Overblog
Editer l'article Suivre ce blog Administration + Créer mon blog

BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

“MORENDO, UDÌ RONZARE UNA MOSCA” (5)

 

Sei algerino

“Hai bisogno di tre o quattro persone che ti tirano dalle braccia, giurando per tutti i santi del Maghreb, per convincerti a entrare nella pista da ballo; una volta sei dentro, non vorrai più smettere di ballare, e rimarrai fino alla fine della festa.
Non ti reggi facilmente sulle tue gambe, hai sempre bisogno di un muro, una macchina o un palo su cui appoggiarti il sedere.
Mangi tutto con il pane, persino il pane.
Sei con amici in una macchina, e il conducente deve fare qualche manovra per indietreggiare, tutti vi voltate...

“Non hai il senso dello stato, e sei lo stesso pienamente beato e felice! – aggiungerebbe Barush, il vecchio partigiano ne La trottola.”

“Non è un rebus né un indovinello: è solo che anche tu sei algerino… aggiungo io”.

È su questo background, senza senso apparente ma che è più ampio e disteso ancora, che ho fondato la psicologia dei miei personaggi. Una stranezza “etologica” che ha fatto dire allo studioso Taddeo Raffaele: “Proprio questa rappresentazione scenica, che vede i personaggi agire ognuno per proprio conto senza quasi relazionarsi, presuppone che non ci sia una relazione causa effetto nei fatti.”

Un’insensatezza ma solo apparente, perché l’algerino, l’italiano o il filippino non sono immagini piatte, senza sfondo culturale, storico, esistenziale… umano insomma. L’algerino, l’italiano o il filippino hanno uno spessore, una profondità, che li rende scandalosamente insondabili, perennemente misteriosi, sempre interessanti.

In uno dei mesi di luglio, anni fa, eravamo in montagna nel Trentino. Il tempo era bello e luminoso e il paesaggio paradisiaco. In una di queste passeggiate, Giovanna mi parlò di un suo desiderio intimo: scambiare un mese della sua vita di routine (quella noiosa, insulsa o di grande tristezza) contro anche cinque minuti purché siano momenti belli. Per esempio, quando nebbia, buio e brina invadono Milano di noia e di solitudine, poter dormire in spiaggia e lasciarsi cullare la sera dalla brezza, dal canto del mare e delle dolci luci delle stelle o della luna, o di giorno dal sole, dall’acqua fresca e salmastra, dal verde della macchia che rende netto e splendido l’azzurro del mare e del cielo.

Si potrebbe anche scegliere altri momenti: la montagna, la sua aria fresca, le sue cime innevate, il suo azzurro, la sua luce o il chiarore delle sue notti, ma anche i misteri dei suoi boschi. Ovviamente è solo una vana nostalgia, anche se l’ho chiamata desiderio.

È proprio questo tipo di nostalgia che l’opera d’arte, credo, tenta - ma stenta spesso - non di appagare, ma di avvertire e di rendere con parole o immagini condividibili con il nostro prossimo.

Solo avvertire e rendere con parole o immagini.

Leggere un’opera o scriverla non fa gran differenza perché, in qualche modo, chi legge riscrive e chi scrive rilegge, nel senso che vivendo la storia, noi ne facciamo il percorso e così, anche se illusoriamente, ci rendiamo partecipi, protagonisti fra i protagonisti di quella vita, cittadini di quella città o di quelle contrade dove si svolge la storia, riflettendo e provando le vicissitudini di quella esistenza coi nostri sentimenti e il nostro spirito.

Terminata la scrittura/lettura, il lettore/scrittore passa ad altro. Lo fa con un po’ di lutto ovviamente perché venendo al termine di quell’esistenza virtuale, egli si sente come non-più-utile, come non-più-degno di quella vita, come morto appunto. Ma ecco che, con la nuova impresa, la nuova opera, rispunta in lui un’altra vita e lui ritorna alla vita!

E qui, la sua gioia è immensa, può anche prefigurare l’eterno ritorno o, perché no, il giorno della resurrezione biblico - coranica.

Ma anche se il romanzo non racconta la storia compiuta di una vita conclusa, esso racconta comunque qualche frammento di vita. E forse è questo tipo di momenti seppur minimi che Giovanna vorrebbe rivivere, che desidera rivivere. E forse anche è questo tipo di desiderio – insaziabile, inappagabile per natura - che sprona incessantemente l’artista a non smettere mai di creare, sempre con più affanno e frenesia, un’opera dopo l’altra fin che morte non gli ponga termine.  

A prescindere dalla durata di quel segmento di vita ambito o ritrovato nell’opera o nella fantasia del desiderio, esso ci da’ altrettanto una gioia di ritorno, anche se per cinque minuti e ci permette comunque di vivere o rivivere intensamente alcuni momenti della nostra vita reale o delirata. Forse sono questi sprazzi di dolcezza che noi chiamiamo felicità.

Pensando all’origine e alla funzione dell’opera letteraria in speciale modo, sono giunto a riflettere sul finale. E mi sono chiesto: “C’è veramente bisogno di plagiare la realtà e concludere ogni storia con un finale drastico, inappellabile?”

E perché no?

Personalmente una tale prospettiva mi attira, e mi ha sempre attirato, forse perché mi piace l’ordine, la perfezione, la conclusione appunto per andare poi a contemplare, esplorare o fare semplicemente altro.

