quel terrain, pourvu qu’il appartienne au domaine du connaissable, pourvu qu’il se prête à notre étonnement et à nos questionnements.

L’on peut partir du domaine de la médecine, par exemple, de celui des mathématiques, de l’art, de l’éthique, de la philosophie même ou de la religion ; et l’on peut même emprunter ses concepts et ses méthodes à telle discipline ou à telle autre pour interroger les faits et les phénomènes, chercher la vérité, consacrer sa propre vie à l’aimer, à l’honorer… à philosopher enfin.

Dans toute sa vie, Augustin s’était engagé dans la recherche d’une voie qui devrait le porter à la vérité sur la vie de l’homme.

Il est parti du champ de la philosophie pour aborder enfin, après tant de parcours et de difficultés, sur les rivages de la vérité.  « Qui est assez aveugle d’esprit – dit-il - pour ne pas reconnaître que les figures géométriques habitent au sein de la vérité elle-même ?  »

Le dernier parcours fut la découverte de Dieu et l’élaboration définitive et solide de sa position philosophique et de sa foi.

« En cette triple assurance – écrit-il encore -, je ne redoute aucun des arguments des Académiciens me disant : Quoi! et si tu te trompais ? Car si je me trompe, je suis. Qui n’existe pas, certes ne peut pas non plus se tromper ; par suite, si je me trompe, c’est que je suis. Du moment donc que je suis si je me trompe, comment me tromper en croyant que je suis, quand il est certain que je suis si je me trompe. Puisque donc j’existais en me trompant, même si je me trompais, sans aucun doute, je ne me trompe pas en ce que je sais que j’existe. De même en disant: Je sais que je me connais, je ne me trompe pas non plus, car c’est de la même manière que je connais mon existence et que je sais aussi que je me connais.  »

La sienne est une connaissance sorgiva, qui jaillit de l’intérieur de l’être ; une connaissance élaborée surtout à partir des détails significatifs et des fortes particularités que lui avait forgés son expérience existentielle inquiète et agitée.

Dans ce sens, toutes ses rencontres, à commencer par celui de sa mère, la lecture d’Ortensio, Ambroise, Sempliciano, Ponticiano, en passant par les autres moments de violentes diatribes et de polémiques infinies, ont agi comme un catalyseur sur lui en provoquant à chaque fois de nouvelles synthèses dans sa pensée et dans sa sensibilité en général.

C’est le parcours de philosophe que notre illustre penseur poursuivait sous forme de réflexions mystiques et religieuses.

Redevenu ainsi croyant, s’étant convertit à la religion catholique, (il vaut mieux dire s’engageant définitivement au service de son propre credo), Augustin est resté philosophe. Et, ainsi donc, ayant assuré le passage de l’antiquité au christianisme, il apparaît selon la revue – le Magazine Littéraire- comme le fondateur de l’homme occidental.

Devant le flot ravageur de la jeune et vigoureuse religion chrétienne d’estampe romaine, notre philosophe, amoureux jaloux de la culture classique et de ses trésors inestimables, n’a fait que mettre en sécurité cette Culture très chère à son cœur.  

La recherche du sens de la vie, ces trésors de savoir classique, est une affaire trop sérieuse et précieuse pour la laisser entre les griffes des médiocres arrogants et de leurs élucubrations sans méthode ni critique. Augustin avait cet acharnement de recherche méthodologique.

Et la philosophie païenne, désormais fatiguée mais traversée par la vigoureuse et prometteuse pensée religieuse chrétienne, a mis à sa disposition toutes les questions, toutes les méthodologies et tout le trésor des concepts et idées pour les ressourcer, les refonder, les revivifier (pour retourner à un concept cher à Ghazali), pour les redorer, les mettre à jour, à la lumière des nouveaux développements de la pensée humaine, les revitaliser et pousser en avant donc le char de l’esprit revigoré et fortifié.

Il en est ainsi et c’en sera toujours ainsi de la destinée du savoir dont les courants à travers l’histoire font penser à des cercles circonscrits et intersectés. 

C’est l’aventure de la vie humaine que notre auteur raconte ou observe ou tâche de parcourir avec un logos forgé ad hoc à partir de l’éducation subie pendant son enfance, à partir de ses sentiments, de ses expériences de la vie, de la philosophie et la sagesse des Classiques, des tentatives de ses contemporains, des écritures sacrées, des discussions, des méditations et des polémiques du temps et de l’époque…

Fonder l’espoir sur l’homme, limité par définition et par sa nature même, sans l’invocation de la grâce divine c’est fonder un espoir déjà tronqué, vulnérable et éphémère dès le départ.

