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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

La lingua degli spiriti o Considerazioni sul Pregiudizio(*)

 

Semel in anno insanire necesse est

 

 

“I pregiudizi occupano una parte

dello spirito e infettano tutta

la parte restante.”

Nicolas de Malbranche

 

Pregiudizio

In questo piccolo intervento, parlerò di me stesso alle prese con un pregiudizio sulle lingue.

Io vengo dall’Algeria ove la scuola nei miei tempi si faceva anche in lingua francese.

Giacché siamo stati colonizzati dalla Francia, allora potenza coloniale, e siccome bisognava pur vivere anzi sopravvivere, ci eravamo adattati al diktat dei nostri dominatori, abbiamo dovuto imparare la loro lingua. Per forza, non ci parlavano che in francese!

Una lingua che abbiamo problematizzato poi, quando ci siamo messi a interrogare la sua utilità o meglio la natura del rapporto che ci ha legati ad essa.

Kateb Yacine vi vedeva il nostro bottino di guerra.

Malek Haddad una lingua assassina.

Mouloud Mammeri uno strumento utile per guadagnarsi la pagnotta.

Qualcuno la prende per un fuoco rubato all’olimpo del dominatore.

Altri, la tendenza generale, uno strumento di alienazione e di neo-colonizzazione.

Altri ancora, i vinti e alienati - e ce ne sono abbastanza! – vi vedono la lingua della civiltà per eccellenza in contrapposizione delle nostre lingue locali (tamazight et arabo) che sarebbero primitive e obsolete, appartenenti all’età della barbarie, dell’epoca selvaggia della storia.

Rari sono quelli che vi vedono invece – naturalmente - una lingua in più (quando è acquisita), senza nessun complesso di superiorità o d’inferiorità: un arricchimento culturale, ricercato dopo scelta libera, assunto e onorato come si ama e si onra la propria lingua e tutte le altre lingue del mondo.

Infatti, durante l’occupazione del nostro paese, i francesi si erano mostrati così gelosi e orgogliosi della loro cultura; tanto orgogliosi e arroganti quanto ignoranti e disprezzanti della nostra lingua (il tamazight per i berberofoni, l’arabo per gli arabofoni).

In quanto cittadino di un tale paese - paese che era stato occupato per 132 anni e per 132 anni la sua cultura e la sua lingua erano state schiacciate, messe al bando, escluse con la loro gente, dalla storia

e dall’umanità - ho avuto la sciocchezza (il pregiudizio necessario tra l’altro) di odiare tutto ciò che è autoctono, dalle bestie alla gente, ai prodotti manufatti, alle piante e persino alle cose inanimate che chiamavamo arabe (vedere Franz Fanon), e amare invece tutto ciò che sa e puzza di francese.

L’avevo fatto per compiacere al signore dominatore e dispregiatore di me stesso e della mia gente?! Da alienato che ero, credo di sì.

Io sono di formazione psicologo e ho avuto due lingue a disposizione: l’arabo prima di tutto, che amavo e odiavo, come il bimbo di Melanie Klein ama e odia il seno materno.

Poi la lingua dei francesi. Lingua dei nostri dominatori che non avevano per niente fatto bene a noialtri, algerini indigeni.

Eppure all’inizio avevo amato la lingua dei nostri aguzzini. L’avevo amata perché ero lontano dalle implicazioni e influenze storiche e culturali della mia stirpe adulta.

Poi un po’ più in là nel tempo subentrò un amore perverso che durò per un bel po’ di tempo; un amore perverso, perché questa volta fu un amore da alienato, da vinto come diceva Ibn Khaldoun.

Credevo che fosse una bella lingua, non tanto perché era (ed è) una bella lingua quanto perché era la lingua dei belli, dei notevoli, invidiabili, vincitori.

Mentre la amavo da alienato, odiavo da alienato pure la mia lingua, quella stessa lingua che avevo poppato col latte del seno di mia madre.

Sembra che nello stato di perversione l’animo dell’uomo si mostri incapace di due o più amori!

Avevo quindi un affetto d’amore e di odio alla volta, nei confronti di me stesso e di tutto ciò che mi appartiene e mi rappresenta: la lingua in primis.

Lo stesso pregiudizio o, meglio, dilemma l’ho avuto – ma questa volta - nei confronti della stessa lingua francese: come potevo odiare gli esecrabili colonizzatori e con essi – per generalizzazione - la divina poesia di Hugo o di Rimbaud che erano francesi?

Sarei allora un cafone ingrato!

Infatti, come poter amare i francesi dopo tutto il male che la loro gente ci ha fatto?

