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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Intervista rilasciata da me a Nicola Montemurri per il conto de La Tenda (1)

 

 

Abdelmalek Smari è algerino di Costantina.

Ha una laurea in psicologia clinica conseguita in Algeria. E’ bilingue e, in realtà, ormai si può dire che è plurilingue.

Vive in Italia da più di 25 anni ed è sempre stato a Milano.

 

Cosa facevi in Algeria?

Dopo la laurea ho fatto due anni di servizio militare, al mio paese era obbligatorio, poi ho lavorato per circa otto anni nella sicurezza del lavoro e poi come psicologo del lavoro.

Vivevo con la mia famiglia perché ancora ero giovane e perché nel mio paese era normale vivere in famiglia finché non ci si sposava;

l’Algeria è un paese risuscitato dalle ceneri grazie alla rivoluzione del Novembre 1954, quando si è svincolato dal dominio francese.

Grazie alla rivoluzione è iniziato il processo di costruzione della nostra società, partendo dalle nostre tradizioni, abbandonando il nauseabondo “Nos ancêtres les Gaulois” (i nostri antenati gallesi).

I francesi ci insegnavano tentavano di inculcarci questa menzogna falsificatrice come principio di identità, nelle scuole secondo il programma colonialista di programmazione politica.

 

Pensando al tuo paese quali odori, quali immagini, quali sapori ti vengono in mente?

Non li ho dimenticati ma fanno semplicemente parte della mia vita. Sono un discreto cuoco e quando ho nostalgia dei nostri sapori, mi cucino qualcosa di algerino.

Ho in mente l’immagine della luna, che vedo anche qui. Mi sembra l’unica cosa che non sia mai andata persa dalla mia mente, perché non è cambiata come tutto il resto.

 

Come è nata l’idea di venire in Italia?

L’idea della migrazione è diventata normale nel mio paese da quando il colonialismo ha iniziato a distruggere la nostra società algerina, rendendo la vita impossibile.

Quindi chi poteva, emigrava e andava in Francia dove vivere era più facile anche rimanendo in una condizione di subordinazione rispetto ai cittadini francesi.

Molti miei familiari – come tutti gli algerini sfruttati perché vinti - hanno lavorato per i francesi. Non solo, hanno anche combattuto per loro (le dette guerre mondiali e quelle che la Francia faceva alle altre colonie (Indocina, soprattutto).

Ricordo una foto mandata a mia madre da uno di questi parenti che lo ritraeva giovane insieme ad altri.

L’immagine che rappresentava questo familiare mi è rimasta in mente come la prima espressione di una specie di vaga voglia di andarmene anch’io, da grande, per trovare quella serenità che poi uno scopre che non è tale.

Sono venuto quindi qui in Italia, come realizzazione e precisazione di quella vaga voglia! I miei avrebbero preferito che fossi rimasto con loro, vicino a loro. Ma ero io a decidere della mia vita, e la mia intenzione era di proseguire gli studi per ottenere un dottorato e poter insegnare all’università.

Mio padre era comunque cosciente dell’importanza dello studio, e desiderava che tutti i suoi figli potessero studiare fino a diventare chi avvocato o giudice, chi medico, chi ambasciatore (un desiderio caro a lui che non aveva raggiunto), chi prefetto… insomma tutti queste nobili ed alte funzioni di cui la Francia aveva privato ed escluso gli algerini autoctoni.

 

Quando hai deciso di partire?

Avevo già in mente l’idea di partire ma come una possibilità fra tante, anche perché non volevo partire all’avventura.

Tuttavia la decisione è avvenuta lo stesso, poiché ho perso il mio lavoro. Furono gli anni del terrorismo, e l’Algeria viveva una profonda crisi economica a seguito della quale le aziende hanno iniziato a licenziare.

E siccome io ero sotto un contratto di prova per iniziare un lavoro da psicologo, fui fra i primi ad essere “scaricato”.