La mort d’un ami devient, elle-même, une expérience significative qu’Augustin avait méditée comme métaphore de la vanité des créatures si elles sont privées de la providence du créateur. Et en ça, il avait agi en véritable philosophe.

 

Foi et gratitude

J’ajoute cependant que la religion d’Augustin était la gratitude incarnée, effet elle-même de la grâce divine. La même gratitude dont, trois siècles plus tard, l’Islam ferait l’alpha et l’oméga, le sens des sens, la matrice de tous les sens de sa foi.

En fait la signification du mot Kafir (en arabe) ne se rend pas par le mot Infidèle, même si le terme contient en son sein la situation de qui perd ou renonce à sa foi, mais par Ingrat. Et c’est pour ça que le mot kafir a une connotation très négative.

C’est sa destinée de grand homme donc que celle de partir loin de sa patrie, non seulement physique et géographique mais aussi épistémologique et spirituelle, afin de pouvoir se renouveler et s’épanouir et retourner enfin au terroir pour semer les bienfaits de sa foi en les multipliant comme les grains d’un épi béni et rendre la grâce reçue.

Cette idée de gratitude m’a été rappelée - ou enseignée – par Augustin, qui s’était révélé fort reconnaissant envers ses patries (sa Berbérie, Rome et enfin l’homme).

Cette idée me l’avait enseignée – d’une autre manière et en d’autres circonstances avant lui -  Ghazali, grand philosophe musulman du Xème siècle, dont les thèses susciteraient plus tard les âpres critiques d’un Averroès féru de rationalisme, le sien et celui de son époque aussi ; comme s’il était le seul à en posséder les destinées !

Comme si les autres hommes, les autres époques, les autres cultures étaient incapables d’inventer leurs propres rationalismes !

La première fois que le nom d’Augustin avait attiré mon attention - je dois dire, jusque là un peu distraite - fut à l’université de Constantine !

On nous le présentait à la va-vite, comme s’il était une obscénité nécessaire, pour l’occulter ensuite et à jamais, peut-être…

Mais on nous le présentait quand même ; on nous le présentait comme le précurseur de la science sociologique.

Quant à moi, le mot "saint" me laissa perplexe parce qu’il me disait que cet homme n’était qu’un homme de religion, pendant que les philosophes arabes, eux, on nous les présentait sans le titre de "saint", sauf un : Abou Hamed El Ghazali, justement ! On l’appelait Hudjat-ul-Islam, la Preuve irréfutable de l’Islam. 

Plus tard, un titre comme cela m’a semblé un peu ridicule, un peu drôle aussi, comme le titre "si" (diminutif de "sid ou cid", c’est-à-dire monsieur) qui au Maghreb précède souvent le nom d’une personne qui se veut importante, number one ! 

Et ce n’est pas un hasard si maintenant - maintenant que j’ai fait une petite recherche sur Augustin - je reconnais des similitudes considérables entre l’un et l’autre et je peux dire aussi que Ghazali est l’Augustin de l’Islam.

                                                                                                          A suivre

 

Abdelmalek Smari

 

* Conférence faite à l’occasion de la semaine augustinienne, le 1er septembre 2007, à Cassago Brianza (Cassiciacum) Varèse pour l’association Historique-culturelle St Augustin.

 

 

 

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Lundi 24 octobre 2011 1 24 /10 /Oct /2011 22:36

 

 

    ''كل نفس ذائقة الموت وإنما توفون أجوركم يوم القيامة''.

...

    " أن يثق الأحرار في الجماهيرية والعالم أننا كنا نستطيع المتاجرة بقضيتنا والحصول على حياة شخصية آمنة ومستقرة وجاءتنا عروش كثيرة، ولكننا اخترنا أن نكون في المواجهة واجبا وشرفا، وحتى إذا لم ننتصر عاجلا فإننا سنعطي درسا تنتصر به الأجيال التي ستأتي، لأن اختيار الوطن هو البطولة وبيع الوطن هو الخيانة التي لن يستطيع التاريخ أن يكتب غيرها مهما حاولوا تزويره. "

معمر بن محمد القذافي

سرت الوفاء الإثنين 17 أكتوبر 2011 مسيحي

 

 

Il tempo o l'impero,

oppressante notte,

ha deciso di mettere

a morte

me e la mia gente 

"siamo in tanti,

trionfante, gli ho detto,

non puoi nulla

o oppressante notte

o crudele tempo.

"Tutti

ad uno ad uno

inesorabilmente

siete condannati

alla doppia morte

il disonore

e l'infinito dolore

è fato

ed è già fatto"

aggiunge il tempo

o la crudele notte,

sarcastici e convincenti 

allora  

ho abbassato lo sguardo

e ho pianto.  

