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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

La Guerra è Fascismo o Morfeo in AlbaNaia - II (et fin)

 

Nessuna guerra per nessuna gloria !!!

 

Mi è venuto da chiedere: è vera la filiazione dell’autore rispetto al protagonista?

Da questa mia domanda derivano alcune considerazioni. Chi non conosce il tuo antifascismo, potrà dire: Per fortuna il fascismo, almeno nella sua forma bellica, non esiste più e il figlio non ha fatto che ciò che si deve fare nella propria epoca (ove il valore in corso è l’antifascismo), come aveva fatto il padre - esemplare soldato che rispettava codici d’onore e regole di profonda umanità -, come hanno fatto il Corriere ed altri milioni di italiani che avevano fatto atto di fede ai loro tempi (quando il fascismo fu l’unico grande valore).”

A questa contrapposizione ideologica, si aggiunge un'altra, psicologica questa, troppo radicata nella umanità dell’uomo: contrapporre il padre, a prescindere dalle considerazioni politiche o filosofiche.

E là se non riusciamo a trovare un compromesso, saremo nella necessità di fare violenza o sulla persona (l’Uomo) o sui nostri ideali. È un po’ il dilemma di Camus tra la giustizia e la madre.

Il tuo dilemma sarebbe o il padre con il fascismo o l’antifascismo senza il padre. Ma esiste una terza via, e l’hai scelta quando hai scelto l’Uomo invece che la sua follia.

Essendo stato, il tuo romanzo, tratto dal diario di tuo padre, possiamo dire che la figura del padre è rimasta per una sua grande parte inclusa in quella della madre dato che è lei che costituisce la matrice dove si concepisce il padre.

E questo attenua un po’ il dilemma, ameno che si preferisca tirare in ballo la spiegazione con l’uccisione psicanalitica del padre. Uccisione simbolica che significa il distaccarsi del figlio dalle scelte politiche del padre.

Se invece la storia del diario “ritrovato” è un trucco per rafforzare con un tocco di realismo e di attualità la potenza persuasiva del romanzo, allora tutto cambia. Cambia anche il significato della contrapposizione tra il padre fascista e il figlio antifascista.

In questo caso, una tale contrapposizione, non solo alimenta di tragicità la narrazione (atta ad attirare il lettore, orfeico-spettatore per essenza, in virtù di una meccanica strana, ma troppo umana, di tragico-filia), ma si presenta anche come simbolo di una dialettica che oppone due epoche avverse, in cui la più recente genera paradossalmente la più antica.

Situazione paradossale in cui la figlia dà luce alla madre. Così, il fascismo diventa quest’orco che oggi conosciamo e cerchiamo di combattere, ma solamente après coup, col senno del poi, grazie appunto all’esperienza vissuta dagli stessi fascisti.

Comunque, che il padre sia stato un fascista o che il fascismo sia stato il padre l’esperienza storica dell’umanità ha sempre avuto una sua dignità (ovviamente ciò non toglie nessuna responsabilità ai colpevoli); come le esperienze a livello individuale dove la persona impara la virtù più dagli errori vissuti in proprio e sulla propria pelle che dalle verità altrui inculcategli da fuori; come la scienza avanza anche grazie alle ipotesi che si rivelano false.

Il guaio però rimane sempre quello di essere recidivi o di degenerare, quando cioè l’errore diventa sistematico e non riesce più a superare se stesso.

Questo testo come lo dice anche Alessandra Beltrame del “Messaggero veneto” è un prezioso documento antibellico.

Mi fa venire in mente una poesia di Allen Ginsberg “A zia Rose” che denuncia (come AlbaNaia denuncia la guerra) in modo crudo la crudeltà di altre tare che accompagnano la sorte umana: la malattia e l’inesorabile morte.

Sono sicuro che chi legge questo tuo libro con intelligenza e sensibilità non penserà più a fare nessuna guerra per nessuna gloria.

Laddove una persona, come il capitano Saccani, può vedere solo gloria e grandezza, gli eventi del tuo romanzo fanno vedere il ridicolo, nient’altro che il ridicolo.

Sono eventi, questi, che insegnano o invitano alla re-invenzione, se non della sostanza stessa della gloria, almeno del linguaggio che ne rende conto.

Credo che il linguaggio che hai coniato per le glorie di Saccani sia riuscito a ridimensionare il suo orgoglio e le sue pretese.

Personalmente ho provato ad annoverare - come Nanni Moretti in “Caos calmo” - le glorie della storia di tutti i popoli a me noti, mi sono accorto che queste glorie corrispondono pari pari a quelle che hai ridicolizzato in un modo schiacciante.

