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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

Alcune considerazioni sul romanzo “Berto il cialtrone” * di Renato Rizzi **

 

« Serà que todavìa pienso

que los àrboles crecen de noche

que la pluma canta màs que el mismo pàjaro

y que el pàjaro matarìa por ser pluma »

Mario Meléndez

 

           

Autore ed opera

Ho letto con grande piacere e con profondo interesse il romanzo “Berto il cialtrone” di Renato Rizzi.

Io un po’ conosco l’autore. E, si sa, conoscendo l’autore di un’opera, il lettore non può impedirsi di cercarvi quei tratti che crede di conoscere o di aver avvertito nell’autore.

Non so esattamente perché questa indagine da voyeuriste, ma penso che sia una specie di ricerca di qualche riferimento atto a guidarlo nel suo viaggio nel mondo inedito e sconosciuto che l’opera gli mette davanti. Qualche riferimento atto a far vedere come la vita si fa arte.

Questa brama o, meglio, quest’indagine sarà tanto più insistente ed ossessiva quanto l’opera è originale e profonda.

Ed è forse per questo che sentiamo spesso il lettore (o anche certi critici seri) chiedere o chiedersi se non ci sia nell’opera qualche elemento autobiografico dell’autore.

Ma cos’è l’autore? Cos’è la sua opera? Possiamo dire grosso modo che l’autore è una fra i miliardi di individualità che popolano il mondo.

È ovvio che ogni individualità è di per sé un universo chiuso in se stesso, con le proprie logiche, il proprio linguaggio, la propria sensibilità. E a questo punto ci vuole sempre un tramite o una specie di traduttore che avvicina questi universi gli uni agli altri.

L’uomo comune usa un tramite grezzo, approssimativo e bastevole, falso quindi, un tramite di ipocrisia e di falsità, ed è per quello che non riesce ad entrare in comunione con le altre individualità.

L’opera artistica rimane un tramite soft e sofisticato che addolcisce quella corazza grezza, che assomiglia alle spine del porcospino di Schopenhauer di cui il protagonista parla.

L’opera artistica abbellisce quella corazza grezza con la verità e la sincerità, l’autenticità dell’essere insomma.

L’opera artistica è questo tramite soft che permette un avvicinamento più intimo, perché riflesso più elaborato e fedele, ad un’individualità (l’autore) da parte di un’altra individualità (il lettore).

 

L’amore nell’opera

L’autore mi ha detto una volta, parlando dell’arte del romanzo, che non può esistere un racconto senza una storia d’amore. E mi ha spiegato subito che non importa l’oggetto su cui porta questo amore: amore per una persona, per un animale, un ideale, una chimera… l’importante è che ci sia questo raggio di sole che riscalda la freddezza della solitudine; solitudine data quasi come condizione ontologica dell’esistere, dell’essere umano.

Ma io ho scoperto che il suo Berto è un personaggio freddo: come nei sogni “censuranti” dove il sognatore sa e vede l’oggetto bramato ma non riesce mai ad afferrarlo o ad accedere ad esso.

Eppure Berto ci sembra capace d’amore e vorremmo che prendesse una bella fanciulla. Dopo tutto è un bel ragazzo, colto, intelligente, buono, simpatico. Ma ci delude sempre: non si mette con nessuna, se non superficialmente e temporaneamente, freddamente, direi.

In realtà questa carenza affettiva è solo apparenza, perché un amore - e un amore profondo - c’è nel romanzo di Renato Rizzi: è l’amore del lettore per il personaggio.

Un amore, questo, che scatta come un fulmine, un coup de foudre, nel lettore appena questi scopre la profondità del personaggio e la nobiltà dei suoi sentimenti e la dignità della sua anima.

Questo amore viene rafforzato dalla scelta dell’autore di usare un modo di narrare in prima persona. L’io narrante stesso che si racconta con grande libertà ed onestà, come lo fa il Berto, non ci ispira che fiducia e tenerezza.

A dare un’occhiata veloce e superficiale alla storia che il romanzo racconta, qualcuno può vedervi una specie di trattato sulla cialtroneria, o sulla psicologia del cialtrone.

Infatti qualcuno può pensare, come è scritto anche nella quarta di pagina, che il romanzo è la storia, pur simpatica e divertente, di un cialtrone che svela la sua psicologia, se non addirittura la sua patologia di fronte, o nel pieno mezzo, a gente perbene, tutta normalità e tutta onestà e coerenza mentali.

Chi ha letto o che legge il libro invece scopre che si tratta di tutt’altro, anzi che è una denuncia palese e senza concessione alcuna dell’ipocrisia di questa stessa gente o meglio di quella condizione di falsità e di apparenze ingannatrici in cui questa gente vive ma che ci fa credere che è tutta diversa, tutta decenza e nobiltà d’animo.

Con la sua ipocrisia quella gente vuol farci credere che chi non marcia con le sue regole è un impostore, ingannatore, simulatore, mentitore, imbroglione… insomma un cialtrone. Ma in realtà è il contrario che avviene.

