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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

La poesia e gli arabi, edera e fusto (3 e fine)

 

 

 

“C’è un tempo per vivere e un tempo per testimoniare di vivere. C’è anche un tempo per creare, che è meno naturale.”

Albert Camus - Noces.

 

 

Lotta tra l’individuo e il gruppo

Ma a pittori e poeti, si dice, da sempre s’è dato il pieno diritto d’osare ogni cosa.”

Diceva Orazio.

A seguire l’evoluzione della poesia araba già dai suoi albori, ci si rende subito conto che essa è stata sempre combattuta tra due direzioni: tradizionalismo e creativismo.

Questi due termini sono di Francesca Maria Corrao e personalmente li trovo utili per approcciare l’evoluzione della poesia araba.

Benché fosse stato innovativo e provocativo Imru’Al-Qais, rimane sempre nel grembo della tribù (nazionalista prima del termine). Ed era quasi ovvio: era re figlio di re.

Al-Shanfara o Ta’abbata Sharran, due altri grandi poeti preislamici, invece sono dichiaratamente refrattari ai diktat della tradizione, della legge del gruppo.

E sarà sempre tra questi due estremi che la poesia araba evolve.

In uno dei suoi poemi Al-Shanfara non ha usato il preludio amoroso e non ha descritto il cammello. E ciò era considerato una violazione grave della legge della poesia preislamica.

E la Corrao dice “Il poema riflette esclusivamente i sentimenti e le emozioni personali del poeta in contrasto con i principi della tradizione. I registri individuali sono evidenziati dall’uso ossessivo dei pronomi e dei verbi in prima persona singolare.”

Anche Ta’abbata Sharran non veniva meno a questa fiera affermazione dell’individuo.  

L’importanza di questi due “narcisisti” risalta ancora di più se apprendiamo con il critico Ahmed Amin che la poesia preislamica conteneva più noi che io, così come la poesia ebraica.

Secondo lui la fusione col gruppo era una caratteristica dei classici: persino l’Iliade di Omero non possedeva l’io, mentre i moderni tendono verso il narcisismo e l’individualismo…

Ovviamente questa impostazione ci porta a considerare una terza direzione: quella che consiste nel tentativo di unire i due estremi, trovando un compromesso.

Un tentativo simile si avverte nella poesia di Antara, poeta preislamico, nato schiavo da madre schiava e padre libero, che accetta di “difendere” la propria tribù a patto di venire affrancato.

Un altro tentativo è stato quello di Kaab ben Zuheir, contemporaneo all’avvenimento dell’islam, che aveva composto per il profeta il famoso poema La Burda, il mantello.

Ma “l’importanza di questa poesia” come scrive la Corrao non solo “risiede nelle sue qualità letterarie, ma anche nel fatto che è diventata un simbolo della riconciliazione dell’Islam con le tradizioni presilamiche”.

 

La poesia a corte

Con la stabilizzazione dello stato islamico e la messa in moto del nucleo dell’impero e lo spostamento della capitale dalla Mecca a Damasco, la poesia ritrova la sua vocazione di diwan degli arabi, questa volta non più al servizio di una tribù ma al servizio dei re e di altri potentati, principi, ricchi commercianti e grandi condottieri…

Così la poesia non produceva più i panegirici, i fakhr, rivolti al proprio ego e alla propria tribù, adesso imbocca la via dell’individualismo, segno di affrancamento dal tribalismo e tenta di conquistare la vita sociale propriamente detta, dove l’individuo è conscio della necessità d’essere solidale col gruppo in cui vive.

Ha ormai il compito di servire le idee politiche e filosofiche e le polemiche religiose con gli avversari delle varie sette e le varie religioni…

Renditi utile nel paese in cui ti trovi,

non dire sono straniero.

Questi due versi di ‘Ubeid ibn el-Abrass sembrano la parola d’ordine dei nuovi poeti.