“Ieri, 25-03-12, sono andato al mercato dell’usato di Porta Genova per comprare delle magliette per correre. Avevo anche pensato di comprare, per il bisogno della sistemazione di questo mio nuovo romanzo, un romanzetto fatto bene da cui avrei potuto trarre qualche lezione di scrittura. Una tale lettura, ci vuole.

Nel mercato avevo individuato e preso una serie di libri (6) tra saggi e narrativa; tra questi libri c’era anche un romanzetto di Cesare Pavese. Pensando poi di studiarlo bene, di guardare come apre, si sviluppa e si conclude, mi saltò in mente “Lezioni americane” di Calvino. Adesso entrambi i libri sono vicini e aspettano me.”

Un’altra considerazione sulla scrittura è la seguente (siccome non sono più sicuro d’esserne stato io stesso l’autore, la metto tra virgoletti… e chi la riconosce, la restituisca gentilmente all’autore vero… per il momento è di mia proprietà, di mia generazione):

“Il romanzo scritto o letto è una cura che raccoglie il tempo a brandelli, inafferrabile e fugace per sua stessa natura. Ha il ruolo illusorio di congelare il momento senza ostacolare il passare del tempo.
I volti, gli eventi, le aspettative dei personaggi e le loro attitudini, il numero delle pagine, infine lo spazio percorso o quello da fare percorrere al lettore, tutto ciò che dà materia alla memoria.
Quindi il dramma e la soluzione del dramma sono concentrati nello stesso spazio allo stesso tempo. E per un po’, il ricordo di un paradiso perduto svanisce come scompaiono i sogni e gli sguardi verso un futuro migliore poiché tutto è a portata di mano qui e ora: non abbiamo più sforzi da fare o sacrifici per perseguire la felicità la cui materia è tempo e la proprietà è effimero.
Cosa potrebbe esserci di più grande e più opportuno per questo felice dono, quello di avere nel pugno l’eternità, senza spostarsi lo spazio di un millimetro, senza assentarsi per un momento dal presente!

Che miracolo, no?
È in questo senso che il romanzo e forse tutte le altre opere d’arte o d’industria sono una terapia esistenziale...”

Parole mie diventate anonime, sconosciute per me stesso?! Non ne sono sicuro.

“Chi mi dà l’uomo vivo?” - diceva ne “La giovinezza” Francesco De Sanctis.

Se questa citazione sradicata dalla mia memoria dai venti del tempo e dell’oblio e diventata così sconosciuta, morta, un cadavere, il mio cadavere, che me ne ridarà la vita?

Sì, sono colpito dalla sindrome di De Sanctis: non mi ricordo più se sono stato io a scrivere queste parole o qualcun altro né da quale sito archeologico memoriale esse rinvengano!

“Di noi muore la miglior parte, e non ci è memoria che possa risuscitarla.” Diceva ancora il De Sanctis e aveva ragione.

“Continuo a pensare con fissa a questa storia di Nabil. E soltanto ieri (scrissi il giorno del 18-01-12) mentre facevo il mio footing, mi sono venute altre idee (è una generosa distillazione, che dico? una pioggia di idee!). E devo stare dietro alla mia immaginazione per raccoglierle e collocarle nell’architettonica dell’opera. È molto faticoso, è un fatto portatore di angoscia e di paura quello di perdere delle idee pertinenti senza poter farci null’altro se non accontentarsi di ciò che si riesce a mantenere o di cui si può ricordare...”

In “Fiamme in paradiso” ho cercato di stare attento alla cronologia e alla coerenza degli eventi nel tempo soprattutto. Mi ricordo che avevo davvero sofferto (senso di colpa? Paura di sciupare l’edificio narrativo?) di aver taciuto il mese di Ramadan nella vita di Karim.

Allora questo mese, comunque sacro per il protagonista che continuava a recarsi in moschea e a fare la preghiera, esisteva realmente ed era in giro per il tempo e per la città. Ignorarlo sarebbe un’incoerenza nella psicologia del personaggio. Ma, come si vede, questa mancanza non fu una vera mancanza. La storia di Karim non intendeva fotografare la vita reale di una persona, ma di proporre una inedita, che esiste solo nella mia immaginazione.

Invece ne “L’occidentalista”, sono stato sedotto dalla forma circolare del racconto, nel senso che il tempo della storia essendo scaduto perché viene ormai considerato da un’altra dimensione, quella della morte, il susseguire logico degli eventi diventa un particolare irrilevante.

A quel punto quello che conta è il blocco, la dimensione, della vita dato immediatamente e totalmente (come in un quadro di pittura) per contrappesare quello non meno immediato e monolitico, della morte. Da una parte la vita, dall’altra la morte, dove il senso stesso e la necessità della causalità scadono e diventano impertinenti. È come guardare i rilievi di Giove dalla terra a occhio nudo.

Ne “L’occidentalista” ogni capitolo agisce come agisce un frammento di memoria, da cui si può spaziare in lungo e in largo, in avanti o in dietro nel tempo, nelle passate vicende della nostra vita remota o recente, senza pretendere dalla memoria che ci restituisca i ricordi degli eventi nell’ordine cronologico e nel modo in cui sono state vissute quelle nostre vicende passate… e nessuno se ne scandalizza ovviamente…

 

Abdelmalek Smari

Article précédent Article suivant
Retour à l'accueil

Partager cet article

Repost0
Pour être informé des derniers articles, inscrivez vous :

Commenter cet article