In realtà, vivendo la cialtroneria e spingendola fino alle sue ultime conseguenze, Berto scopre quanto è scandalosa quell’esperienza di vita, quanto a falsità.

Ci mostra quindi quanto lui è autentico e noi non possiamo che innamorarci di lui, in quanto eroe positivo.

 

Porre fine all’opera

            Anni fa, in una mostra di pittura a Costantina, in Algeria, mentre guardavo un quadro dove c’erano delle colline, ho cercato di contarle, poi subito una domanda mi venne in mente: “Perché proprio questo numero di colline?”

Infatti il pittore avrebbe potuto aggiungerne una o fare a meno di una, cosa sarebbe cambiato? E allora un’altra domanda mi saltò in mente: “Come o quando l’artista decide di porre fine alla sua opera?”

In quegli anni ero ancora studente di psicologia ed ero sotto l’effetto della psicoanalisi e la sua ambizione di spiegare l’arte e l’origine dell’arte. Forse stavo leggendo il saggio di Freud su “La gradiva di Jensen”.

La psicoanalisi non mi ha lasciato tanto tempo per altre tergiversazioni e così azzardai un’ipotesi esplicativa. “Sicuramente – mi ero detto fra me e me – il pittore trovava un grande piacere a disegnare quelle curve perché gli ricordavano le chiappe rosee di qualche fanciulla… e lui ha smesso sicuramente di ritoccarle, aggiungerne altre o toglierne perché quei motivi hanno raggiunto il loro scopo: l’ideale di belle e sensuali chiappe.”

Ovviamente questa mia ipotesi al massimo aveva bisogno d’essere elaborata e provata, ma non è detto che fosse poi così esauriente. Se le curve sono suggestive, le altre figure geometriche spigolose come un trapezio o un ottagono avrebbero dato filo da torcere alla teoria psicoanalitica, almeno per come la maneggiavo io.

Rinunciai allora a tale interpretazione di fronte a una tale autocritica. Ma il concetto di quando bisogna porre fine ad un’opera non mi dava tregua.

Una ventina d’anni più tardi – ero già in Italia da un bel po’ di anni – un’amica mi regalò un libro di Italo Calvino “Lezioni americane - Sei proposte per il prossimo millennio”. Libro che ho letto con grande piacere fino in fondo, ivi compresa l’Appendice: Cominciare e finire.

Quando, dopo la lettura di Berto, ho scoperto che il romanzo di Renato Rizzi aveva quattro finali, sono corso a riprendere l’Appendice di Calvino per rinfrescarmi la mente e trovarvi una spiegazione letteraria a questa storia con quattro finali.

In quell’Appendice Calvino analizzava il come e il quando si inizia e si pone fine ad un’opera, dando degli esempi presi dalla grande letteratura: gli antichi, Dante, Cervantes, Defoe, Mann, Borges ed altri ancora.

Avevo applicato nel mentre questo insegnamento di Calvino al romanzo dell’algerino Rachid Boudjedra “Les figuiers de Barbarie”. In esso infatti l’autore avvisa il lettore del tempo (narrativo) che la storia dura quanto dura il viaggio in aereo tra Algeri e Costantina. Così, quando l’aereo atterra, la storia prende fine.

Forte di questo successo, ho cercato di applicare l’insegnamento di Calvino a come inizia e finisce la storia di Berto, nel romanzo di Rizzi.

Il libro si apre con un dilemma: “È meglio avere successo o talento?”

Calvino dice che i finali sono simmetrici agli inizi. Se noi andiamo a guardare i quattro finali, scopriamo anche che i primi tre finali non rispondono alla domanda di partenza, anzi essi stessi, come un’onda di propagazione, non fanno che ampliare il dilemma iniziale.

Solo il quarto finale ci dà una risposta. Ed è su quella risposta che la storia chiude battenti.

 

I primi tre finali di Berto

Per il finale, i finali, comunque io vi ho visto una bella originalità anche se non conosco tutti i finali di tutte le storie che l’umanità, colta e non, abbia inventato.

Ma ciò non mi ha impedito di pensare a un film di Kurosawa. Un capolavoro, dicono gli intenditori di cinema. Penso che sia stato considerato un capolavoro anche per quel modo originale di presentare la storia dai tanti punti di vista, punti di vista dei protagonisti. Ma non siamo ancora all’immaginare tanti finali per la stessa storia.

Anche se l’autore di “Berto” mi aveva già parlato come gli era arrivata l’idea di concepire tanti finali per la stessa storia, ciò non toglie loro, nei miei occhi, una certa originalità. E questa consiste nel fatto che l’autore ha assunto questi finali e, in qualche modo, è riuscito a convincere l’editore del loro valore letterario.

Quando avevo finito la lettura del libro, ero rimasto con questa idea originale certo ma anche divertente di avere a disposizione quattro finali. E la faccenda non mi aveva stupito. Poi Giovanna, la mia donna, mi aveva chiesto che finale avessi scelto.

E allora, soltanto là, avevo scoperto che per me il libro era come se avesse un finale unico. E allora mi ero messo a chiedermene il perché.

