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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

LA LINGUA DELLO SCRITTORE (4)

 

 

Musica delle lingue
Risolti entrambi i problemi: “con quale lingua dovevo scrivere?” e “mi basterà la mia lingua personale?”, mi sono dato con pazza gioia alla scrittura.
Non era una grande letteratura quella che scrivevo allora, ma mi era servita comunque come laboratorio di scrittura. Così, quando arrivai in Italia, avevo già qualche centinaio di chilometri di lettere e parole al mio attivo.
Quello di cui mi ero accorto, come primo impatto della lingua italiana sulla mia sensibilità, è la musicalità di questa lingua. Ne ho parlato per bocca di Karim nel mio primo romanzo “Fiamme in paradiso”. (39)
Anche se adesso, solo adesso, mi rendo conto che il paesaggio urbano – che avrebbe dovuto attirare la mia attenzione e, di là, la mia ammirazione per l’architettura, di sicuro più bella, più ordinata e più pulita di quella che ero solito vedere in Algeria, soprattutto nei quartieri popolari – mi era sembrato invece piatto e banale, simile a quel che avevo lasciato dietro di me, nel mio paese!
Ma col tempo ho scoperto che la lingua, qualsiasi lingua, è musica. E allora la lingua italiana non era particolare per il fatto di essere una musica, ma perché essa, forse, racchiudeva in sé mille belle e accattivanti speranze per me o, forse, perché la sua musicalità era percepibile.
E a questo punto hanno ragione quelli che ipotizzano che la musica/canto è all’origine delle lingue, e non solo: ne è la sostanza stessa. Da qui, possiamo dire, anche, che non è un caso se le lingue hanno sempre sedotto i cuori dei poeti.
Passato questa fase “estetica”, con l’apprendimento ovviamente di questa lingua, ho cominciato a notare alcune delle sue caratteristiche e potenzialità, specie nel formare nuove parole a partire da infime modifiche e particelle (una vocale, un accento, una consonante, un suffisso o un prefisso).
Solo Dio – ed i letterati – sanno quanto uno scrittore abbia bisogno della parola, dell’accento o della virgola per nominare ciò che si vive, chiarirne le tenebre o dissiparle e costruirne infine un discorso che sarà sempre e comunque inedito quanto è inedita la vita di ciascuno di noi.
Noi, letterati o scienziati, siamo come i bambini: ci troviamo sempre davanti a delle realtà in continua evoluzione e rivelazione, e abbiamo quindi bisogno, come Adamo, di nominare tutte quelle cose che scopriamo o contro le quali ci sbattiamo il naso.
Più andavo avanti nell’apprendimento, più scoprivo altre potenzialità di questa lingua (l’italiano) e, partendo, di questa mia nuova lingua di scrittura.
Potenzialità che mi servono da strumenti non solo per esprimermi, ma anche per riflettere sulla stessa lingua e sulla sua magia.
Così, mi sono interessato alla sua costituzione leggendo autori moderni e quelli del passato che hanno fatto o che continuano ancora a fare questa lingua: Boccaccio, Cesare Beccaria, Michele Lamari, Gramsci ed altri, soffermandomi su ogni parola ed espressione che m’incuriosivano o che destavano in me qualche particolare interesse.
Infine, mi ci sono messo pure io, osando, a volte a scopo ludico, a volte per sperimentarne il senso o la poeticità, a volte per necessità quando il mio thesaurus non mi sta di soccorso, osando, dico, creare neologismi con invenzioni di sana pianta o con deformazioni di parole esistenti!


Opera naturale è che uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella
pria ch’i’ scendessi all’infernale ambascia
I s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia:
e El si chiamò poi: e ciò convene,
ché l’uso de’ mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.