Col tempo e il senno di poi credo di aver superato questi due pregiudizi. Adesso ammiro solo il genio e la poesia, non solo della lingua francese o di quella araba, ma il genio di tutte le lingue di cui mi è capitato di saggiare senso, poesia e musica.

Il caso (?) volle che io dovessi affrontare profondamente, ampiamente e in modo duraturo, una terza lingua: l’italiano.

Lo stesso aspro “tiragliamento”, crudele dilemma, l’ho vissuto più tardi nei confronti di questa mia nuova lingua.

Ma, per fortuna, non mi ero lasciato prendere da questi pregiudizi.

Non conoscevo questa lingua prima di aver deciso di venir vivere qui in Italia. A dire il vero, non l’amavo neanche. Anzi il poco delle informazioni che ne sentivo da quando ero bambino – quando cercavo di sintonizzare la nostra radiolina in cerca di belle canzoni e belle melodie – mi giungevano come delle raffiche di scoppietti di un motore!

Mi giungevano buffi e a volte osceni!

A volte – nelle opere e operette radiodiffuse – le voci delle soprano mi sembravano voci che arrivavano dall’oltretomba, voci di spiriti, voci dall’aldilà!

Ero sicuro che si trattasse della lingua italiana?

Certo!

Può darsi che le voci di tali stazioni radio mi giungessero dalla Spagna, Portogallo, Romania, che ne so io… Ma la mia idea (pregiudizio) era che fossero voci italiane.

Adesso che mi sto interrogando, mi è tornato in mente come chiamavo la gente di quelle stazioni: gli spiriti!

Lo dicevo ai miei fratellini, amichetti e cuginetti…, ce ne inorridivamo quando faceva buoi o quando eravamo soli, a volte ce ne schifavamo e quando eravamo nella sicurezza del giorno e della compagnia con gli adulti ce ne ridevamo addirittura.

Poi arrivò il momento di pulire, informare e raffinare questo pregiudizio - dovuto alla prima impressione scaturita dal mio primo contatto con questa lingua lontana e strana - per farne un giudizio giusto, nel senso etico e conoscitivo.

E la lingua italiana diventò, per me, musica, nient’altro che musica.

Fino a questi giorni mi capita di tanto in tanto di rimanere incantato di fronte al discorso italiano che mi giunge più come una melodia che come discorso. Una melodia di cui le mie orecchie non si stancano mai di ascoltare e di ricercare.

 

Ma, cos’è un pregiudizio?

Credo che siamo tarati, biologicamente programmati, per dover dare sempre e comunque una spiegazione a tutti i fenomeni che si presentano a noi.

E non abbiamo mica bisogno di una platea per fare queste operazioni/esibizioni mentali. Lo facciamo per noi stessi, nelle nostre fantasticherie, nei nostri sogni, nelle nostre opere le più artistiche e narcisistiche care agli zelati dell’arte per l’arte. Lo facciamo pure nelle nostre elucubrazioni le più scientifiche, filosofiche o mistiche.

Il minimo soffio, il minimo suono/silenzio, il minimo raggio di luce o la minima ombra, la minima impressione fisica o immaginativa, la minima curva o la minima linea… tutto ciò è pretesto e soggetto per questa nostra naturale, , attività esplicativa, questo nostro imperativo biologico(!) esplicativo.

Dobbiamo, siamo costretti a, prendere comunque posizione nei confronti del mondo e delle cose del mondo.

È una specie di razionalismo prima del termine; sì, l’avete ben capito. Anzi il razionalismo non può avere un’altra origine che in questa predisposizione biologica della nostra mente ad interrogare se stessa, il mondo e tutti quelli che interrogano questo mondo e le cose di questo mondo.

Tuttavia, per accedere al razionalismo scientifico, bisogna che l’uomo interroghi in maniera continua, sistematica, con metodo, i risultati delle sue ininterrotte indagini sul mondo e su se stesso.

Se non lo facciamo noi, o se non ce la facciamo (e anche se lo facciamo!), non mancherà di sicuro qualcuno che lo faccia (e lo fa) in nostra vece.

È ovvio che chi lo fa o ce lo fa, lo fa innanzitutto, per un’esigenza biologica sua… e non sarà certo per un motivo di pura curiosità o rigore scientifici. Del resto, è così che la cultura umana e la scienza in generale procedono, crescono e si perfezionano.

A questo punto possiamo tranquillamente accettare il pregiudizio, ma solamente se lo consideriamo come un’ipotesi preliminare per avvicinare un dato fenomeno. Poi, sarà la perseverazione nell’indagare ulteriormente per trovare altre soluzioni più papabili e nello scartare quindi le soluzioni rivelatesi erronee, approssimative o inadeguate.

