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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Penare, tale è l’umana sorte - (3)

 

Un mondo a sé, questo è il romanzo

Se dovessi raccontare la storia di questo romanzo direi che esso è, prima di tutto, una storia a sé. Nel senso che la sua storia non deve rendere conto al mondo reale, anche se la sua esistenza stessa deve tutto, ma proprio tutto, a questo mondo senza il quale l’opera stessa non sarebbe potuta nascere né come idea né come opera.

È questo il romanzo e, in genere, l’opera, ogni opera, artistica: un mondo a sé con la propria logica, il proprio tempo, i propri ritmi, la propria memoria, la propria poetica, le proprie gioie e miserie, il proprio linguaggio, il proprio inizio e il proprio fine, il proprio senso ecc.

Nabokov dice:

"La società che circondava Madame Bovary è stata fatta da Flaubert così deliberatamente come la stessa signora Bovary è stata creata da lui, e dire che questa società flaubertiana ha agito su questo personaggio flaubertiano è una verità ovvia. Tutto ciò che accade nel libro avviene esclusivamente nella mente di Flaubert, qualunque cosa possa essere stata, originariamente, l’insignificante punto di partenza, qualunque cosa possa essere, o apparirgli, la società del suo tempo. "

Vladimir Nabokov ha scritto 1200 pagine circa (il suo “Littératures”) con tanto di ipotesi e riflessioni, con esempi di opere di grandi scrittori analizzati genialmente, per dire questa realtà che caratterizza l’opera d’arte; per dire questa realtà che libera l’opera d’arte da queste storture dovute ad una storta prospettiva che tende a vedere e a far vedere nell’opera d’arte un mero scimmiottamento della realtà.

Certo è, una letteratura che vuole scimmiottare la realtà (ed esiste questo genere di letterature, romanzi o quadri a tesi) non può essere che una cattiva letteratura, laida o senza eleganza almeno, noiosa, non artistica comunque, perché sarebbe ridondante, un pleonasmo.

Del resto Nabokov provava un’antipatia per l’opera letteraria di Sartre che gli sembrava come una specie di cronaca, e definiva perciò Sartre come un giornalista.

Lo stesso Dostoevskij non è sfuggito a questo giudizio rigoroso di un fanatico dell’arte per l’arte, come era Nabokov, che vedeva nei racconti del suo illustre compaesano una specie di cronache della perversione.  

“L’uomo - scrisse Nabokov a questo proposito - che egli (Dostoevskij) dipinge è solo un maniaco o, meglio, un groviglio di fissazioni. Oggi, mediocri imitatori di Dostoevskij, come Sartre, un giornalista francese, continuano su questa linea.”

Nabokov vede nell’arte solo Immaginazione, e rende quest’idea cercando di analizzare il sogno di un personaggio (Anna Karenina, morsa a morte dall’amore extraconiugale) non già ricorrendo all’autore o al suo vissuto personale (considerato di solito la matrice di tutto ciò che, piccolo o monumentale, si trova nella mente o addirittura nel vissuto dell’autore – qui, Tolstoj), ma ricorrendo al vissuto e solo al vissuto del personaggio.

E vi ha trovato tutto ciò che un “ciarlatano” (Nabokov chiamava il padre di tutti gli psicoanalisti, Freud, il ciarlatano di Vienna!) possa trovare nel vissuto del suo paziente al fine di utilizzarlo come chiave d’interpretazione dei suoi sogni, della sua opera o della cura dei suoi sintomi.

 

“Lavorare stanca”

Se dovessi caratterizzare quindi questo libro, direi che non è un saggio, ma un romanzo, cioè un’immagine, una fiction.

L’ammirabile, l’autentico, lettore non cerca le ultime scoperte di psicologia in quest’opera, scoperte che non troverà mai; ma ciò che egli troverà invece è un mondo particolare immaginato e creato dal suo autore.

E, infatti, non si tratta forse della storia di vita di un uomo, ancora giovane, che vive una vita normale coi suoi alti e bassi, con le sue noie e le sue gioie, con le sue paure e i suoi desideri, con le sue bramosie e i suoi dubbi, una vita come quella di tutti i mortali?!

Una vita come quella delle persone nel nostro mondo reale o anche in quello immaginato: problema di lavoro, di affetto, di angosce, di memoria, del tempo che passa, di malattia, di dubbi, di coscienza, delle difficoltà che ostacolano il desiderio?!

