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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

“MORENDO, UDÌ RONZARE UNA MOSCA” (3 - 1)

 

Lingua, storia e personaggi (1)

Per lungo tempo mi sono alzato presto, non come Proust per accogliere une madeleine o che, ma per essere in ufficio, alla Feltrinelli dove lavoravo, un’ora prima e scrivere ogni giorno un brano di questo romanzo o qualche riga o cambiare una parola o un modo dire o aggiungere o togliere un punto o una virgola…

Scrissi sul mio diario, il giorno del 05-10-12: è più di due mesi che non scrivo nuove cose su “Il cratere”. Ma a parte le vacanze, e i giorni festivi, ho continuato ad approfittare di quell’ora del mattino per mettere un po’ di ordine in ciò che mi sembrava già fosse un corpus pronto all’elaborazione finale.

Per quanto riguarda la lingua del romanzo, a un certo punto avevo pensato che, per essere espressa in modo più esatto e chiaro, la mia storia dovesse essere scritta nella lingua - non già di Hamma Bouziane, cittadina di Nabil e dei suoi compagni - ma in quella di mia madre!

Ovviamente, ho dovuto rinunciarci e sottomettermi al principio della realtà scrivendo il romanzo in un linguaggio pubblico, codificato, italiano per lo più.

Scrissi anche nella stessa pagina del diario: “Più vado avanti nella stesura di questo romanzo, più mi rendo conto che sto lottando per dire cose che mia mamma diceva così bene e semplicemente. Quanto le invidio questo talento!”  

Mamma non è mai stata a scuola (disastro dell’opera civilizzatrice della Francia in Algeria, cara persino a Karl Marx!), ma fu lo stesso dalla parte giusta: dalla parte di una lingua che non smette mai di adattarsi e aggiornarsi per accompagnare il corso della vita. Il tempo non aspetta. Mia madre fu dalla parte di un linguaggio vivo e vivificante.

La mia lingua invece, oltre ad essere estranea a me, è una di quelle lingue codificate e dipendenti, esse stesse, da questo polmone (i dialetti) che le rinnova la linfa e le procura ossigeno e energia.
Questa mattina, ad esempio, mentre pensavo a un prodotto cosmetico, il districatore per i capelli, mi è venuta in mente una parola dialettale, una parola di mia madre, sellaka…

Non dico che la nostra lingua snobbi il dialetto, ma siamo noi umani, ignoranti, pigri e idioti che soffochiamo la nostra lingua.
Qualcuno tra noi, non felice di uccidere la lingua, pensa già di massacrare il dialetto, quando propone di sostituire la lingua con il dialetto ... che ovviamente sarà lui stesso volto alla sclerotizzazione, poiché sarà rigorosamente - necessità e natura delle lingue obbligano - codificato e incamisolato, condannato a morte. Il dialetto deve rimanere questo polmone libero e sano per irrigare di vita e di forza la lingua. Detto questo, penso davvero che questo romanzo si adatti meglio al nostro dialetto di Hamma o piuttosto al linguaggio profondo e immenso di mia madre.

Il romanzo si apre con un contrasto - dettaglio che ho scoperto soltanto una volta il libro pubblicato: da un lato un folle en plein-air che canta a tutta birra e balla in strada deserta o che si sta svuotando. Un folle che si dà da fare a perdifiato. Un folle, tutto sudore e tutto polvere, che vediamo alle prese con quella sua bisogna ridicola ed estenuante che è la follia.

Dall’altra parte gli/i hammiya, che questo personaggio cerca poi trova tutti radunati nella moschea.

Senza volerlo, ho messo in applicazione la mia idea sull’impresa umana, che è individualista per eccellenza. Un principio che, meglio di qualsiasi altra impresa umana, l’opera letteraria mette in mostra.

Il romanzo è un’idea. Ad esempio, il tentare d’isolare il male dal bene, due componenti della natura umana (componenti per natura indivisibili), è stata l’idea princeps (in realtà un sogno vero dell’autore) del geniale racconto di R. L. Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”.

E l’idea di questo romanzo mio è che l’uomo, per essere libero, per esistere, deve far valere il proprio desiderio nell’oceano dei desideri degli altri. Deve liberarsi dall’alienazione del numero, dall’anonimato.

Sandro Veronesi considera questo tipo di scene come “la parte plastica della letteratura”: scene che “adottiamo - dice - nel fondo della nostra mente in modo che né il tempo né gli avvenimenti possono cancellarne o diminuirne l’impressione.”

“La trottola” è comunque il racconto di un frustrato e solitario che eccelle nel poetizzare le sue lettere per sedurre la sua “salvezza”.

In altre parole, la storia di questo romanzo segue il corso della vita di Nabil, un giovane laureato, ancora senza lavoro, esercita piccoli mestieri che non fanno proprio per lui.

Tuttavia, non per ciò egli perde la bussola. Continua a lavorare su se stesso, a riflettere sulla vita, a costruire valori, a rispettarsi, a imparare cose nuove, a prendersi cura del proprio corpo, a sperare ... a essere insomma civile, sano e colto, ecco.

Tutto questo programma di vita si riflette nella sua personalità che lo pone come “Individuo” appunto di fronte alla moltitudine, la società, e lo fa apparire alla massa degli amici e dei parenti come un caso raro, come un essere speciale, se non temuto, rispettabile.

Nabil ha amici, ha speranza, odia la mediocrità e ama la giustizia e la logica come ama la poesia e la musica. Insomma è una persona che cerca di vivere una vita serena e saggia. Sembra seguire il motto dell’illustre poeta fiorentino,

Considerate la vostra semenza:

Fatti non foste a viver come bruti,

Ma per seguir virtute e canoscenza.

Una tale personalità, strana, misteriosa, è vista dalle masse degli/i Hammiya come una personalità fondamentalmente irrequieta quanto inquietante. Il che finisce per condannarla a essere un’anima davvero in pena.

 

Smari Abdelmalek

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