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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

“MORENDO, UDÌ RONZARE UNA MOSCA” (4)

 

Back-stage

La studiosa Itala Vivan, specialista nella letteratura postcoloniale dell’Università Statale di Milano, ha paragonato lo stile de “La trottola”, le sue scene, i suoi paesaggi e i suoi personaggi con il loro linguaggio e le loro storie ai personaggi e paesaggi delle storie di Najib Mahfoudh.

Ecco le sue parole dopo aver letto il manoscritto: “L’ambiente sociale e culturale nordafricano è rappresentato con vivacità e quadri di vita succosi e anche ironici. Il taglio narrativo certe volte mi ha fatto venire in mente la prosa di Naguib Mahfuz e le sue scene di vita del Cairo con i suoi quartieri e i mille rivoli di storie individuali. Questo quadro è intersecato da una tensione culturale e psicologica centripeta, un movimento verso il di fuori, che viene registrato nella società algerina. C’è molta ironia e molto sorriso, e inoltre una pervasiva inquietudine, un senso di incombente disastro, che alla fine si giustifica e si conclude [...]”.

Il mio romanzo “La trottola” è pubblicato da Slecta Edizioni di Pavia. Pavia, dove si trova la Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro e i sacri resti del Corpo dell’illustre avo della combriccola dei monelli che animano questa storia. Pavia, dove si trova la tomba di Aurelio Agostino, il grande maestro (assoluto per noi algerini, anche se, per noi, è ancora sconosciuto) dopo Platone e Aristotele.

Non mi piace presentarlo da “imam”, come Santo, ma come il grande filosofo che lui era veramente... un filosofo della grandezza di Ibn Khaldoune e di Abi Hamed El Ghazali presi insieme!

Il mio romanzo si apre appunto con una sua citazione tratta dalle sue “Confessioni”.

Leggendo e contemplando la psicologia della ciurma dei birichini che costituiscono i personaggi de “La trottola”, si direbbe che questi Hammiya (algerini del 21° secolo) provenissero direttamente da quest’altra compagnia di giovani thagastioti, souk-ahrassi, (algerini anche loro, ma del 4° secolo) se non sono già gli stessi: stessi costumi, stesse birichinate, stessa incoscienza che caratterizzano la nostra epoca a Hamma!

In effetti, sembra che Agostino avesse previsto l’esistenza degli/i Hammiya, la loro innocenza e la loro follia in particolare.

“C’era – scriveva nelle sue Confessioni -, vicino ai nostri vigneti, un albero di pere, carico di frutti che non erano attraenti né per il loro aspetto o per il loro gusto. Tra i giovani furfanti, andammo a scuotere e spogliare questo albero, in una notte profonda - dopo aver, secondo un’abitudine malsana, prolungato i nostri giochi sulle piazze - e abbiamo ritirato enormi carichi di frutta. Non era per noi banchettarlo, ma piuttosto gettarlo ai maiali: anche se lo assaggiammo, la cosa importante per noi era il piacere che provavamo da un atto proibito.”

Sembra, con quella sua confessione, che Agostino dicesse ai posteri che niente è veramente nuovo sotto il sole, come vedrete, ripetendo quasi questi versi di Umberto Bellintant:

O tu che vivi al mondo che fu mio,

fanciullo sorridente oltre il fiume,

se un giorno per ventura dentro un bosco

udissi una voce d’albero richiedere

del bimbo che godeva in fra i suoi rami

rispondi che dal tempo fu rapito.

E loro, i posteri, gli hammiya, sembrano replicargli … con altri versi dello stesso poeta:

Quest’albero era

quando ancora non erano

I nostri padri i nostri avi.

Ed ecco io sento che qualcosa gli devo,

ma non so cosa, amici, ma la mano

mia ecco lo accosta e lo accarezza,

e tutta trema la mia mano, amici.

Avevo già cominciato, fin all’inizio del progetto, a riflettere sulla scrittura di questo romanzo con i suoi particolari, i suoi limiti e il suo corso. Scrivevo parallelamente una sorta di back-stage sulla genesi di questo romanzo, la sua formazione, le sue metamorfosi, le sue possibilità e i suoi limiti...