Un romanzo pertinente è anche una fonte di conoscenza. Quando sono arrivato ai rari passaggi in cui il protagonista ferma lo sguardo sugli albanesi, mi è sembrato di sentire la tua voce, tu, che parli come se fossi presente davanti a me. Forse sarà stato il desiderio di sentirti leggere tu stesso quel bel libro… La cosa più bella ancora è che non ho sentito nessun giudizio/luogo-comune circa quel popolo. Non ti sei lasciato sviare dalle miserie altrui, non sei rimasto lì a piagnucolare sulla sorte dell’albana gente; al contrario sei andato avanti nel parlare della miseria che il tuo popolo subiva e faceva subire ad altri.

Insomma non hai fatto l’esperto etnografo, come è di moda in questi nostri giorni. Non hai fatto come un Veltroni che va in Africa, si chiude in un albergo per due o tre giorni, incontra qualche politico del posto, visita qualche scuola sulla strada che lo riporta verso l’aeroporto, rientra in Italia ed esce con un libro di summa conoscenza sui popoli africani, sui loro usi e costumi, i loro problemi, le soluzioni a questi problemi; magari sulle dimensioni del sedere delle loro donne e quelle dei genitali dei loro maschi ecc...; sulla (falsa) responsabilità del buon uomo bianco che ha abbandonato l’Africa ai dittatori locali e su altri blablabla…

Purtroppo viviamo in un mondo in cui, spesso, chi ha qualche potere cerca di abusarne. Chi ha il potere della parola si sente e si comporta come se avesse il diritto di violentare chi non ne ha, di parlare in sua vece, di prendersi cura, come il contadino cura i suoi maialini.

Se poi, oltre alla parola, si ha il potere di diffonderla e di imporla come unica verità possibile e degna d’esistere, allora il vinto - che sia beato alienato o inquieto resistente – è completamente schiacciato dalla censura, dalle minacce, dall’esilio, dalla prigionia o addirittura dalla liquidazione fisica.

Purtroppo è ciò che è successo nel tempo del fascismo; è ciò che sta succedendo adesso ai popoli del terzo mondo e alle classi precarie del primo mondo.

Il regime di G. Bush non è un regime perfettamente fascista? Eppure i detentori della parola ce lo presentano come democratico e l’America come l’Eden dei diritti umani.

Ciò che voglio dire è che il tuo sguardo “albanaico” non disprezza ma osserva simpaticamente le poche persone del luogo. Pur disponendo, anche tu (in quanto scrittore) di questo potere della parola, il tuo non è uno sguardo etnografico ma è uno scorrere normale del tempo nella narrazione.

Ho le mani lorde di sangue”! Se c’è una frase che potrà fare da metafora a questa tua poesia alla Ginsberg contro un male estremo, tale la guerra che erode la dignità umana… questa frase è quella di Sansone.

Infatti, cos’è l’uomo? Cos’è la sua epifania, la storia, se non è la lunga ed immemore memoria biologica e culturale di sangue e di crudeltà? Una memoria che è più sacra degli altari, più potente degli dei e dei loro comandamenti.

Della non-innocenza dell’uomo parlano persino le mani quando, per mistificazione o vergogna, la lingua tace e ci riduce al silenzio o ce lo impone.

Troppo umana, per essere esauribile, è questa saggezza racchiusa in Albanaia, che indica la via di salvezza a questo disgraziato, l’uomo, quando si rende umile e riconosce il carattere non divino dell’umanità.

Certo sono parole rozze che fuoriuscivano dalla bocca del rozzo uomo con le mani rozze e sporche di sangue… ma l’uomo stesso, ha davvero superato lo stato della selva?

L’autenticità del tuo uomo (del tuo Sansone) si ricollega a quella del beduino che, a contatto fresco con la “razionalissima” fede di un Maometto, si accontentava di dindinnare senza verso né senso, invece di articolarle, preghiere più sentite che pensate.

L’autenticità del Sansone fa anche pensare a quella della contadina di J. J. Rousseau che, dinnanzi agli splendori aurorali del sole nascente lanciava come unica preghiera un semplice ma quanto profondo “Oh!”.

Un sospiro che sicuramente giungerà al padreterno come preghiera così sentita, così perfetta, così sincera che la parola stessa si mostra così inutile, incapace, ridicola da chiudersi creando un singhiozzo soave di grazia e di serenità.

La fede semplice del Sansone, o il pregare a modo suo, fa anche pensare alla convinzione non meno semplice e inflessibile di Zia Grazia (zia di Antonio Gramsci) per cui “donna Bisòdia” sarebbe esistita veramente.

Questa genuinità è la forma più sublime di ogni preghiera sincera. È una genuinità che ridicolizza le preghiere fossilizzate, preconfezionate, omologanti, imposte dall’esterno da esseri esterni, indifferenti e ignoranti delle nostre profonde intimità.

