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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

La poesia e gli arabi, edera e fusto (1)

 

 

 

“Nulla è forte come il silenzio. Se non venissimo

già con la nascita scagliati ognuno in mezzo

alle parole, mai si rompeva il silenzio.”

Rainer Maria Rilke

 

 

El--Khalil bin Ahmed - codificatore della metrica araba - ha paragonato il verso alla tenda (beit) in base all'ambiente in cui vivevano la maggior parte dei poeti arabi:
esabab è la corda,
el uated è la trave posta per stringere la corda.

 

Molte saran le parole a nascere

Parlare di poesia araba è un po’ come parlare della poesia latina o slava o cinese: è molto dispersiva come impresa. È come parlare di tante nazioni e tanti popoli alla volta che, certo, una sola lingua accomuna ma una miriade di esperienze storico-culturali ed esistenziali rendono fondamentalmente diversi fino all’incomprensione e all’ostilità gli uni nei confronti degli altri…

Tuttavia questo non deve impedirci di parlarne in qualche modo, facendo astrazione di queste differenze come se si trattasse di un popolo unico e omogeneo.

Spesso gli studiosi che hanno tentato una tale impresa hanno scelto, fra tanti approcci possibili e a volte auspicabili, quello cronologico.

Questo tenterò di fare anch’io in questo mio modesto contributo, essendo conscio della vanità quasi di poter aggiungere qualcosa di nuovo al merito, poiché quasi tutto è stato detto...

Chi, fra il pubblico italiano, vuole un riassunto molto più ben strutturato, raccomando la bella introduzione di Francesca Maria Corrao all’antologia della poesia araba, da lei curata in “Poesia straniera araba” – 2004 E-ducazione.it S.p.A., Firenze.

Introduzione da cui ho tratto alcune citazioni e riflessioni in questa sede…

Sinceramente non so cosa posso portare di nuovo al pubblico italiano. Posso solo dire che, nell’era di internet, io so più o meno quanto può sapere una persona qualsiasi su questi popoli detti arabi e sulla loro poesia…

Detto questo, rimane il fatto che è sempre interessante confrontare ciò che noi sappiamo di un dato argomento con ciò che gli altri ne possono trarre.

Non è così forse che l’albero della conoscenza mette su nuovi germogli e fresche foglie e fiori dopo la perdita di quelli vecchi appassiti?

Come diceva Orazio:

Molte saran le parole a nascere che già son cadute così come, a

cadere,

saran molte che oggi trionfano se così vorrà l’uso, che è il solo

a essere legge, norma e diritto del nostro parlare.”

 

L’idea di poesia e gli arabi

Dopo una breve premessa sull’età della poesia araba cercherò di condividere col lettore cosa intendono dire gli arabi quando pronunciano la parola “poesia” in arabo, per attaccare poi in fine l’argomento propriamente detto: le caratteristiche e l’evoluzione di questa poesia.

Spesso gli studiosi, anche le scuole, insegnano che la poesia degli arabi è nata col primo poeta che ne aveva lasciato traccia.

Spesso anche questo poeta non è altro che il famoso Imru’al-Qays, figlio di un re, poeta, e frequentatore della corte di Giustiniano.

In realtà altre fonti, come lo studioso Mohamed El Ilmi nel suo libro “La metrica e la rima”, parlano di una storia lunga di cinque o sei secoli che ha trascorso la poesia araba prima di trovare il suo culmine col geniale e precursore della poesia araba nella sua epoca d’oro, Imru’al-Qays, appunto.

Tornando alla parola poesia, possiamo dire che essa parte dal tema Sentire. Fare poesia per gli arabi sarebbe cioè una questione fondamentalmente di sensibilità.

Ed è forse per questo motivo che gli arabi che hanno cercato di definire la poesia hanno sempre escluso le composizioni, pur in metrica e rima, scritte però a scopo didattico.

Tuttavia anche l’argomento del Costruire, come dice l’etimologia greca della parola poesis, non è mai stato estraneo al discorso degli arabi e alla loro concezione della poesia.

Poeti e critici arabi, attraverso i secoli e attraverso i loro rapporti con la vita socioculturale e politica delle loro genti, hanno sempre concepito il fare poesia come una sina’a, una fabbricazione appunto o una costruzione.

