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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Penare, tale è l’umana sorte - (4 e Fine)

 

 

“Quando nell’uomo c’è l’attore, presto o tardi

vengono i fischi; ma l’uomo sincero e modesto

non perde mai prestigio.”

Francesco De Sanctis – La Giovinezza

 

 

L’errore madornale della quarta di copertina

Dopo la lettura di questo romanzo, ho assistito alla sua prima presentazione. C’era stato un dibattito acceso.

Ma ho avuto la sorpresa di vedere con quanta energia e lunghezza (piacere?) gli intervenuti prendevano la parola per non mollarla più, e se la mollavano non tardavano a ritornarvi.

E d’intervenuti, ce n’erano parecchi.

Ciò, e c’erano pure quelli che non hanno trovato neanche l’opportunità di aprire becco e piazzare una parola.

Il dibattito ha girato attorno a dei soggetti di politica, di psicologia, di arte, di media con esponenti di ciascun settore (i presentatori). Sembra che ogni intervenente stesse là per regolare i loro conti agli altri.

C’era una signora che ha accusato l’autore che – pur essendo uomo! - ha osato scrivere sulla donna!

“Che cosa sai, gli disse, tu, della donna? del parto? della maternità?!”

L’ha accusato addirittura di aver avuto l’audacia di scrivere sui giovani!

Un autore vero non aspetta nessun’autorizzazione da nessuno per scrivere ciò che vuole o desidera. Tale è stata la risposta di Rizzi.

Ma lo scrittore non ha forse il diritto di scrivere di un boscaiolo se lui stesso non è boscaiolo?!

E quest’intervenente piena di sé ha mai letto o sentito parlare di Madame Bovary, Lady Chatterley o Lolita?

Forse la pittura di questi ritratti di donna è stata eseguita rispettivamente da Simone de Beauvoir, Jane Austen ou Anna Akhmatova?

Credo che colui che è rimasto vittima di questo dibattito hors-sujet è la letteratura stessa.

Secondo me l’errore madornale sta prima di tutto nella quarta di copertina che presenta il libro come una storia senza trama vera o particolare, un corso d’acqua impazzito che bagna capre e cavoli, stalle e stelle…

Mentre - e ciò l’ha detto benissimo Fiano, il politico! – una trama c’è, e in più essa è bella ed accattivante. “Sembra addirittura di tenore poliziesco” concluse Fiano.

Ma, veramente, ci vuole un politico per parlare con maestria e classe e in letteraturese di letteratura?!

A vedere gli intervenenti, sembravano tutti dei politici. Curiosamente, quasi tutti confessarono che non avevano “ancora” letto il libro.

Non era quindi strano che dovevano parlare di altro, cioè di quel che sanno, con il linguaggio a loro familiare, il linguaggio generico dei talk-show di cui sono abituati, di cui sono zeppi marci.

Sì, è a causa di questa indigenza letteraria che si erano buttati beatamente su argomenti di cui sono strasazi, argomenti da talk show e da bar o da padroni di cani annoiati ed imbarazzati.

L’altro disastro di questa infelice recensione è il presentare il romanzo come saggio! Mentre saggio non lo è.

Anche perché l’autore, di saggi, ne aveva scritti e tanti! Ma già con “Berto”, l’autore sembra aver girato la pagina dei saggi e deciso di scrivere romanzi.

Perché gli hanno presentato l’opera come un saggio?

E chi l’ha fatto?

E in che cosa il romanzo possa disturbare? 

O trattasi qui di qualche ricatto editoriale?

Non so se esista il romanzo-saggio, se escludiamo i famosi racconti filosofici. E anche se esso esiste, non penso che “Think tank” possa essere un saggio… potrebbe invece sembrare, ma non lo è, non lo sarà.

E se un altro lettore vi scorge degli elementi “saggiformi” e conclude quindi che si tratti indubbiamente di un saggio – come per dire: non c’è fumo senza arrosto – non mi convincerà. Perché io considero questi elementi “saggiformi” come della materia prima, accanto ad altre informazioni che fanno da tessuto e carne per il corpo del romanzo.

Bisogna fare la differenza tra questi due grandi generi (il saggio e la fiction) e riconoscere ad entrambi una nobiltà che acquisiscono quando li mettiamo nello scaffale giusto (saggio se è saggio, fiction se è fiction) e la perdono appena lo togliamo via dallo scaffale giusto, “connaturale”.

Certo, il saggio può vestirsi pure lui di parure d’ironia, di fiaba, di poesia, di metafora, di simbologia… ma la sua natura rimane radicata nella realtà: non potrà mai dire seriamente che due e due fanno cinque, fanno Cesare o fanno il padre eterno.