Solo il proseguire nella ricerca con metodo, logica e critica ci dà conferma o ci smentisce.

Spesso, se non sempre (checché ne avesse detto un Novalis!), il pregiudizio, come primo impatto o come naturale, seppur grossolano e buffo, tentativo di spiegarci, cambia per diventare una conoscenza elegante e nobile.

E se - a uno come Novalis - sembra che la prima impressione circa un dato fenomeno sia sempre la più plausibile e azzecchi sempre la verità dal primo colpo, è solo per il fatto che il pregiudizio ci mette spesso sulla retta via, non già della verità, ma della ricerca, anzi del quesito in sé!

E allora importerebbe poco al nostro Novalis – a scopo raggiunto – cosa ci fosse stato tra la prima impressione e la risoluzione del quesito.

Del resto l’uomo – a scopo raggiunto – sembra dimenticare il percorso che lo ha portato al fine. E guardando indietro, il punto d’arrivo si confonde con quello di partenza e le distanze si piegano, si accartocciano, spariscono.

Ed è questo errore di prospettiva – rafforzato dal desiderio di economizzare nel ragionare e nel “liguaggiare” - che porta all’a-storicismo e quindi alla cosiddetta mentalità magica, prelogica.

Ma che stiano tranquilli i negligenti, ci sarà sempre qualcuno che non mancherà mai di rimettere le loro soluzioni sbrigative in questione, tirando loro le orecchia.

Le cose necessarie non son mai negative. Perciò proseguo con questo punto (il pregiudizio, questo male necessario) che sembra negativo, ma lo è solo in apparenza.

Così come ce lo dà la sua forma etimologica, il pregiudizio è innanzitutto una prima mossa della nostra mente, una prima valutazione delle situazioni nuove, insolite, che ci sorprendono e per cui non abbiamo ancora risposte adeguate. È una prima risposta quindi della nostra mente, che scatta automaticamente a volte in presenza dei fatti stessi, a volte in loro assenza e, a volte anche, quando essi non esistono e sono solamente immaginati!

Esso è comunque un giudizio primario, di primo impatto, che ci permette di rispondere prontamente, nel caso d’emergenza dove ci mettono l’ignoto e l’imprevisto dei fenomeni e delle situazioni inediti, inaspettati e fuori dal nostro controllo, per non perdere la plasticità dell’adattamento al nostro mondo interno o esterno.

È in questo senso che il pregiudizio – come atteggiamento mentale e anche se del tutto errato e inaffidabile – è necessario, vitale direi, e utile non solo alla nostra sopravvivenza ma anche alla formazione della nostra mente, non solo quella dell’uomo volgare, ma anche quella dello scienziato, del filosofo, del mistico e dell’artista.

È il nostro contatto e tramite con la realtà non ancora umanizzata.

Esso ci dà la materia grezza che la nostra mente critica poi lavora, pulisce, informa e raffina per farne una conoscenza valida, nobile, affidabile e giusta; lontana da ogni vessazione e deformazione, in primis per la Mente stessa (risparmiandole di dire fesserie) e poi per il resto delle creature e delle realtà.

Quindi avere dei pregiudizi è un comportamento mentale sano, dato che è biologicamente e anche – in qualche modo – metodologicamente necessario; sano finche è necessario.

Quando però persiste e si ferma a quella prima tappa esplorativa, portandoci a considerarla come la verità unica, definitiva e imprescindibile, esso diventa una stupidaggine, una reazione adattativa sclerotizza, assurda ed inutile, a volte criminale.

Una stupidaggine che nuoce alla nostra sopravvivenza, alla qualità della nostra mente e alla nobiltà del resto delle verità di questo mondo e delle sue cose e creature.

I saggi latini preconizzavano: “semel in anno licet [forse era meglio dire: necesse est] insanire”.

I medici e, dopo di loro, gli psicologi clinici insegnano che il sintomo diventa anomalia solo quando esso persiste e si installa nella duratura.

La saggezza consiste, a questo punto, non nel fatto di non avere mai dei pregiudizi (sarebbe una pretesa che fa ridere i pellicani, perché nessuno ne è esente, e per fortuna umana!), ma nella modestia e la lucidità di riconoscerli come tali e nella capacità e la volontà di superarli.

 

Abdelmalek Smari

 

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(*) Intervento all’Università degli Studi di Milano, per Gabriella Cartago.

Devo dire che le mie posizioni non sono piaciute alla professoressa, che - il tempo me l’ha confermato poi - mi ha cancellato proprio e si è persino morsa la lingua e le dita per avermi invitato!

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