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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Penare, tale è l’umana sorte - (4)

 

 

L’inesistenza è contraria all’esibizionismo

Il lettore esce dalla lettura di questo romanzo con questa sentenza morale: non è per amore di riservatezza che Golia nasconda la sua condizione sociale (più che sicura dal punto di vista finanziario-materiale), ma è per assenza effettiva di quella felicità (di cui egli non è per niente orgoglioso né che essa gli interessi); se non addirittura per disprezzo di quella forma di vita dove si è trovato tra le mandibole di un padre quasi assente e poco fiero di sé, di un fratello tutto volontà di una madre (fagocitatrice della libertà dei figli e usurpatrice dei loro desideri) e questa stessa nevrotica ed egoista mamma/genitrice.

In questo clima patogeno è nato il Golia. Nello stesso clima di confusione e di immorale egoismo è cresciuto.

E ora, è contro questo stato soffocante che combatte e cerca di uscirne fuori e di liberarsi.

Mentre il protagonista si dibatte contro la sua condizione di vita soffocata e soffocante, il lettore scopre la vanità dell’invidiato stato d’agio socioeconomico in cui naviga il protagonista inappagato e inappagabile, tale un desiderio!

Il lettore – che anche lui desidera di avere un reddito “da pascià” che lo risparmi dalla corvée di dover penare per godersi la vita (sempre che riesca a trovarvi gusto, tempo e mezzi) - rimane quindi sbigottito di fronte a questo paradosso che egli interpreta come una specie d’ingratitudine da parte di un “mammone” nei confronti di questa stessa invidiabile condizione e nei confronti di chi gliela procura.

Infatti, man mano che Golia interpreta una partizione della vita, che il suo autore gli indica e di cui lo incombe, il lettore scopre in lui questa o quell’altra qualità, questo o quell’altro potere consumistico, questa o quest’altra raffinatezza.

Ricordiamocelo, con la vita che svolge, il personaggio - che parte come un figlio di una “zingara”– si rivela un gentiluomo quasi, un uomo raffinato comunque, buongustaio dei vini squisiti, amante de la bonne chair e delle divine melodie; e il suo mondo è una specie di olimpo, dove egli possa avere così, di botto, una Radio in eredità o come regalo di Natale 4000 euro!

Un personaggio strano comunque, inverosimilmente fortunato, con il suo psi, i riferimenti all’alta letteratura e alla vita di un’ancor molto alta società… insomma uno che dovrebbe mangiare “col gomito appoggiato al tavolo.”

 

Finale a tentacoli

All’inizio della mia lettura, ho sospettato che l’autore avesse fatto una gaffe dettatagli dalla indecisione di fronte alla giungla di possibilità davanti alle quali ogni inizio di percorso ci mette, sottomettendo la nostra mente a sofferti tentativi di tratteggiare personaggi e vicende della storia.

Questo stesso “possibilismo”, lo troviamo in qualche modo confermato nei “finali”!

Infatti, anche in questo romanzo, l’autore ha immaginato più finali, come nel suo romanzo precedente “Berto il cialtrone”.

Secondo me, però, non c’è che un finale, quello appunto che chiude il romanzo.

Gli altri, se sono là, essi ci sono come un escamotage per aggiornare in qualche modo la vita del protagonista e rifornire il lettore di informazioni supplementari e necessarie. Ad esempio, nel secondo finale l’autore ci fornisce altri dettagli e vicende “flash-backati” sulla vita d’infanzia di Golia chiarendone meglio la storia e ampliandola oltremisura.

Oltre alla loro funzione di completamento di informazione - che sarebbe una funzione secondaria, ma sempre utile e pertinente e, direi, originale -, questi finali  hanno un’altra funzione più importante, questa, perché dà uno spessore psicologico ed esistenziale ulteriore al personaggio.

Così come l’autore si è trovato indeciso rispetto alla forma definitiva della condizione socio-economica della famiglia del protagonista, questi rimane pure lui indeciso di fronte a questo suo ri-inizio di vita, il suo iniziare una vita nuova, dopo che la sorte gli ha “cambiato le carte in tavola”.

La vita, essendosi equilibrio, ogni volta che essa vede cambiare una sua componente, rifà tutti i conti di nuovo e di nuovo ne trae nuove somme e nuovi equilibri.

Nei finali, invece di dire: “Il Golia ha pensato di fare questo (il 1° finale) poi l’ha scartato per scegliere quest’altro (il 2° finale)”, l’autore ci ha  presentato la formulazione di queste due ipotesi come vicende realmente vissute dal protagonista.

Infine il finale aperto con proposta di tanti finali non è così originale poi. È una tecnica che, suppongo, alcuni maestri italiani hanno praticata prima di Rizzi.

Ma l’importante - anche qui come nel raccontare una data storia – è il modo di usare questo “finale a tentacoli”.

Comunque, ignaro di questa pratica, in Berto, l’avevo presa per un’originalità “rizziana”. Può darsi anche che lo fosse stata e che l’autore l’avesse inventata pure lui; dopo tutto, le idee non sono mai proprietà esclusiva di nessuno; non dovrebbero al meno.

Comunque questo tipo di finale a tentacoli è lì per dirci “in life” ciò che Golia avrà pensato di fare, un’ipotesi dopo l’altra.

Ma il finale vero, concreto, concludente, inappellabile, anche qui, rimane quello su cui si chiude il romanzo; quello che ci porta all’ultima parola dell’ultima pagina, all’infuori di quella dei ringraziamenti, evidentemente.

Gli altri pseudo finali fungono da completamento d’informazione come ho detto.

Forse il corso della storia come questa viene raccontata non permette all’inizio di scendere così tanto in quei particolari, che i finali avrebbero comunque avuto il compito di sciorinare poi con serenità.

 

L’impossibilità di vivere da parassita perfetto

A proposito di questa perversione degenerativa, la chimera di poter vivere da parasita perfetto, l’arte (il presente racconto di Renato Rizzi all’occorrenza) ci fa vedere che essa non regge biologicamente: non presenta nessun vantaggio adattativo.

Questa chimera è inutile, anzi è controproducente: genera solo miseria esistenziale.

È un parassitismo che espone la vita agli alea del caso, la lascia in balia ai venti degli imprevisti e la sprovvede dal reagire e dal prendere iniziative se il tronco nutritivo e protettore viene a meno; e questo tronco è sempre estraneo, anche se è mamma, anche se è la genitrice in persona.

Forse è quello che mostra bene questo finale a tentacoli. Sparito il mondo e le forze che sembrano dare vita e sussistenza all’esistenza del protagonista, il Golia - nella confusione dovuta allo sgomento e all’imprevisto - immagina le più sordide delle ipotesi per mandare avanti la sua vita.

Il parassitismo non è quindi un comportamento adattativo. È il fallimento totale di un progetto di vita, della vita stessa.

Un fallimento che l’arte constata tranquillamente e che ce lo comunica. Un fallimento che Hegel aveva genialmente analizzato con la sua dialettica del servo che diventa signore e questi che diventa l’altro, il servo.

Ci resta però da fare una piccola estrapolazione: ci stupisce quella gente (maniacalmente paternalista, che io chiamo caritas urget) che pretende ancora che non solo tale perversione esiste come un comportamento del tutto normale, culturalmente normalizzato e, anzi, valorizzato da certi individui, ma esso si estende ad intere culture e interi continenti!

 

Abdelmalek Smari

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