Mio padre avrebbe voluto che io trovassi un altro lavoro in Algeria. Ma io, dopo una breve esperienza in Svizzera, dove avevo fatto una specie di “tirocinio” della vita di emigrato, avevo maturato delle conoscenze pratiche per capire cosa fosse necessario e quindi la decisione definitiva per andarmene.

Un amico, che viveva in Italia, mi aveva dato alcune indicazioni, io avevo fatto un progetto di massima: lavoro per un anno, metto insieme cinque milioni di lire e vado. Con questi soldi avrei potuto iscrivermi in un’università francese.

Nel mio paese nessuno avrebbe pensato che io avrei preso questa decisione, ero un ragazzo tranquillo che avevo studiato e che ora lavoravo tranquillamente e vivevo con la mia famiglia.

Nel quartiere ero il ragazzo che “corre o legge”. Avevo una nutrita biblioteca a casa e frequentavo quella pubblica del Comune. Scambiavo libri con i miei amici.

Leggevo per quattro cinque ore al giorno, ogni giorno, come faceva Ibn Rochd, Averroè. D’estate, leggevo sui bordi erbosi di un ruscello, quando il sole si faceva clemente e quando la brezza serale cominciava ad importunare la superficie dell’acqua e la mia capigliatura allora abbondante e generosa. E poi, all’imbrunire, mi facevo un tuffo e me ne tornavo a casa soddisfatto.

Quanto alla corsa, la facevo per forza di cose: ero un po’ ciccione, e non amavo tutta quella ciccia moscia, inutile e ingombrante.

 

Come e in quanto tempo hai organizzato il viaggio?

Avevo una mezza idea già mentre studiavo all’università… con i miei amici, sognavamo l’Australia, l’America; alcuni sognavano l’Inghilterra.

L’Italia per me non esisteva come meta. Nello stesso periodo l’Università offriva corsi di lingue straniere, ed io avevo deciso di studiare il tedesco.

Aspettavo che l’Università sovvenzionasse un mio soggiorno di studio all’estero ma era obbiettivamente impossibile perché mandavano o i geni o gli amici. Ed io non ero né amico né tantomeno un genio.

Durante il passaggio dal primo al secondo lavoro feci un soggiorno di venti giorni in Svizzera, dove ho incontrato un Algerino che viveva a Como. Si trovava a Ginevra per prendere un aereo diretto per Algeri. È stato là in Svizzera che per la prima volta che ho sentito parlare dell’Italia come una possibile meta per un immigrato algerino. Questo ragazzo mi disse che non c’era nessuna differenza tra Italia e Svizzera.

Ho realizzato in quel momento che era un paese su cui poter contare. Ho portato con me questa informazione che cambiava la mia idea nei confronti dell’Italia che fino a quel momento non era una meta degna d’interesse “migrativo”.

Nel mio paese una parte della società considerava l’Italia come un paese del terzo mondo vedendo la Francia come la Mecca della modernità.

Decisi allora che l’Italia sarebbe stata la mia meta e, così, tornato nel mio paese per iniziare il secondo lavoro (il lavoro di psicologo), non smisi a pensare alla prospettiva o, meglio, alla fattibilità del proseguimento degli studi.

Appena “liberato” da questo lavoro, che aveva durato soltanto otto mesi, e con i soldi che nel frattempo avevo messo da parte - erano necessari duecento vecchi Franchi francesi – come una specie di caparra! – per ottenere il visto, ebbi il mio visto, un visto regolare, per l’Italia.

Tra l’altro, questi duecento Franchi erano stati “acquistati” al mercato nero e corrispondevano a circa sei mensilità in valuta algerina del mio stipendio!

Con il visto in mano ho fatto il biglietto e sono partito con l’aereo per Roma e la sera stessa nel tardo pomeriggio presi il treno notturno per Milano, dove un mio amico mi stava aspettando.

Sono passati venticinque anni dal momento in cui atterrai nell’aeroporto romano di Fiumicino.

 

Abdelmalek Smari

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