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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

La poesia e gli arabi, edera e fusto (2)

 

 

Ai poeti, l’esser mediocri, è cosa cui nessuno consente:

né gli uomini né con loro gli dei, tantomeno, i librai.

Orazio

 

 

Fiere della fierezza

A prescindere da questo tipo di considerazioni e congetture, si dice che nel caso degli arabi, la poesia ha svolto il ruolo di fondare questo popolo.

E non è stata una stravaganza araba “Ché la poesia è stata la grande potenza civilizzatrice dell’umanità e ha sempre voluto - e vuole ancora nonostante le follie di moda – vigore naturale d’ingegno e instancabile fatica di studio.” Scrive Ugo Dotti in “Orazio: Epistole e Ars poetica”.

Una constatazione a cui era arrivato prima ancora di Ugo Dotti un grande critico letterario contemporaneo, l’egiziano Taha Hussein.

Per gli arabi la poesia è stata come una luce per uscire dal buio cosmico ed illuminare se stessi e il cosmo: bisognava rompere il silenzio della non vita, per dirla con Rilke, e uscire dall’anonimato e poter sentire, dire e gioire dell’esistere.

È proprio di quella poesia che gli arabi hanno fatto il loro diwan, giornale di bordo. Diceva Shawki Daif, un altro grande critico letterario egiziano, che gli arabi vi hanno scritto la loro vita, “con le loro diverse forme politiche, economiche e sociali.

È quella poesia che veicolava i loro sentimenti, i loro affetti, le loro idee e fino alle minime saggezze ed esperienze e tutto ciò che hanno vissuto in bene o in male, le loro giustizie come le loro oppressioni, le loro certezze come i loro dubbi, la loro felicità come la loro miseria. Un’eredità immensa che per la sua stragrande maggioranza rimane ancora oggi sconosciuta; lontana dalle mani e dagli occhi dei lettori, perché ancora manoscritta e tuttora sepolta nelle biblioteche private o pubbliche.”

“L’uomo” - scrive Octavio Paz ne Le singe grammairien – “è colui che, nelle lagne del vento sente le lagna del tempo. L’uomo si ascolta e si guarda in ogni cosa … nessuno si riconosce nell’uomo.”.

E gli arabi erano anche loro uomini, grammatici anche loro…

        Allora non esistevano biblioteche e librerie ma gli arabi avevano fatto della loro memoria biologica una biblioteca… hanno creato per l’occasione delle gare poetiche per diffondere le loro produzioni letterarie, confrontarle e tramandarle alle generazioni successive. Gare che venivano svolte nelle varie fiere sparse sul loro immenso territorio e distribuite sui mesi dell’anno.

Così hanno dato luogo al grande festival ‘Ukaz alla Mecca. 

Secondo il critico letterario Mostefa Sadiq Er-Rafi’i gli arabi avevano indotto già fin dall’anno 550 dopo Cristo, più di mezzo secolo prima dell’Islam,  il grande festival di poesia chiamato ‘Ukaz che aveva luogo ogni anni anno nella famosa fiera della Mecca.

Un’importante fiera annuale, che era l’occasione in cui le migliori poesie declamate venivano trascritte e appese alla Ka’aba.

Da questo deriva il nome di Mu’allaqat (le appese), delle più importanti poesie preislamiche, che poi sono rimaste il modello del fare poesia per i secoli seguenti.

E di festival ne avevano altri, d’importanza minore e in luoghi vari della penisola, che seguivano, come è ovvio, gli spostamenti dei loro affari, del loro commercio e delle carovane.

Questa poesia aveva caratteristiche molto fini e distintive: basta solo pensare che il primo ritenuto padre fondatore era un re.

E pensare al grande Zuhair Ibn Abi Selma che, per costruire una poesia, una mu’allaqat, ci impiegava un anno!

Gli arabi hanno chiamato le sue poesie hawliat: annali!

 

La poesia, gli arabi e l’avvenimento del libro dell’islam: il corano

Gibran, anche se alcuni suoi editori in Germania lo presentano come se fosse un mussulmano, era un cristiano convinto, seppur con un’impronta personale sua.

Gibran, come tutti gli arabi che amano ed apprezzano la poesia, amava e apprezzava il corano, se non altro per le vette ineguagliabili a cui esso aveva fatto giungere la lingua araba.

Infatti il corano è di una bellezza limpida, geniale, disarmante, ineguagliabile… esso ha zittito i geni della poesia araba e li fa tacere fino ad oggi per la sua originalità, la sua creatività e soprattutto la sua coscienza d’essere superiore a tutta l’ars poetica degli arabi.