La qasida, nonché i versi stessi che la compongono, sono considerati come delle opere concepite secondo piani precisi e misurabili, rimati e ritmati, e costruiti come si costruisce un’abitazione: una tenda.

Appunto i concetti della poesia araba e il nome stesso della parola poesia hanno preso in prestito gli stessi termini che compongono quel tipo di abitazione, la tenda.

E ciò non solo per significare la identità e la fierezza degli arabi (essere liberi, di grande generosità e puri come gli illimitati e affascinanti spazi del deserto) o la loro gratitudine verso quelle case “portatili” che, anche se sembravano fragili, li proteggevano dalle terribili condizioni di vita nel deserto, ma anche per dire che quella sina’a, poesis, era per loro un’altra dimora, una dimora dove il loro spirito, pari in questo al loro corpo, trovava anch’esso rifugio e quiete!

Così come la tenda è costruita da tele fatte di pelo degli animali anche la parola poesia rimanda all’etimologia della parola peli/capelli (tema di shin, a’in, ra: tre consonanti che formano la parola del tema shi’r, poesia).

Come la tenda che non era un loft senza scompartimenti, anche la poesia, era divisa in stanze, versi, che si chiamavano ab’iat.

Le due strutture fondamentali che tengono su l’architettura della tenda si chiamano uated, trave posta per stringere la corda, e sabab, corda. Les strutture della tenda poetica, il verso, sono di una o due sillabe. Quindi uated e sabab sono le unità sillabiche del verso che sostengono la metrica e la struttura generale dell’edificio.

 

La jahiliya, l’ancien régime

La poesia è affare degli arabi, è il diwan, il sigillo degli arabi… o almeno così vuole la consuetudine.

La poesia è considerata come un connotato distintivo della cultura araba. Già dai tempi antichi, gli arabi erano fini poeti: perché la poesia se la sentivano come un affare loro: non era forse il loro Diwan in cui scrivevano i loro sogni e le loro realizzazioni, le loro pene e la loro gioia, le loro guerre e le pagine più luminose della loro dolce vita in pace ed armonia?

In quelle poesie si piangono il tempo e le persone amate che se ne vanno, si cantano l’amore e il sogno e la generosità e la solidarietà eretta a religione, si descrivono la guerra, la caccia, la vita dura per chi doveva spostarsi nell’ostile deserto, si ragiona sulla vita, sul senso delle cose, sul loro destino, sull’esistenza…

È con la poesia che gli arabi si erano distinti come popolo con identità inconfondibile. Ed è per questo che andavano fieri e orgogliosi. Orgogliosi fino alla cecità!

È stato questo loro orgoglio a fare sì che si sentissero, per questo verso, completamente paghi e autonomi. Non sentivano il bisogno di altro o di altri: non avevano niente da imparare dagli altri popoli; anzi, si pensava – e c’è chi lo pensa finora! – che solo essi potessero avere la vera poesia.

E così, durante l’espansione del loro impero islamico - quando si sono trovati di fronte alle esperienze poetiche di altri popoli e culture, come l’India, la Persia o la Grecia - gli arabi hanno accettato le discipline razionali o quelle che da loro scarseggiavano (come la prosa, la filosofia, la storia, le scienze…), ma nel campo della poesia hanno evitato la contaminazione. Hanno detto, in qualche modo: “Niet alla contaminazione inutile. Niet a ciò che non ci occorre affatto. La poesia è affare nostro.”

Ed è forse a causa di quest’orgoglio che avevano ignorato scientemente l’ars poetica greco-romana. E non era certo perché quest’arte era inaccessibile per la loro rozza sensibilità o la loro piccola testa, no.

Dopo tutto, non sono stati forse loro ad inventare discipline vere e proprie nel campo della matematica e della fisica ottica tra le altre e innovare in tante altre discipline?

Quindi non era per incapacità o per stoltezza che hanno snobbato la tragedia o la commedia greche, ma era per un senso di autosufficienza.

Semplicemente non ne sentivano bisogno.

Hanno fatto bene? Hanno fatto male?

Sicuramente hanno perso qualcosa… ma comunque ciò non ha impedito loro di dedicare le energie “dirottate” alla loro arte ancestrale.

 

Abdelmalek Smari

 

 

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