Sì, l’autenticità dell’uomo si rivela in tutti i suoi splendori quando questo ultimo ritorna alla sua umiltà, assumendo o riconoscendo la sua natura che è umana e, solamente, umana. Anche perché il resto, il divino, non appartiene all’uomo seppur gli sembri a volte sufficiente allungarci mano o sguardo per averlo.

 

Teofobia

Un giorno un amico, che era (o si credeva) ateo, pensava di provocarmi invitandomi a parlare di religione. A parte che io non mi ritenevo né mi ritengo un sacerdote, non sapevo che cosa dovevo dirgli. So che credere è la condizione dell’uomo. Credere che dio esiste, credere che dio non esiste, credere che siano tanti o uno, credere che sia fatto così o cosa.

Non so se fosse stato il matematico Poincaré o un altro che avrebbe detto un giorno: “credevo di credere” in risposta ad uno che gli faceva notare la sua “conversione” ateista.

In realtà l’amico m’incitava più ad abbaiare a vuoto che a riflettere: non importa di sapere pro o contro chi o che cosa.

Rifiutai comunque, perché sinceramente non mi sentivo preparato né metodologicamente, né psicologicamente, di parlare di un argomento che trovavo assurdo, anche se è molto dibattuto.

Non volevo parlare a vanvera per negare o affermare l’esistenza di un’entità refrattaria per essenza e definizione ad ogni analisi concettuale, essendo un’emozione primaria e ontologica dell’umanità dell’uomo.

Per me, era come se dovessi parlare del sesso degli angeli o del colore che preferiva il gatto della moglie di Ramsess II, di Tamerlano o dell’ultimo dei Mohicani.

Sapevo solo che tutta la filosofia e il suo problema della verità è stato e sarà sempre una questione di linguaggio e di sensibilità umani, di epoca storica, di stato d’animo di chi ne chiacchiera, dello stato d’avanzamento della conoscenza scientifica, dell’amore o dell’odio per la razza umana, della volontà della potenza, della posizione climatico-geografica dei territori abitati, della costituzione fisica e culturale dei popoli…

Sapevo che parlare di religione era il programma di tutta una vita, non una fanfaronata di una notte oziosa d’estate.

Sapevo che il fiume del vivere non smetteva mai, finché siamo in vita, di aggiornare, arricchire o correggere le impressioni che prendiamo spesso e volentieri per delle verità perfette.

In realtà queste nostre impressioni non sono che dei piccoli tasselli imperfetti e barcollanti che cercano di completare le nostre misere conoscenze.

Sapevo che la religione era anche una questione di adesione volontaria, una scelta personale (almeno per gente che pensa di pensare), una convinzione che ha le sue ragioni profonde nello stesso sistema culturale dell’uomo religioso.

Oltre non sapevo andare.

Comunque siano le cose, un’opera letteraria autentica è capace di dire tutto ciò ed altro ancora con una scena di un “Oh!” rousseauita, una frasetta di Sansone o un gesto come quello di Don Salvo.

A proposito di questa scena di grande sentimento di solidarietà e d’umanità, tu sei riuscito con maestria ed eloquenza a dire tante di quelle cose profondamente sentite ma indicibili quando hai fatto vedere l’uomo di dio (Don Salvo) che s’impegna paradossalmente, contro la volontà stessa del padreterno, a salvare dalle braccia della morte una persona.

Sei riuscito a dire che prima d’essere poeta, filosofo, profeta o uomo di scienza, l’uomo è prima di tutto ed è fondamentalmente uomo.

Va da sé che il gesto di Don Salvo non sarebbe stato di per sé un evento eccezionale se non ci fosse stata diffusa la pretesa che il religioso sia per essenza un nichilista, un mostro in capace di amare la vita e di allontanare la morte. Pretesa brandita da gente che si vuole liberare da una superstizione chiamata religione, ma che rimane assurdamente teofoba (spesso la fobia nasconde male il desiderio dell’oggetto della nostra fobia) ed intollerante nei confronti di chi non la pensa come essa.

È questo sentimento di solidarietà, questa dimensione umana che ci rimane quando la presenza della morte ci disarma e ci spoglia di ogni mantello che sia esso poesia, filosofia, profezia o scienza. Questo sentimento è appunto l’umanità dell’uomo.

Bellissima quindi questa scena, perché è piena di speranza dopo gli interminabili e tetri cortei di gelo, di fame, di dolore, di macellazione umana, di disperazione.

Se guardi bene, l’uomo soffia nella minestra calda per raffreddarla e con lo stesso soffio si riscalda le mani! Che paradosso, né?

Infatti, la natura umana è così paradossale da sconvolgere il diavolo stesso.