Evidentemente, non è che con la vita di corte i poeti arabi abbiano dimenticato la loro mentalità tribale. Essa continua per un po’ a fianco di quella cosmopolita imposta alla società mussulmana allargata e aperta alle altre culture e agli altri popoli e contagiata da altre lingue, sensibilità, esperienze poetiche, storie e memorie, altre idee e concezioni della vita e della conoscenza...

Questo stato di cose era più appariscente agli albori dell’impero Omayyade. Con l’arrivo degli Abbasidi e lo spostamento della capitale dell’impero da Damasco a Bagdad, con l’affluenza delle traduzioni dal persiano, siriaco, greco, indiano ogni traccia di tribalismo scomparve o si trasformò per fissarsi alle idee politiche e filosofiche…

Anche la forma e i temi, i generi sono cambiati.

Bashshàr ibn Burd, poeta del periodo abbaside, è considerato fra i poeti più innovatori. D’origine persiana, influenzato dalle nuove numerose correnti d’idee e di pensieri che hanno caratterizzato la sua epoca, egli non si esimeva dall’introdurre nuove parole e idee nella sua poesia e nella lingua araba stessa.

Grazie al movimento filosofico mu’tazilita, una corrente scettico-razionalista che credeva nell’evoluzione della creazione, gli innovatori si annoveravano soprattutto fra quelli che credevano nella lingua come ad un organismo vivente sottoposto a un continuo processo di degenerazione rigenerazione.

Così come hanno fatto i poeti in Andalusia e nel Maghreb e in Sicilia dove si sono trovati nella situazione complicata di scendere a patti con le culture locali, spesso sono divenuti fonte d’innovazione e di rivoluzione nella forma, nello stile, nella lingua e nei contenuti (la poesia strofica)…

Ma anche durante i secoli bui della decadenza, la poesia non ha smesso di rigenerarsi: mentre la vita fastosa veniva meno, fiorì la poesia mistica sotto forma di zuhd (l’essere austero) e il suo corollario tassauf (vestirsi di lana, da cui la parola sufi).

Questo genere quindi non è stato generato dalla decadenza, ma è stato ricercato nel corpus della poesia araba dei secoli fastosi: da Abu Al-‘Atahia o il precursore del pessimismo metodico, il leopardiano prima di Leopardi, Abu al-‘Ala El-Maarri. Aggiungiamo la poetessa Rabi’a Al-‘Adaouia o il famoso Hallag…

Questo genere ha tuttavia dominato più nei secoli della decadenza che è iniziata con la distruzione dell’impero Abasside per le invasioni continue dei crociati e dei tatari e mongoli.

“Una produzione” dice ancora la Corrao “costante e di buon livello, mentre la poesia dell’amore profano conosceva un’ulteriore evoluzione, divenendo erotica.”

E aggiungo che la poesia dell’amore profano non è sfociata solo in quella erotica, ma ha dato le più belle pagine mai scritte sull’amore per Allah.

La conquista ottomana di quasi tutti i paesi arabi ha dato un colpo mortale alla poesia, quando mise in cantina la lingua araba e escluse gli arabi dalla sfera politica, restringendone la lingua e confinandola nel buio dell’esistenza.

Essa ha tolto uno spazio immensamente vitale alla produzione letteraria degli arabi che perdendo la loro lingua di cui erano profondamente fieri non avendo potuto o voluto accettare quella dell’invasore, hanno perso la loro lingua e con essa la poesia.

Gli ottomani hanno proibito infatti agli arabi di occuparsi della politica. Esclusi dalla politica, gli arabi servivano però come mano d’opera, carne da cannone e provveditori delle casseforti della Porta cosiddetta sublime, tanto da coltivare un senso di ribellione e di ostilità nei loro confronti.

Ma quelli che per primi presero coscienza di una tale ingiustizia e la combatterono, furono i cristiani della grande Siria.