È appunto la vita di un quarantenne che - pur vivendo una vita affatto miserabile, affatto noiosa (problematica, sì) - fa come se quella vita non fosse quella giusta; quindi, lui deve ancora cercare e trovare una soluzione, una sua strada!

L’idea della storia parte da un atteggiamento che ognuno di noi – di fronte a delle situazioni e incombenze stressanti e problematiche - avrà provato sulla propria pelle o avrà sentito esprimere da qualcun altro, almeno una volta nella sua vita: “Ah, se avesse un reddito da pascià garantito per tutta la mia vita, potrei dedicarmi a quello che veramente vorrei fare!”

Insomma, “Lavorare stanca”.

Ebbene, il nostro protagonista, Golia, si è trovato in un tale frangente: carta di credito sempre carica colma, regali preziosi, eredità immobiliare, relazioni necessarie e potenti… insomma può anche non lavorare senza mai trovarsi in fame o senza tetto…

Anzi, a contemplare il regime della sua vita (alta cucina, viaggi e pernottamenti in grandi alberghi e i soldi che non mancano), ci vien l’acquolina in bocca.

Il paradosso – ed è ciò che il protagonista o l’arte cercano di dirci – è che quel che tutti noi desideriamo, e che la lontananza o la privazione ci abbelliscono oltre misura e ci fanno desiderare con pazza brama, non è mai l’Eden.

Bisogna penare, tale è l’umana sorte, bisogna annoiarsi, bisogna cioè fare qualcosa di buono nella misura del possibile, e fare delle cazzate anche, ovviamente: tale è la beata vita umana con l’immancabile bêtise humaine.

Insomma il desiderio, appena si realizza, diventa come per incanto noia. Vale a dire che desiderare è desiderare l’impossibile.

 

Quest’opera non è un saggio, bensì un romanzo

Ed è questo problema che le vicissitudini della vita stessa del protagonista ci mostrano. È questo problema che questa nostra vita tormentata esprime joliment (per dirla con Nabokov che sto parafrasando), cioè il nostro affanno, le nostre angosce, le nostre piccole gioie, le scocciature della nostra condizione umana.

Il personaggio con questa sua vita è l’immagine – e “la letteratura è una costruzione d’immagini” (Nabokov) – che incarna la nostra condizione umana.

Oltre a questa prova - per immagine! – della letterarietà di quest’opera, abbiamo tanti esempi di grandi autori che partono da un fatto di cronaca o di una banalità per farne dei capolavori, come “Delitto e castigo” ad esempio.

Hitchcock diceva, più o meno, che possiamo anche partire da un cliché nel raccontare una storia, l’importante è non concluderla con un cliché.

L’importante è come raccontare una storia, non quale storia bisogna raccontare. Uno dei personaggi di Think Tank lo dice, anche lui, quando attribuisce ai giovani il “Cosa?” raccontare e ai veterani invece il  “Come” raccontare?

Quanto alla scienza psicologica di cui sembra trasudare il romanzo, essa non è che una materia prima che l’architetto di questo edificio ha usato per costruirlo ed abbellirlo, renderlo – come modello di vita a sé – verosimile, ecco.

Qualcuno – Bakhtin o qualche altro formalista, credo – ha detto che in realtà non esistono più di una manciatina di storie da raccontare, una decina, penso!

Io l’ho ridotta a una sola: quella che mette in scena un desiderio (l’individuo) che si vuol affermare e un ostacolo (il principio della realtà, il branco) che si mette tra l’individuo e il suo desiderio, che cerca di schiacciarlo.

Un altro fatto gioca a favore della letterarietà di quest’opera: il desiderio ha questa forza tremenda di creare nell’uomo un campo di tensioni insopportabili.

Se non ci si arriva a sciogliere tali tensioni, si rimane preda ad un malessere, ad un’angoscia che trasforma la quiete dell’essere in un rogo esistenziale.  

Sembra che l’evoluzione biologica della mente umana abbia creato il sogno, come anche le nevrosi e l’arte in generale per permettere allo sventurato umano di sublimare i grovigli tensionali per alleviargli un po’ di questo tipo di sofferenze.

Nel nostro caso, quest’opera potrebbe benissimo essere una specie di scioglimento di quelle tensioni determinate dal desiderio di avere le possibilità di vivere come un pascià… ovviamente, senza le incombenze di un pascià!

 

Abdelmalek Smari

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