Un valore ce li hanno questi finali. Un valore che gli veniva da un loro rapporto organico con l’insieme della struttura narrativa. Un rapporto di complementarità anche, anzi, soprattutto. E a questo punto togliere uno di questi quattro finali, due o tre, lasciandone uno solo, l’opera se ne risente.

I primi tre finali riprendono il filo che ognuno di loro ha mollato da qualche parte a un certo punto della narrazione senza averlo esaurito: è come se uno evocasse, personaggiandolo, un oggetto, una persona, un’idea o una situazione per costruirci sopra un edificio, e ne seguisse l’evoluzione per abbandonarlo o sottrarlo all’edificio globale che di certo, in quel caso, non potrebbe rimanere sospeso nel vuoto.

Quindi non possono essere dei finali esaurienti, perché essi concludono semmai giusto un capitolo o qualche paragrafo.

Così Dora che ritorna col fidanzato chiude un discorso che altrimenti sarebbe rimasto come una lacuna nell’edificio di una colonna portante della narrazione.

È una specie di “Mi resta solo un po’ di schifo. Ma va lavato.” Come dice Chiara nel finale numero due.

Idem per il secondo: è un finale senza il quale il racconto sembra aver aperto una porta per fare entrare luce e aria, e invece non fa entrare niente!

Un finale senza il quale l’evocazione della scena di Chiara ubriaca rimarrebbe senza motivo, senza necessità, narrativamente inutile.

Il terzo finale è, anch’esso, un complemento di informazione, anche se da qualche parte nel racconto c’è stata da parte del protagonista una specie di confessione della propria origine (figlio di una portinaia, se non erro).

È stata una confessione lampo, però, una specie di lapsus linguae, che il Berto non esita poi a tacere subito dopo.

Si ripente quasi di essersi tradito, auto-denunciandosi al lettore, che rischia di non dare più retta a ciò che ha letto o che gli resta da leggere delle sue “prodezze”. Prodezze che costituiscono la colonna portante della sua narrazione che gli dà appunto forma e sostanza, se non addirittura la sua ragione d’esistere.

E poi la logica narrativa non permette ancora una tale confessione: rischia di rendere caduco il resto degli exploit del Berto.

Allora in questa tappa dell’evoluzione della narrazione, prima della confessione aperta del terzo finale, Berto è ancora un cialtrone e la narrazione che cerca di portare avanti ha ancora bisogno della situazione ambigua della sua origine.

Ma ora che non gliene importa più niente di quella narrazione e falsa identità eccolo che ritorna a dirci con molta chiarezza la sua origine, ripartendo giustamente da quel lapsus, giungendo così a conciliare il suo passato realmente vissuto con la narrazione di una vita fittizia e finta con cui intonacava ed abbelliva la sua reale condizione.

“Parva sed apta mihi un bel cazzo!” sua casa è stata sempre così, “Ma oggi non è così.”

Quindi anche questo finale non può reggere lo stato di finale, perché è solo un particolare, importante certo, ma non può essere la conclusione di tutto l’edificio. È un altro particolare su cui è stata costruita parte della sua narrazione (essere cialtrone).

 

Il finale che ho scelto

Rimane il quarto finale, quello sì che può essere un finale - e lo è secondo me -, ma non senza l’apporto dei tre primi.

In questo finale, ci rendiamo conto che Berto con il terzo finale ha già fatto un lavoro su se stesso per superare il fatto d’essere un cialtrone, versione ipocrisia soprattutto. E così quando rivede il dottor Gabbioni, è già pronto a dirgli le sue quattro verità.

Infatti il romanzo ci fa scoprire la falsità come una specie di seconda natura per Berto e, partendo, per tutti noi. Perché sotto sotto “siamo tutti Berto” perché la società preme su di noi con tutte le sue infinite armi di persuasione e di ricatto per fare di noi dei cialtroni. 

Sarà un escamotage, una corazza, per sopportare il nostro prossimo e stargli vicino visto che abbiamo le spine di Schopenhauer?

E allora perché Berto se ne prende alla fine le sue distanze, se questa corazza è necessaria alla vita nella società? Sarà perché è misantropo?

Penso che là, con questa presa di distanze, assunta e fatta con lucidità e coraggio dal Berto, il romanzo ha toccato la vetta della vocazione dell’arte: ha fatto prevalere l’individuo sul gregge, la libertà sulla sottomissione, il coraggio e la lucidità sull’alienazione, l’umanità dell’uomo insomma sulla sua mediocrità.

Devo dire infine che con quella lezione calviniana, di cui ho parlato qui sopra, ho avuto modo di capire con certezza quale, fra questi finali della storia di Berto, era il vero finale.

Grazie all’autore per averci regalato questo bel romanzo pieno d’amore, d’ironia, d’intelligenza e di poesia.

 

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(*) “Berto il cialtrone” romanzo di Renato Rizzi, Edizioni ETS, Pisa 2014 – 146 p.

(**) Intervento pronunciato il 06-03-2015 nella Biblioteca Sormani, Milano.

 

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