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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Intervista rilasciata da me a Nicola Montemurri per il conto de La Tenda (2)

 

 

 

Quali emozioni hai vissuto al momento della partenza?

Andare via pensando al distacco dal mio mondo per sempre era un’esperienza dura, amara, anzi dolorosa…

Ricordo la notte della mia partenza. Dovevo andare ad Algeri per poter prendere l’aereo. Già questo viaggio fu in sé una fatica immane. In più, un forte temporale scoppiò causando un black out totale. Dovetti uscire nel buio totale che i lampi si divertivano a rendere ancora più buia la sera e più spaventosa. C’era anche un vento insolente e violento.

Ecco, il buio di quella notte, l’ira degli elementi, il viaggio in treno per Algeri, tutto ciò mi diceva che stavo barattando la vita agiata per una vita inquieta.

Ma la mia volontà, la mia spietata determinazione mi diceva: “Afferra con forza quest’erba, altrimenti, rischia di tagliarti. Devi organizzare la tua vita come vuoi tu, non come la società te l’ha predisposta e comandata.”

L’importante per me era poter uscire da quel buio.

Questo è il dipinto della mia vita fino ad allora piena di punti interrogativi sull’esistere e il divenire…

Il momento più difficile è stato quel che ho appena raccontato. È il momento più drammatico durante il quale ho avuto un lampo di lucidità nel riflettere a quello che stavo facendo nel “buio”. Ma è stato solo un attimo, perché il movimento e le necessità ci distraggono persino dai pensieri più drammatici.

 

Che cosa speravi di trovare alla fine del tuo viaggio?

Non mi ricordo precisamente, sennonché non speravo nulla. Ero nello stato di “wait and see”. E il viaggio era una specie di prosecuzione di una serie di eventi che mi avevano spinto fin lì.

Nell’aereo ho trovato un momento di consolazione quando ho sentito l’italiano dell’hostess, non avevo capito nulla ma mi piaceva molto la musicalità di quelle parole.

Una volta stabilitomi in Italia, ho dovuto affrontare molte situazioni sia drammatiche sia comiche dovute all’incomprensione e ai pregiudizi da parte degli italiani e anche da parte mia.

Ma già, in aeroporto, fui vittima di un episodio negativo d’ingiustizia e d’incomprensione, il che mi ha spinto a riflessioni molto lucide sulla situazione alla quale stavo per andare incontro, per viverci?

Sì, ma per quanto tempo?

Solo dio lo sapeva.

C’erano due posti di passaggio per i controlli: uno con due file lunghe, interminabili e compatte. L’altro è fatto da una fila sola, scorrevole e quasi vuota. Io da razionalista, da più-furbo-di-tutti, sono andato in quella libera. E una volta davanti al controllo, riconosciuto come extracomunitario, fui pregato di scegliere tra le due file fitte, immobili, umilianti e soffocanti.

Fu in quel momento che ho ricevuto veramente una bella lezione, ma era troppo tardi per fare marcia indietro.

Mi sentivo come uno di quei bovini da macello che si trovano l’uno dietro l’altro a spingere l’uno l’altro sempre in avanti tra le pareti strette del corridoio che li conduce inesorabilmente verso la morte, senza che possano fermarsi o tornare indietro.

 

L’Italia era quello che ti aspettavi?

Non lo so, in realtà non avevo un’idea precisa sull’Italia, sugli italiani o sulle opportunità o le pene che stavo per incontrare.

Certo, conoscevo un pochino la storia e l’arte Italiana, perciò non potevo dire che l’Italia è un paese del terzo mondo – come pretendevano, per ignoranza o per rappresaglia e delusione, alcuni fra i miei connazionali.

Quel poco che avevo cominciato a vedere e ad avvertire dell’Italia e dei costumi della sua gente mi confermava nel mio giudizio cauto, anzi interdetto!

Comunque, mi sono sentito davvero arrivato, soltanto quando ero sul treno che mi portava dall’aeroporto a Roma termini. Allora si temeva le respinte, il “rinvio allo speditore”, già a partire dall’ufficio delle frontiere, in aeroporto.  

Sul treno che mi portava in città, c’erano dei tunisini che condividevano la carrozza con me. Stavano chiacchierando e ridevano forte, giubilavano proprio!

Quelle risa - confidai al mio diario - rappresentavano la soddisfazione di aver superato la terribile prova di quel giudizio universale.

“Per forza, sono arrivati. Non sono stati respinti.” Sorrisi anch’io, poi e aggiunsi: “pure io ce l’ho fatta!”

 

Come sei stato accolto e chi ti ha aiutato in Italia?

Il giorno dopo, mi trovai seduto su una panchina vicino alla moschea di viale Jenner a Milano ad aspettare il mio amico che era arrivato sette mesi prima di me.

Non c’erano i cellulari come adesso, allora bisognava aspettare. Appena arrivato, il mio amico cominciò per darmi qualche idea su come muoversi, dove andare e non andare,…

Avevo il visto, ma durava solo quindici giorni, poi sarei stato clandestino. Questo è stato un altro incubo in più della paura di ammalarmi e quella di non poter trovare un lavoro. Il rischio grande e onnipresente era rappresentato dal rimpatrio improvviso.

