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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

LA LINGUA DELLO SCRITTORE (2)

"Semplici forme di linguaggio

generano spontaneamente esseri viventi."


Vladimir Nabokov

 

 

ALCUNE DEFINIZIONI DEL LINGUAGGIO
Da quando ha cominciato ad umanizzare il mondo, cioè a dare dei nomi alle proprie esperienze e sensazioni e a tutti gli oggetti e i fenomeni che destano la sua attenzione o il suo interesse (appetenza o avversione) e provocano in lui delle reazioni, l’uomo non ha mai smesso di porre in esame e di interrogare questa stessa facoltà di nominare tutto ciò che gli capita sotto gli occhi, sulla pelle o nel fondo del proprio essere o nelle fitte tenebre dell’infinitamente grande o piccolo.
Ciò gli permette di avere delle informazioni circa il suo universo traendo e creando forme dall’informe al fine di dis-ostilizzare il mondo, renderlo familiare ed appropriarsene.
Ci sono sempre stati dei tentativi di definizione del linguaggio, ma essendo la questione molto complessa – perché sovra-determinata da cause complesse e varie: fisiche, biologiche, psicologiche e culturali – ogni epoca ha cercato con i mezzi di sapere che ha a sua disposizione di dare una definizione originale diversa da quelle proposte e adoperate dalle epoche precedenti.
Per Jean-Jacques Rousseau in – Saggio sull’origine delle lingue – “Non furono né la fame né la sete, bensì l’amore, l’odio, la pietà, la collera a strappare le prime voci. … per commuovere un giovane cuore, per respingere un aggressore, la natura detta accenti, grida e gemiti: ecco le più antiche parole inventate, ed ecco perché le prime lingue furono canti e voci appassionate prima d’essere discorsi semplici e metodici.” (15)
Taha Hussein, un grande critico e scrittore egiziano del secolo scorso, ha notato che all’origine delle civiltà ci sono sempre stati dei miti fondatori, espressi con canti ed altri forme d’arte. Così, per dirla ancora un’altra volta con Rousseau “Non si cominciò col ragionare, ma col sentire.” (16)
In suo articolo su AL-Hayat il grande critico Ibrahim Al-Arees fa notare un particolare curioso in due grandi scrittori della migrazione, Beckett e Nabokov: sia l’uno che l’altro hanno scritto le loro poesie nelle loro lingue madre.
“Solo nelle tecniche – aggiunge Al-Arees – Nabokov diventò europeo e americano, nonché nella sua pittura delle azioni dei suoi caratteri, e i loro rapporti. Ma nello spirito e nella psiche dei personaggi, lui fu russo, e russo era rimasto fino alla fine.”
Insomma, la poesie è agli albori non solo della lingua o delle civiltà, ma essa è l’anima stessa dello scrittore poeta. (17)
Il linguista Noam Chomsky (18) cita alcune definizioni del linguaggio:
“Il linguaggio è un suono dotato di senso” diceva Aristotele. Definizione che la rivista Frontiers in Psychology ha ripreso in questi termini “l’insieme delle abilità che permettono di connettere il suono ai sensi.”
Per Charles Darwin “L’uomo si distingue dagli animali unicamente per la sua capacità praticamente (la traduttrice ha detto anche in un secondo momento quasi) infinita di associare dei suoni diversificati e delle idee.”
Questo carattere di infinità giustifica la teoria della grammatica generativa e suscita l’entusiasmo di Chomsky, come lo vediamo quando parla di Galileo e di Descartes.
Per Ferdinand de Saussure “Il linguaggio è un magazzino di parole-immagini nella mente di una comunità di individui fondata su una sorta di contratto.”
Questa definizione riconosce il carattere collettivo del linguaggio, ma mette a dura prova il suo carattere infinito che striderebbe con la limitatezza naturale e necessaria della capacità mnemonica del cervello umano.
Per Edward Sapir “Il linguaggio è un metodo puramente umano e non istintivo di comunicare le idee, le emozioni e i desideri grazie ad un sistema di simboli prodotti volontariamente.”
Se le prime definizioni sembrano più o meno accettabili, perché sono così generali, e quindi con l’interpretazione potremmo conciliarle con le concezioni moderne, quella di Sapir suona invece un po’ dogmatica: essa nega categoricamente la dimensione dell’istintività ad un’attività umana che prende radici giustamente nella realtà biologica dell’uomo, una realtà specifica dell’uomo.
Chomsky preferisce il tentativo di definizione che ci ha lasciato Descartes. Gli piace anche perché egli vi trova lo stupore del grande Galileo di fronte alla meravigliosa invenzione che “ci dà la possibilità di produrre da 25 a 30 suoni e di esprimere un’infinità di parole che ci permettono di rivelare tutto ciò che pensiamo e tutti i movimenti del nostro animo.”
Dunque per Descartes, si tratta di “un’attività creativa, attività innovativa senza limiti, pertanto infinita in se stessa, condizionata dalle circostanze, ma non è schiava di queste circostanze.”
E Chomsky rafforza questa citazione con un aforisma di Wilhelm von Humboldt “Il linguaggio mette in opera un uso infinito di risorse limitate.”
Infine egli dà la propria definizione affermando che il linguaggio è uno strumento tipicamente umano, innato che permette “la generazione di un insieme infinito di espressioni strutturate in una maniera gerarchica che si articola con l’interfaccia concettuale intenzionale, la parte del cervello responsabile del pensiero.”
Chomsky spiega in altri termini, cos’è il linguaggio per lui “del senso espresso da una certa forma di esternazione, ciò può essere un suono per la maggior parte del tempo, ma ci sono diverse modalità di esternazione. La parte più importante dell’uso del linguaggio avviene internamente. Noi parliamo con noi stessi, senza neppure formulare delle frasi.”
Oltre al carattere infinito, la biologia moderna e le neuroscienze in genere sembrano corroborare la teoria del linguaggio umano come organo a parte intera radicato nella struttura fisiologica e anatomica del cervello dell’uomo.
Infatti, “contrariamente alle grammatiche artificiali (in particolare sintassi artificiali), la grammatica generativa, sviluppata da Chomsky, attiva i circuiti neuropsicologici tipicamente attivati in compiti linguistici. Prova che c’è un nesso imprescindibile tra biologia e norme del linguaggio.” (19)
La grammatica generativa cerca di individuare una serie di regole innate (serie limitata di regole per organizzare il linguaggio) che spiegherebbero come i bambini, tra tanti altri esempi, imparano così bene e in così poco tempo le loro lingue madre, e come imparano a costruire frasi grammaticalmente valide.
Questa rassegna di definizioni del linguaggio ci porta a dire che il linguaggio è uno strumento tipicamente umano che consiste in una serie di capacità fondate su delle proprietà biologiche comuni e condivise da tutti gli individui della specie umana, per umanizzare il mondo che li circonda, per conoscerlo, per pensare, per confidargli gran parte della loro memoria, delle loro esperienze e dei loro progetti, domarlo, sfruttarlo, contemplarlo e anche trastullarsene.
Il linguaggio è infinito perché la sua materia prima o la sua matrice è l’universo stesso; e questo universo è infinito.