È Adamo che parla – Paradiso XXVI, 130-138 (40)

 

La libertà della lingua
Fra le cose che mi hanno stupito in Italia non c’è stata solo la musicalità della lingua, ma c’è stata anche, in secondo tempo, la sua libertà. Avevo notato che gli italiani e persino gli stranieri che la parlavano disponevano di una certa libertà che faceva sì che la loro lingua sembrasse colare come acqua di cascata.
Se la lingua totale era imprendibile, perché quasi infinita, anzi, teoricamente infinita, quella parziale, sebbene a mia misura (la mia lingua madre), presentava comunque alcuni limiti impossibilitanti non indifferenti: spesso, mi capitava di interrompere il filo dei miei pensieri, perché certe parole erano da non dire!
Con la lingua italiana invece, mi sentivo libero di dire le cose senza dover balbettare per non offendere nulla e nessuno.
Come le vie di Milano che mi sembravano senza fine, così anche era la lingua italiana per me agli albori del mio apprendimento: senza ostacoli all’espressione, al pensiero…
Questa era la mia prima lingua italiana: tutta musica, tutta libertà!
Più tardi, però, scoprì che quella libertà non era così assoluta, che era anzi una mia proiezione: la proiezione della mia lingua ideale su di essa; lingua ideale che cercavo e che non trovavo nella mia.
Infatti scoprii che le persone che la parlavano potevano essere casti o selettivi.
Mentre andavo in giro brandendo a gonfie vele la mia libertà linguistica finalmente raggiunta, acquisita, notavo sulla faccia dei miei interlocutori delle nubi scure di sconcerto, ogni volta che mi capitava di ignorare le regole e le circostanze d’uso di alcune parole… rivelatesi “incriminate”!
Eppure le avevo sempre sentite, del resto da dove se non da quelle stesse facce le avevo sentite proferire?!
Certi amici, a cui ho dato alcuni dei miei scritti da leggere, mi hanno fatto notare che non solo le parolacce sono da evitare in certe conversazioni e circostanze, ma tutto un registro di parole! Uno mi parlava dell’archaicità di certe parole. Un altro mi consigliava di evitare la lingua "carabinieresca". Un terzo di evitare di cadere nel colloquiale ed altre volgarità tipici dei principianti. Un quarto di non confondere i registri…
Comunque ho scoperto alla fine che la lingua italiana, come quella araba o quella francese e, per estensione, tutte le lingue del mondo hanno bisogno di un certo “bon ton”.
Ed è stata un’altra sfida per me: devo imparare a fare il lutto di quella presupposta libertà della lingua, anche se come diceva il Boccaccio “Lasciva pagina, sed vita proba.” (41)
Questa lingua di libertà e di musica era però un soggetto di derisione e di stupore da parte dei miei amici connazionali che ironizzavano su coloro che la parlavano: se una donna urla “Cazzo!”, non mancava uno fra i miei amici che le chiedeva tra i denti e nella sua lingua “E faccelo vedere, questo cazzo che hai!”.
E qualcuno con altrettanta ironia spiegava, sempre nella loro lingua e sotto voce, “Non importa agli italiani che ci siano bambini o persone anziane o persino i loro propri fratelli e sorelle.”
Sembra che per i miei amici la parola sia di carne: chi la pronuncia, fa!
Questo tipo di intolleranza linguistica – che sotto qualche forma esiste in tutte le lingue del mondo – significa in realtà un pudore linguistico.
A casa loro i miei amici non si permetterebbero di trasgredire la regola che dice loro di non pronunciare certe parole che hanno a che fare col sesso maschile o femminile di fronte ai fratelli, ai genitori e familiari, agli anziani, alle donne e ai bambini.
Un tale divieto cade solo quando si è tra amici e coetanei o nella collera. Ah là, sarà l’apoteosi, e sono le cataratte dei più raffinati ed originali e forti scurrilità che si aprono!
Ovviamente i miei amici sapevano che per una comunicazione efficace, bisogna dire tutto della situazione o del discorso da dire, con parole chiare e precise chiamando gatto un gatto e pera una pera.