Il romanzo può dissertare pure lui sui massimi sistemi e sull’essere e il divenire del mondo, sulla biologia molecolare, sull’atomo e sui sillogismi più logici, ma non per questo esso possa diventare ciò che non è: un saggio.

Perché il romanzo ha il privilegio di poter affermare seriamente che due e due fanno cinque o Cesare o il padre eterno. Anzi può anche dire, non senza netta convinzione e persuasione, che due non sono due o non sono mai stati due né lo saranno mai...

Ecco perché il romanzo di Renato Rizzi è romanzo e non è un romanzo-saggio o saggio tout court.

 

Della verità nell’arte

Al saggista, si può fare il processo per le sue idee, perché ci sono delle idee giuste e altre sbagliate; dal letterato, ci si può aspettare solo verosimiglianza.

Verosimiglianza, nel senso che le vicende e i personaggi, i paesaggi e i sentimenti e persino la scienza e l’intendimento trovano un loro senso e una loro ragione, la giustificazione o la spiegazione, non già nel mondo oggettivo esterno del lettore né nell’infinito mondo dell’autore (che l’opera non potrà mai caricare interamente né esaurire), ma nel testo fatto opera.

Ciò detto, anche l’arte ha una sua verità.

Una verità, certamente, non esprimibile in termini matematici, ma comunque sempre una verità è.

Una verità che a volte si confonde addirittura con quella matematica!

Quando Pascoli cantava “Ognuno loda, ognuno taglia. A sera //// Ognuno col suo grave fascio va.”, a me sembra sentirlo descrivere questi onesti ecologisti, sedicenti amanti della natura, che da una passeggiata in un bosco rigoglioso, a sera ognuno con un bottino a casa sua torna: chi con tascate di bacchi di mirto o di ginepro, chi con ceste di funghi, chi con una frasca d’ulivo o un mazzo di fiori…

In breve, il dibattito che ha seguito la presentazione di “Think tank” era un processo non solo alle idee (che non dovrebbero fare parte di un’opera per definizione e vocazione immaginativa, di fiction), ma all’autore stesso!

Forse senza questa sciagurata, deformante, quarta di copertina, il pubblico dibattente (non avendo ancora letto del libro che la quarta di copertina) di quella serata non avrebbe “luogocomunato” ma parlato di letteratura.

“Il lettore ammirevole non cerca informazioni sulla Russia in un romanzo russo, perché sa che la Russia di Tolstoj o Cechov non è la Russia media della storia, ma un mondo particolare immaginato e creato da il genio individuale.” Littératures - Vladimir Nabokov.

O ancora “Un capolavoro di romanzo è un universo inedito che, come tale, ha poche possibilità di quadrare con l’universo del lettore.” Littératures.

Anche l’autore è stato un po’ spiazzato. Si è lasciato prendere dalla deformante quarta di copertina. Poteva dire semplicemente che lui ha scritto un romanzo. Poteva asserire che il suo personaggio aveva visto il padre eterno o che era lui stesso questo padre eterno.

Comunque, io vedo nella storia del romanzo di Rizzi una metafora, un’immagine, di una fantasia infantile, una fantasia di quell’età magica, che ci accompagna fino alle età più avanzate, più razionali, più lucide e sconsolate.

Come una parola può essere una metafora (come la Sicilia di Leonardo Sciascia), così anche un’espressione, un capitolo o tutta un’opera possono essere una metafora.

Una fantasia, quindi, figlia della mentalità magica a cui l’Impossibile ci accula e ci costringe a ricorrere all’immaginare - creandoci illusioni di soluzioni - per raggirare i problemi e gli ostacoli.

Un atteggiamento, questo, molto diffuso nell’uomo sognatore, annoiato, parasita, pigro … - e ogni uomo è tale … appena si lascia andare.

Chi non ha sentito qualcuno o se stesso sognare: “Ah se avessi soldi, io vivrei da re, cioè ricco, senza fare niente e servito?”

Un desiderio molto diffuso, umano, troppo umano, assunto con responsabilità e anche con arte e orgoglio, anche se a volte viene denunciato o proclamato con brama e sospiri, e a volte anche deriso.

Insomma un perfetto soggetto di letteratura, che Renato Rizzi ha saputo cogliere per farne una bella opera inedita.

Comunque quella bella società degli intervenenti, avrà fatto incazzare un Nabokov che, dopo Flaubert, vedeva tutto nel romanzo e niente fuori dal romanzo.

Per quanto mi riguarda, la serata mi è servita particolarmente per approfondire meglio l’idea che man mano mi stavo facendo della natura letteraria dell’opera… letteraria.

 

Abdelmalek Smari

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