 

E con i seguenti versi  chiudo questo mio lutto celandolo gelosamente nel più profondo del mio cuore per continuare fino al mio ultimo respiro a piangerti o tu, fratello, o tu berbero, ennesimio Jugurta, tu, speranza che splendi ancora, tu che non piangevi né sul trono né sulla croce :

 

« O sauveur, ô héros, vainqueur de crépuscule,

César ! Dieu fait sortir de terre les moissons,

La vigne, l’eau courante abreuvant les buissons,

Les fruits vermeils, la rose où l’abeille butine,

Les chênes, les lauriers, et toi, la guillotine.

 Et ceux qui suivent tout, et dont c’est la manière,  

Suivent même ce char et même cette ornière. »  [hélas !]

 

Ma i tuoi assassini, i barbari, i crudeli imperialisti e gli infami traditori sanno amare questi versi sensibilissimi e di grande umanità, li sentono almeno? Sanno apprezzare i sentimenti e la saggezza di Victor Hugo, il loro autore ? 

 

 

Abdelmalek Smari (24-10-11)  

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Dimanche 23 octobre 2011 7 23 /10 /Oct /2011 23:28

“Ce que naguiere nous avons prins, nous avons perdu : et ce qui s’est saulvé, nous avons.”  François Rabelais

 

 

لقد علّمتني هذه المدوّنة –  كم هي مُخبِرتُنا ومُعلّمتُنا الكتابةُ -  أن أنظر إلى العالم وأشياء العالم بنظرة دقيقة باردة : أقلّ ما يقال عنها أنّها نظرة غير بريئة .

بمعنى أنّ الإنسان وحشٌ برغم أنفه ضارٍ (ربّما قد يكون في ذلك بريئا لأنّه غير دارٍ أو ربّما لأنّه لا سبيل له للاعتراف أو لا يعترف إلاّ لكي يُضِلّ وما يُضلّ في غالب الأحيان إلاّ نفسه ومَنْ مِثلَه من المعتوهين أوالمغرورين) وأنّ عالمَه غابُهُ وطرائدَه أبناءُ جلدتِه !

ولا فرق في ذلك بين عربيّ وعجميّ ، بين ما جرى النّاس على تسميّتهما نظام الأنظمة العربيّة ونظام الغرب .

غير أنّي وبكلّ صراحة وبعد تأمّلاتي وأبحاثي في النّاس والكتب عن بُعْدٍ - كغريب يتسنّى له بحكم غربته وابتعاده المهموم شيءٌ من الموضوعيّة - خلصتُ إلى أنّ ما يسمّى أنظمة عربيّة ما هو إلاّ استخفاف أوازدراء مُخِلٌّ حدَّ الرّدى بكرامة العرب وكرامة من والاهم شعوبا وحكّاما !

فليُعلم إذن - ولْيُعمَل على نشر ذلك - أنّ حكّامنا شطر منّا وما يصيبنا منهم فَمِمّا يصيبنا من أنفسنا ؛ مسؤوليتنا أمام التّاريخ لا تقبل رفضا ولا انشطارا .

لقد سقط وأُعدِمَ مَنْ وُصِموا بالطّغاة من حكّامنا فهل نرى لمن بقي من شعوبهم بقيّةً من كرامة أو هناء عيش ؟

ألا نرى كيف أنّهم غدوا بين عشيّة وصبحها أقواما يردحون تحت نير الاستدمار وكيف أنّهم أصبحوا يُسامون ليل نهار سوء العذابات والعار بعد أن كانوا أهل بلدهم سادةً أعزّة مكرّمين؟

ماذا كان وراء غزو فرنسا للجزائر؟

كفّ الحكومة الجزائريّة عن مطالبة قراصنتها وحكّامها بتسديد ديونهم والاستيلاء على كنوزها خاصّة.

أمّا قضيّة استعمارها فلقد جاءت بعد ذلك بعقود أو هذا ما يقوله التّاريخ ؛ ذلك التّاريخ الّذي لا ينطق عن الهوى ولا تطيق حملَ حقائقه صحائفُ الدّعاية هشّةِ الحقائق صلبةِ الأكاذيب .

فثورتي إذن لم تَعُدْ ثورة على نظام بلادي ولكن على الأكاذيب الّتي تريد أن تجتثّني من ثنايا جزائري : شعبها وحكّامها وترابها وهوائها ومائها وكرامتها ...

ولا أدري أيّ عنصر من هذه العناصر يمكنني الاستغناء عنه من غير أن أرى دونه الذّلّ أوالهوان أو الموت.

ولا كرامة لمن لا وطن له ، لمن لا جزائر له ! ! !

أمّا أنا فشطرُها وهي سائري .

فالمجد والخلود لشهدائنا الأبرار 

 وسلام جميل ودمتم في خير وهناء .

عبدالمالك سماري

 

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