Scrivevo come qualcuno che scava qualche terreno arido in cerca di terra più umida o di acqua incontaminata.

Certamente, scavavo nella lingua e nel mio essere intero in cerca del miglior modo di dire le cose. E così mi trovavo con una fiumana di parole o d’immagini ridondanti e ripetitive che sconcertavano la mia prima lettrice, Giovanna.

Spietatamente, lei mi toglieva tali ridondanze, inutili e noiose secondo lei; ma io non mi davo per vinto, anzi mi affezionavo da morire a tutte le mie parole create.

Mi ci affezionavo forse perché mi dispiaceva rinunciarvi per lo sforzo che ci avevo messo per crearle.

Forse perché pensavo che fossero complementari e quindi indispensabili lo stesso.

Forse le ritenevo come poesie e - in quanto tali - preziose, visto che la poesia non aborrisce la ridondanza, quando le serve.

Per scrivere questo racconto, avevo cominciato a leggere certi libri: il più interessante fu “Hollywood, i media e il Pentagono” di Jean Michel Valantin.

Avevo preso tante note, evidenziato tanti passaggi e fatto tante riflessioni. Il libro è molto interessante per il mio orientamento personale ed era pieno d’informazioni demistificatrici. Era per quello che mi piaceva tanto, ed era per quello che avevo voluto condividerlo con Giovanna.

Lei si era messa a leggerlo e se lo portava con sé in giro e sui treni, nei nostri viaggi, quando non faceva i suoi compiti di arabo. Così, una volta, l’aveva tirato fuori da leggere di fronte al mare su una delle panchine che servono per la passeggiata mare e come sedili per la stazione degli autobus di Santa Margherita Ligure.

E venne finalmente un autobus, e Giò andò sparata a vedere se era il nostro. Ed era il nostro. Nella confusione che si era creata - come sempre quando si vuole guadagnare tempo, anche se non ce n’è proprio niente da grattare - lei salì portando con sé ciò che aveva con sé, cioè tutto tranne il libro!

Così io persi il mio libro, i miei appunti e le mie riflessioni. E meno male che era andata così: stavo per scrivere forse non un romanzo ma una specie di saggio freddo, per di più squallidamente plagiato.

È lo stile sceneggiatura che ha preso fin dall’inizio il sopravvento. Per vedere chiaro nel capitolo “Lo steward” - allora in cantiere e di fronte al quale ho trovato una gran difficoltà nel venirne fuori -, ho dovuto raccontarne la storia a un amico.

Dopo una premessa sulla mia scelta di scrivere - sceneggiando non discorrendo - gli ho raccontato la storia, non quella che era già fatta e scritta (quella appunto non mi soddisfaceva ed era già scaduta!) ma una nuova che si basava su una nuova trama.

Conseguenza: la trama generale stessa si è ritrovata scombussolata! Trama che non cessava di trasformarsi arricchendosi, precisandosi e prendendo più carne e sostanza, più profondità e spessore…

Ho pensato, per provocare delle situazioni reali funzionali alla trama, di scrivere mail agli amici, come fa Nabil, per avere un’idea sulla psicologia reale e autonoma del personaggio rispetto a quella proiettata su di esso dall’autore.

Ma non l’ho fatto, forse le mie letture e la vita stessa di tutti i giorni me ne hanno dissuaso, mi hanno portato a farne a meno.

Mentre scrivevo, reagivo fisicamente, con reale compartecipazione, alle scene erotiche, ironiche, giocose o tristi dei personaggi, con una voluttà sottile, con spasimi di riso, con gravità o aggrottamento delle sopracciglia.

Un episodio che mi è rimasto impresso nella memoria è questa buffa assoggettazione mia di fronte a innocue e semplici parole che scrivevo: dovevo stare attento a non usare mai in modo chiaro ed esplicito parole (presunte da me) compromettenti. Mi è capitato di avere veramente paura d’essere scoperto dai servizi dell’impero che cercavo di denunciare, che la mia storia accusava francamente!

 

Abdelmalek Smari

 

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