 

LPAROLA STRUTTURA IL MONDO E FA LO SCRITTORE
In un’intervista del 1975, lo scrittore algerino Kateb Yacine (20) racconta un’esperienza relazionale che lo aveva segnato per la vita.
“Quando ho scoperto questi uomini – diceva Kateb da giovane – che erano uomini della strada, disoccupati, operai, contadini, che in precedenza erano assenti dal mio mondo ‘decodificato’ – dato che sono stato formato in lingua francese -, mi si è aperta un breccia.”
La lingua è in grado di tacere universi come è capace di rivelarne altri di cui non sospettiamo nemmeno l’esistenza.
“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” scriveva “Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus (1918). (21) Ciò significa che le idee e le percezioni dell’uomo sono condizionate dalla parola.
Hanumàn, la scimmia grammatica di Octavio Paz, tace “il nome degli alberi disastrati dell’America Latina per punirli”! (22)
Lo scrittore, dice Paz, è una figura dello stesso linguaggio: è ciò che gli scritti dell’uomo inventano a partire dal momento stesso in cui questi scritti sono percorsi dagli occhi di chi li scrive.
“Pure ora, i miei occhi, leggendo ciò che scrivo, inventano la realtà di colui che scrive questa lunga frase [infatti in questo libro, alcune frasi sono molto lunghe], ma non mi inventano, me, ma una figura di linguaggio: lo scrittore, una realtà che non coincide con la mia propria realtà, sempre che io disponga di qualche realtà che io possa chiamare proprio.” (23)
L’uomo è linguaggio, e lo scrittore è lingua. Il passaggio dallo stato generale di uomo a quello particolare di scrittore si fa con pena e sacrificio.
Per usare una metafora dello scrittore algerino, Mohamed Dib, diciamo che uscire fuori dal grembo materno è così banale e comune; i topi fanno tranquillamente lo stesso. La conoscenza invece, essa si dà a coloro che la cercano attivamente, faticando.
In che cosa consiste questa lingua, la lingua che fa lo scrittore, la lingua dello scrittore?
Sentiamo ancora un’altra volta Octavio Paz : “Il vento non si sente se stesso, ma noi lo sentiamo; gli animali comunicano tra loro, ma, da parte nostra, noi parliamo a noi stessi [pensiero udibile di Galileo], comunichiamo coi morti e con quelli che non nascono ancora. Il frastuono umano è il vento che si sa vento, il linguaggio che si sa linguaggio, ciò con cui l’animale umano sa che è vivo e, sapendolo, impara a morire.” (24)
Lo scrittore e il poeta, esacerbano questa caratteristica dell’uomo che “è colui che, nel lamento del vento, sente il lamento del tempo. L’uomo [che] si ascolta e si guarda in tutte le cose: il mondo è il suo specchio; il mondo non ci sente: nessuno ci vede, nessuno si riconosce nell’uomo.” (25)
Questa caratteristica tipica dell’umano, cioè, questa non-indifferenza che caratterizza l’uomo e che lo scrittore esacerba fino al parossismo dell’insolenza, non è possibile senza l’avvenimento del linguaggio: capacità di nominare le cose e i fenomeni e persino gli stati intimi e i profondi movimenti dell’anima. E cose ed esseri si confondono coi loro propri nomi.
“Questo boschetto, dice ancora Paz, assomiglia agli altri, altrimenti non si chiamerebbe boschetto, avrebbe un nome proprio; al tempo stesso la sua realtà è unica e merita davvero un nome proprio. (…) il Paradiso è governato da una grammatica ontologica: le cose e gli esseri sono i loro nomi e ogni nome è un nome proprio.” (26)