All’inizio del suo avvenimento (durante le prime rivelazioni) gli specialisti in poesia e in prosa, fra i poeti, critici e saggi, hanno cercato di sfidarlo ma non ci sono riusciti e hanno finito per accusare Maometto di ricevere i suoi versi dai djin.

Taha Hussein, uno dei giganti della critica letteraria, lo ha classificato non come poesia o prosa, ma semplicemente come corano, cioè come un’arte inedita.

Forse è anche per questo motivo che esso stesso, il corano, si difende – offendendosi – dall’essere paragonato alla poesia o esserne considerato come un’appendice.

Con il corano l’impeto della poesia si era indebolito per motivi obiettivi: le perturbazioni sociali e l’insicurezza che seguivano quella rivoluzione coranica, le guerre d’espansione più tardi e l’atteggiamento del corano stesso nei confronti dei poeti e della poesia della jahiliya.

L’islam è stato una profonda rivoluzione che aveva messo tutti gli aspetti della vita dell’individuo o del gruppo in discussione, dall’intimissima intimità fino ai rapporti tra gli stati, le culture e le religioni.

La poesia stessa ha dovuto fare i conti con questo grande maestro e piegarsi a questo stravolgimento epocale che il suo insegnamento aveva impresso alla vita socio-economica e politico-culturale.

Si può dire tutto sulle cause del torpore che ha colpito la poesia araba all’epoca di Maometto, ma non si può accusare il corano d’esserne stato la causa distruttrice: la lingua del corano e la sua poetica erano così folgoranti che hanno sfocato il brillio delle altre gemme che hanno continuato ad esistere perdendo però i feux de la rampe.

Quindi il genio del corano non ha fatto nient’altro che rendere caduca la poesia degli arabi. E il popolo che era per eccellenza un popolo di poesia ha tradito – ma solo per colpa del suo sano gusto - questa stessa poesia che era diventata di una qualità minore per la nuova poeticità di qualità nettamente superiore.

Ma l’originalità del corano non consiste nell’invenzione di parole nuove o di una lingua nuova. Gli arabi conoscevano tutte le sue parole e le riconoscevano.

Giustamente, come tutte le invenzioni, alimentandosi di ciò che esiste, il corano ripropone la lingua araba in altre vesti di bellezza.

“…essa [l’originalità] non consiste propriamente nella novità dell’argomento ma, piuttosto, nel proprie dicere, nel significare cioè, con impronta personale, le cose comuni, cosa tutt’altro che facile.”  Dice Ugo Dotti presentendo l’Ars poetica di Orazio.

“ai poeti, l’esser mediocri, è cosa cui nessuno consente:

né gli uomini né con loro gli dei, tantomeno, i librai.”

Il corano sembra aver seguito il consiglio di Orazio: non si è consentito di essere mediocre… e tanto peggio se i poeti e la poesia dell’epoca ne vengono sgominati.

Così gli arabi hanno abbandonato ciò che era ormai – riguardo al corano – scontato e una specie di déjà vu, per ciò che era diventato l’ideale ineguagliabile.

Si può dire tutto di quel popolo austero e rozzo ma mai gli si potrà negare la qualità d’essere riconoscente: appena il tempo dello stupore passato e consumato, gli arabi che si erano messi ad indagare la lingua araba, al fine di servire il corano, si sono trovati costretti a riconsiderare – ma con occhi nuovi – il forte retaggio poetico riabilitandolo.

Sono giunti addirittura a dare l’assoluta priorità di giudizio, l’autorità di tranciare i dubbi e i problemi della lingua, alla poesia preislamica; mentre al corano viene riservata la seconda posizione in questa scala di autorità…

Anche perché hanno capito che la poesia deve essere costruttiva, come la sua natura dice e come il corano ribadisce.

Se essa dovesse portare alla distruzione, non dovrebbe essere gradita.

Scrive Francesca Maria Corrao: “Si conferma così che il profeta non era ostile alla poesia ma ai valori che essa veicolava. Dai neoconvertiti ci giungono infatti le notizie in versi delle prime contese politiche e religiose della nuova comunità, ordinate secondo i canoni cristallizzati dell’epoca preislamica.”

D’altronde anche Marco Aurelio ringraziava gli dei per il fatto che lui non aveva “fatto progressi nella retorica, nella poesia e nelle altre discipline, perché diversamente avr[ebbe] sottratto del tempo alle [sui]e principali preoccupazioni...”

 

Abdelmalek Smari

 

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