È Don Salvo che s’imbarca nel carro trainato dall’angelo della morte per aiutare l’uomo ad uccidere l’uomo.

È lo stesso Don Salvo che cerca di salvare l’uomo (l’alpino moribondo) esponendo la propria ghirba al pericolo di morte!

Anni fa’ lessi il libro di Freud sui “Motti di spirito”. Devo confessare che non l’avevo capito bene e non ho nemmeno l’intenzione di rileggerlo. Forse ho altro da fare. Forse ho paura di annoiarmi e di giungere perciò allo stesso risultato. Ciò non m’impedisce tuttavia di riconoscere in che cosa può consistere l’ironia.

Senza pretendere di darne una definizione, posso dire che se essa c’è in qualche compagnia o contesto, riesco ad avvertirne la presenza.

L’ho avvertita in tutti gli italiani che ho conosciuto. Detto questo, non pretendo negare la sua presenza negli altri popoli della terra, anche se/perché non mi è stata data la possibilità di conoscerli. Niente di ciò che è umano è estraneo all’uomo.

L’ironia è una dimensione umana. In questi ultimi tempi Giuliano Ferrara e, non solo lui, il professore Paolo Branca dell’università cattolica di Milano – ognuno con un linguaggio a sé specifico - hanno detto che gli arabi non sanno ridere.

A parte che è assurdo conoscere e studiare il quasi mezzo miliardo di arabi che esistono, questi esperti aggiungono a questa loro arroganza un’altra menzogna quando generalizzano la loro sentenza dis-umana.

Gli arabi, come tutti i popoli della terra, ridono e l’ignoranza di un Ferrara o un Branca non ci cambia nulla.

Invece io ho fatto la sentenza contraria dicendo: gli italiani sono, per natura, ironici, generalizzando anch’io un tratto che ho avvertito nelle poche persone italiane che ho conosciuto.

Quante saranno?

Un migliaio, due migliaia in tutto?

Adesso che ci penso, posso escluderne Ferrara e Branca, perché non hanno rispettato una regola fondamentale dell’ironia: non prendere sul serio i costumi che sono, per la loro natura, volubili e mortali. Ed è proprio qui che l’ironia prende origine e sostanza.

Ridere di un costume è in realtà denunciarne i difetti o indicare i vantaggi di un altro.

Perché il Ridere diventi ironia e non disprezzo, bisogna che rimanga nel territorio dei costumi. Comunque è meglio generalizzare una buona impressione che un insulto.

Ma se bisogna fare la differenza tra un popolo e un altro, tra italiani e arabi per esempio, devo dire senza grande rischio di sbagliare che l’ironia è indizio della cultura colta ed agiata anche. Essa è molto diffusa in Italia, molto vista e soprattutto vissuta e coltivata con coscienza.

L’ironico italiano è conscio d’essere ironico. Anche gli arabi sono ironici ovviamente, ma pochi fra loro, relativamente agli italiani, sono consci di questo tratto e della sua importanza culturale e civile.

Tutto qui!

L’ironia rende fedelmente la sicurezza dell’anima ironica dell’ironico come la cattiveria rivela la frustrazione e l’insicurezza dell’aggressivo.

Essa si rivela sempre dentro all’individuo (auto-ironia) o al gruppo (alo-ironia) quando il buon senso e la poesia della vita prendono il sopravvento sulla mediocrità e le tendenze nichiliste nelle situazioni difficili della vita.

È stato in particolare il modo ironico – in cui è stato raccontato l’episodio degli aeri italiani (pagina 186) che hanno sganciato delle bombe sulle truppe italiane! – che mi ha portato a parlare dell’ironia. Il tenente Vittorio con quella scena ha detto tutto il fallimento e tutta l’assurdità di quella letale impresa fascista.

Non solo, l’ironico – non sembra, ma – è un essere molto sensibile, positivamente sensibile, perché è pieno di speranza soprattutto e di amore per la vita.

Il tenente Vittorio non ha ricorso al suicidio come il comandante Colajanni ma all’ironia. Questa stessa ironia che ci ha fatto vedere i guerrieri del Duce come vittime (innocenti ma ridicoli) di altri guerrieri dello stesso Duce, vale a dire del fascismo.

Gente miserabile come questa, scandalosamente pidocchiosa, se non suscita la pietà e la commiserazione dell’ironia, che cosa meriterebbe?

La sola morte sotto il diluvio di fuoco? Sarebbe un male minore per essa.

Infine, AlbaNaia è un romanzo ironico che ridicolizza appunto un costume atavico crudele che è la guerra.

È un’opera che rimarrà attuale finché ci saranno ancora degli animali (con grande e sincero rispetto degli animali non umani) che coltiveranno, guerra e distruzioni. 

Milan 24-03-08

 

Abdelmalek Smari

 

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