Nella società in cui vive un immigrato appena arrivato è difficile stabilire relazioni con la gente e fidarsi gli uni degli altri.

Io e l’altro non ci conosciamo giustamente e non abbiamo gli strumenti per capirci e capire chi e come siamo.

 

Ricordi i primi periodi qui in Italia?

Frequentavo la moschea ma quello è un luogo, dove non si parla dell’Italia. Frequentavo i giardini pubblici dove ho conosciuto un pittore che mi ha introdotto alla giovialità italiana e un medico che mi parlava della cultura classica. Discutevamo di D’annunzio, Papini e altri grandi nomi della cultura italiana che ho dimenticato. Questo medico era diventato un grande amico.

Quando non ero con loro, mi collegavo a una radiolina che ascoltavo continuamente, anche se non ci capivo quasi nulla. Volevo intanto abituarmi all’Italiano, farmi l’orecchio ai suoni di questa lingua musicale, che già pre-vedevo (con grande speranza) come una mia nuova lingua.

In questo periodo frequentavo anche la scuola presso il centro culturale La tenda, dove ho imparato i rudimenti della lingua.

Il direttore de La Tenda era diventato poi un mio grande amico. Mi ha insegnato la vostra lingua e tante altre cose sulla vostra cultura e i vostri valori. È stato lui ad insegnarmi a scrivere con il computer…

Il mio lavoro era precario, mi trovavo spesso con un tempo infinito da impiegare utilmente, perciò frequentavo le biblioteche dove divoravo giornali, riviste, titoli di libri, quarte di pagina e varie recensioni.

Mi piaceva molto percorrere le vie di Milano, soprattutto nei giorni di nebbia, che mi sembravano senza fine. E quando mi stancavo o che la pioggia o il freddo avevano ragione delle mie resistenze, m’infilavo in qualche libreria ove passavo un tempo infinito. Leggevo molti passaggi, ma senza comprare nessun libro!

Ero impaziente d’imparare questo strumento che è la lingua per poter finalmente riprendere la mia vecchia e bella abitudine di leggere in un modo sistematico, piacevole e regolare.

Mi serviva questo strumento anche per scrivere, perché nel frattempo avevo maturato la voglia di scrivere in italiano.

Ed eccomi ora, un cittadino di Milano da già il 1992. Cittadino di Milano, perché così una poetessa mi aveva presentato a un pubblico milanese, alla Casa della cultura di via Borgogna 3, in una serata di lettura poetica.

Dopo diverse traversie sono riuscito ad avere una mia casa, che condivido con la mia compagna, ad avere un lavoro e, nel frattempo, a farmi una fama di scrittore.

Nel tempo ho pubblicato alcuni romanzi (Fiamme in paradiso, L’occidentalista e Le Juge et le spectre) e vari articoli, sulla rivista online El Ghibli, in particolar modo.

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e che ancora trovi in Italia?

Comincio per dire che non esiste una vita rose bonbon per l’essere umano, assolutamente. Che tale essere umano sia italiano o non-italiano, del nord o del sud, bianco di cera o nero di colore, egli è necessariamente esposto alla noia, al dolore, alla miseria, al ridicolo e ovviamente ad un po’ di gioia, di tranquillità e di gaia vita. Chi di più, chi di meno; chi prima, chi poi… ciò importa poco.

Quindi, nessun mortale è esente dall’avere delle difficoltà nel suo vivere.

Anzi, dal cucuzzolo dei miei tanti anni posso dire che la regola, la norma, è piuttosto vivere nelle difficoltà. Vivere, in sé, stanca per parafrasare Pavese.

L’unica differenza risiede nella natura, nell’intensità, nella durata della difficoltà. Aggiungi a ciò la differenza delle condizioni di vita di ciascuno dei sofferenti (i mortali) che fa in modo che l’impatto sulle nostre anime venga percepito differentemente, venga personalizzato, come si dice nel gergo dei computer.

Quanto al dolore, esso è sempre dolore, perché è soggettivo, non è misurabile oggettivamente. Nessuno ha la prerogativa del dolore più forte. Nessuno ha il diritto di pretendere che il suo dolore sia più di quello degli altri.

La mia grande precarietà oggettiva che sento in me qui in Italia è il lavoro. Ci sono dei lavori dai quali siamo esclusi noi non-italiani.

Quando dico noi non-italiani, intendo cittadini provenienti dai paesi dannati della terra. In un mio racconto, questi non-italiani, li ho chiamati i NAC. E ora vi includo anche coloro che, a pena avuto il passaporto italiano, pensano d’essersi fatti italiani! Ma essi non tardano a scoprirsi poi che non hanno cambiato che il passaporto, che non sono che dei nuovi passaportati.

Per il resto, non ho mai avuto problemi.

Il razzismo, dici?

Per me, il razzismo è un falso problema, una fra le tante espressioni del rapporto di forze artificiali tra gente che ha a disposizione un supermercato pieno - e a cui può accedere - e gente (gli infinti bisognosi) che non ha che i rari avanzi ed altra spazzatura dello stesso supermercato.

Il razzismo?

Già il fatto di parlarne (per capirlo o combatterlo) è supporre che esista.

 

Abdelmalek Smari

 

 

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