I turchi hanno approfittato del fatto di essere mussulmani, guardiani quindi del califfato, per ingannare i mussulmani arabi.

Questa coscienza e la necessità di combatterla non tardarono a svegliare i mussulmani, come pure si sarebbero risvegliate loro malgrado con la campagna napoleonica in Egitto e nella Siria, campagna che ha dato il via alle danze macabre del colonialismo e dei suoi disastri ai quali il mondo arabo stenta ancora oggi a uscirne fuori e recuperare la sua lingua e la sua letteratura.

 

Età moderna e conclusione

C’è chi inventa nel campo politico, chi nel campo linguistico, chi in quello filosofico, tematico,  formale ecc. e a questo punto possiamo dire che il genio poetico degli arabi non è stato lasciato ad un singolo individuo, un Dante, ma è stato suddiviso tra vari poeti nell’arco di tutta la vita poetica degli arabi dall’inizio fino ad oggi.

Quanto alla poesia delle donne arabe, esse hanno sempre cercato di rompere il silenzio e di affermare la loro esistenza nonostante la gelosia tirannica dei loro fratelli. Ed è stato così fin dall’antichità araba…

        La poesia araba non ha lasciato indifferente la sensibilità dei popoli con cui è entrata in contatto… per secoli è stata il modello e l’avanguardia di quei popoli, se pensiamo alla sua influenza sull’Europa attraverso i due grandi canali che erano la Spagna mussulmana e la Sicilia, si pensi anche a Dante stesso e all’intera poesia dei trovatori…

Sembra anche che tutto sia stato detto e codificato nella poesia araba già sin dall’epoca preislamica, quando il verso godeva di una sua indipendenza totale, assoluta.

Si potrebbe dire che ogni verso fosse un genere a sé. Così quando arrivarono le generazioni successive non fecero altro che specializzarsi in questo o quell’altro genere: la descrizione, l’amore, il vanto, la mistica, la politica, l’elegia, …

Tutto è stato fissato e codificato, persino il modo stesso di aprirsi e di superarsi! I ritmi, le rime, l’armonia dei suoni, la scelta di parole, i meccanismi che rendono molto flessibile la lingua…

Fino alla lotta stessa tra tradizionalismo e creativismo, dove vediamo i moderni come Adonis ad esempio scegliere nelle sue antologie di riabilitare i poeti banditi come Al-Shanfara o Ta’abbatta Sharran.

Quanto ai tradizionalisti essi costituirebbero una legione.

Un’altra forma di innovazione è quella d’indirizzarsi verso la poesia dialettale locale che caratterizza cioè regioni o paesi diversi del mondo arabo.

Oppure l’influenza della poesia mondiale sui poeti arabi vissuta anche come una forma di provocazione giacché cerca di introdurre le esperienze della poesia moderna, soprattutto quella dominante dell’Europa occidentale e delle due Americhe…

Non essendo riusciti a riprodurre né l’orgoglio degli antenati, né a proporre vie nuove, i moderni arabi sono sommersi e quasi soffocati dalle esperienze della poesia di tutto il mondo soprattutto di quella francese, inglese e spagnola.

Infine ci sono altri che pensano, sul serio, di superare questa sudditanza della loro poesia, rifiutando la poesia araba classica, a favore di quella inglese, francese o tedesca…

Mentre altri cercano coraggiosamente di riprendere la cura di questo giardino abbandonato dall’uomo ma non dalla vita…

Ovviamente questo mio contributo è un atomo in mezzo ad una galassia di significati, di evoluzioni e di concezioni e realizzazioni, e di errori e fallimenti anche...

Spero che queste mie parole riescano a proiettare una luce viva - seppur personale e modesta – sulla poesia araba e illuminare la rigogliosa chioma del grande albero (la Poesia) con l’illuminare di uno dei suoi ramoscelli (la poesia araba).

 

Abdelmalek Smari 14-03-14

 

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