Però non è ancora poeta colui che dà i nomi alle cose e agli esseri, cioè, trasforma il mondo in nomi, ma è poeta colui che percorre inversamente questo processo, riducendo il linguaggio fino a farlo evaporare, trasformando i nomi in mondo: ritrovare la genuinità del mondo.
“Grazie al poeta, il mondo perde i suoi vari nomi. Quindi, solo per un momento, possiamo vederlo come egli è – en bleu adorable. E questa visione ci sconvolge, ci rende pazzi: se le cose sono, ma non hanno nome: sulla terra non c’è alcuna misura.” (27)
Le nuove realtà ci costringono ad interrogarle sistematicamente per comprenderle. Ma per fare ciò, ci vogliono nuovi concetti d’analisi o almeno il rinnovo di quelli vecchi, processo che ci permette di rispolverare il nostro linguaggio per aggiornarlo e adeguarlo alla nostra epoca e alle problematiche specifiche di quest’epoca .
Ed è una caratteristica del linguaggio quella di dare esistenza alle cose e di prendere la sua consistenza da esse.
Il linguaggio crea una certa “visione del mondo” e la fonda, almeno in parte, in chi lo adopera. Nel senso che il linguaggio è alla volta strutturante della realtà, e strutturato da essa. Senza nomi le cose rischiano di passare inosservate. Senza cose non c’è bisogno di nomi, e si rimane muti, indifferenti e le cose inesistenti.
Come conseguenza della brama assillante dell’uomo di interrogare questo universo, fondamentalmente geloso dei propri segreti, cresce l’erba dello stupore, del diniego, dell’ostilità e dell’incomprensione. E sta giustamente agli artisti (grazie al linguaggio) di dissipare questi disagi, creando cose grazie al linguaggio e linguaggi grazie alle cose.
Elena Meli riporta in un suo articolo una piccola esperienza ma di grande importanza che mette in evidenza questa dialettica di influenze reciproche tra il mondo e il linguaggio:
“Si è scoperto che pure indicare il genere delle parole incide sulla visione del mondo: uno studio su bambini ebrei e finlandesi ha rivelato che i primi si accorgono in media un anno prima di essere maschi o femmine anche perché la loro lingua assegna quasi sempre il genere alle parole, mentre in finlandese non accade.” (28)
Insomma, per dirla con Tzvetan Todorov: “Gli oggetti non esistono prima d’essere nominati, o in ogni caso, essi non restano gli stessi prima e dopo l’atto di denominazione, …” (29)

Abdelmalek Smari

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Riferimenti Bibliografici

(15) – Jean-Jacques Rousseau, “Saggio sull’origine delle lingue” – a cura di Paola Bora – Giulio Einaudi editori, Torino, 1989.
(16) – Jean-Jacques Rousseau, op. cit.
(17) – Ibrahim Al-Arees http://www.alhayat.com/Opinion/Ibrahim-Al-Arees
(18) – Noam Chomsky, ibidem.
(19) – https://it.wikipedia.org/wiki/Grammatica_universale
(20) – Kateb Yacine in https://www.youtube.com/watch?v=9nUNqOXLomc
(21) – https://fr.wikipedia.org/wiki/Hypoth%C3%A8se_de_Sapir-Whorf
(22) – Octavio Paz, “Le singe grammairien”, Champs Flammarion, Paris 1972.

(23) – Octavio Paz, op. cit.
(24) – Octavio Paz, op. cit.
(25) – Octavio Paz, op. cit.
(26) – Octavio Paz, op. cit.
(27) – Octavio Paz, op. cit.
(28) – Elena Meli, http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/16_febbraio_26/lingua-influenza-personalita-modella-cervello-95a1f04a-dc83-11e5-830b-84a2d58f9c6b.shtml?cmpid=SM_CorriereNazionaleEngagementAprile_fp_facebook_undefined_cpc_EngagementNazionaleAprile&refresh_ce-cp
(29) – Tzvetan Todorov, ”Poétique de la prose” – Editions du Seuil, 1971.

 

 

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