Del resto i nostri detti popolari ci dicono che “l’ambiguità genera bastardi”, nel senso che se, per pudore, una donna non sa respingere una violenza, rischia di rimanere incinta.
O quest’altro detto che dice: “qualsiasi parola è propizia, nel momento propizio.”
Anche il corano, le tradizioni locali o universali, la letteratura pia o pagana non mancano di incitare i miei amici a liberare la loro parola e a sciogliere le loro lingue.
I miei amici sapevano questo quasi-imperativo morale, ma sapevano anche che fuori certe circostanze, non c’è più senso né bisogno di ricorrere alla scurrilità.
Da qualche parte qualcuno li aveva convinti che bisognava essere un po’ schizofrenici, facendo finta che la parte ano-sessuale non potesse o non dovesse esistere o fare parte della nostra anatomia che in un modo alternativo o saltuario.
Ovviamente questo tratto schizoide è stato il frutto di un lavoro durato secoli, i lunghi secoli della decadenza arabo-islamica.
Per quanto mi riguarda, mi rendo conto che la mia prima lingua italiana tendeva ad una libertà assoluta. La mia lingua araba in confronto era molto pudica, e mi poneva perciò un sacco di limiti e di tabù; non perché l’arabo non ci si presti o che ci sia qualche censura (questa comunque rimane, perché agisce non tanto sulla lingua quanto sulla materia bruta stessa che il linguaggio usa per formare le parole).

La mia prima lingua italiana – dico – tendeva ad una libertà assoluta perché:
1 – non sapevo fin in fondo il senso delle parole italiane né il rapporto che gli italiani hanno con quelle parole altamente cariche di emozioni e di simboli sociali ed archetipici, specifici alla cultura e alla personalità di base degli italiani, insomma non avevo l’archeologia delle parole italiane.
2 – siccome ero ancora assai ignaro della nuova lingua, mi permettevo di non preoccuparmi più di tanto delle parole che potevano rimandare a qualche tabù e ad altre linee rosse tracciate dalla libertà stessa; dato che senza regole, non c’è libertà.
3 – pensavo infine che, nonostante questi limiti e regole – che non erano necessariamente solo morali, ma erano anche limiti di senso –, io potessi essere libero e legittimato d’esprimere il mondo e me medesimo, e al limite erigere le mie fantasie sintattiche o i miei neologismi come, pure, i miei errori a stato di regole.
Tuttavia non ho mai pensato che gli uomini potessero trasgredire la loro natura d’essere delle scimmie grammatiche: cioè rinunciare a capire gli altri o a farsi capire dagli altri.
A proposito di errori che diventano regole o correttezze, mi vengono in mente due aneddoti:
1 – questo errore che ho letto nel piccolo inserto del Sole 24 ore, (42) If anyone wants (singolare), then they can (plurale), l’ha fatto nientemeno che Shakespeare.
E se uno lo dice correttamente If anyone wants (singolare), then he/she can (singolare)” è la prova che è uno straniero!
2 – Il famoso critico d’arte e di letteratura, Ibrahim El Ariss, che scrive sul quotidiano saudita El Hayat che esce a Londra, racconta in uno dei suoi articoli, un battibecco tra un poeta e un critico. Questi rimprovera a quello certi errori nella sua ultima opera. L’altro gli mandò a dire che “furono errori”.

E Ibrahim El Ariss, spiega che infatti tali errori erano diventati nel frattempo – per la legge della licenza poetica e dell’evoluzione stessa della lingua – correttezze.
Quindi non è che una certa lingua sia più libera o più casta dell’altra, ma che le persone possono essere liberi e disinibiti nel dire le cose coi loro nomi nel momento giusto, come denunciare un’ingiustizia, non stringere la mano a un dittatore…

 

 

Abdelmalek Smari

 

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Riferimenti Bibliografici

 

(39) – Abdelmalek Smari, “Fiamme in paradiso” – il Saggiatore, Milano 2000
(40) – Dante Alighieri, Paradiso XXVI, 130-138
(41) – Giovanni Boccaccio, “Decameron” vol.
I – Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.
(42) – English actually, ibidem.
(43) – English actually, ibidem.

 

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