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BERBERICUS

Vues et vécus en Algérie et ailleurs. Forum où au cours des jours et du temps j'essaierai de donner quelque chose de moi en quelques mots qui, j'espère, seront modestes, justes et élégants dans la mesure du possible. Bienvenue donc à qui accède à cet espace et bienvenue à ses commentaires. Abdelmalek SMARI

L’unico mare di “Monsieur Ibrahim…” alias Eric-Emmanuel Schmitt

"Per apprezzare l'Islam, bisogna leggere il Corano, non i giornali

e le dichiarazioni degli uni e degli altri. E nel Corano, tutti i versi

che conosco sono contro la violenza e contro il voler imporre

le proprie idee con la forza. Inoltre, nell'Islam, non vi è alcun clero.

Dio dice: chiedetemi, vi ascolto. […] C'è invece un rapporto diretto

tra Dio e il musulmano. Non abbiamo papa. »

Beji Caid Essebsi, il presidente tunisino

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Io non sono religioso nel senso che non spiego il comportamento degli uomini in chiave di religione o di ideologie ad essa legate. Ma semmai spiego esse stesse in chiave di natura umana che trascende ogni sovrastruttura o narrazione. Anche perché non esiste una creatura che si chiami bestia islamica. Homo islamicus è una mera finzione, una narrazione che serve esclusivamente ai giochi della geostrategia e all’equilibrio dei rapporti o meglio delle tensioni internazionali. Sicuramente una tale narrazione non serve a creare un mondo d’amore, di poesia e di conoscenza.

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“M. Ibrahim e i fiori del Corano” è un film che esce nelle sale dei cinema di Parigi in settembre del 2003. Originariamente è un’opera teatrale scritta da Eric-Emmanuel Schmitt che ha trasformato poi in un racconto. L’autore racconta che aveva dedicato quest’opera al suo amico, l’attore Bruno Abraham-Kremer. Il motivo è che è stato questo amico a suggerirgli l’idea di scriverla per parlare “dei dervisci rotanti e di questa bella mistica mussulmana.” Lo spettacolo interpretato dallo stesso attore fa il giro del mondo. Il testo è stato tradotto in 30 lingue; il regista François Dupeyron ne ha tratto il film.

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Questo film è un omaggio a Jalal Al-Din Rumi, grande poeta della conoscenza della vita e dell’amore: è un omaggio alla conoscenza (i sufi conoscono), alla poesia (i sufi sono poeti) e all’amore (i sufi amano).

Non è un film sull’islam o sui mussulmani ma, come dice Omar Sharif che interpreta il personaggio di M. Ibrahim, “… si tratta di un film d’amore, un film sull’umano, sullo scambio. Il fatto che uno [dei protagonisti] sia ebreo e l’altro mussulmano è un caso, il rapporto sarebbe stato lo stesso.”

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Questa storia – come dice Goffrido Fofi - può anche voler ricreare una Parigi tollerante e cosmopolita, com’è nella sua realtà, non la Parigi dei puristi eugenici. Puristi che ostacolano il sano respiro della città che ha sempre bisogno di “la possibilità dell’intreccio, dell’ibridazione, della mescolanza, del meticciato…” per crescere e arricchirsi

Il film invita a legarsi all’altro, a trovare nell’altro quello che ci è comune. Un invito alla tolleranza.

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"Il tuo compito non è quello di cercare l'amore, ma solamente di cercare e trovare tutte le barriere che hai costruito contro l'amore.” Queste sono le parole del persiano, Jalal Al-Din Rumi, poeta e maestro sufi creatore dell’ordine dei dervisci rotanti.

Non sorridere è un ostacolo all’amore. M. Ibrahim, un vecchio bottegaio chiamato l’arabo, insegna questa saggezza al suo giovane amico, Mosè/Momo, un ragazzino ebreo. Entrambi vivono in rue Bleue, un quartiere popolare di Parigi. È il film che stiamo per vedere.

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La storia si svolge - come dice l’autore Eric-Emmanuel Schmitt – in “una Parigi non borghese.” Una Parigi umile che potrebbe essere l’origine di provenienza delle diverse comunità che abitano questa grande metropoli dove queste stesse comunità hanno trasferito i loro ethos continuando a svolgere una vita uguale a quella che i loro antenati hanno sempre svolto sin dalla notte dei tempi: scambi e buona vicinanza nelle loro differenze e anche nonostante le differenze.

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Questa storia può anche voler ricreare una Parigi tollerante e cosmopolita, com’è nella sua realtà, non la Parigi dei puristi eugenici. Puristi che ostacolano il sano respiro della città che ha sempre bisogno di “la possibilità dell’intreccio, dell’ibridazione, della mescolanza, del meticciato…” per crescere e arricchirsi

Il film invita a legarsi all’altro, a trovare nell’altro quello che ci è comune. Un invito alla tolleranza.

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Prima d’essere uno scrittore di fiction, l’autore è anche filosofo, insegnante di filosofia. E se ha scritto questa breve storia sull’amore e lo scambio (come l’ha definita Omar Sharif) è perché dietro ciò che scrive ci sono sempre “delle preoccupazioni filosofiche: [come ] sviluppare la tolleranza, creare rispetto per i personaggi della vita quotidiana ai quali nessuno presta attenzione, far conoscere una religione […]”

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Ma qual è il problema pressante dell’autore? Ci risponde l’autore stesso “Oggi, a causa del conflitto israelo-palestinese, a causa delle tensioni internazionali, non si parla più degli ebrei e dei mussulmani che come dei nemici. Mentre ebrei e mussulmani vivono insieme e s’intendono perfettamente da secoli.”

Come ora à Rue Bleue, a Parigi (la storia si svolge negli anni 60), ove vivono insieme e s’intendono M. Ibrahim e il suo giovane amico Mosè. Infatti perché il rapporto tra M. Ibrahim e Mosè dovrebbe stupirci?

Il loro incontro non è affatto un incontro strano, il fatto è che un mussulmano e un ebreo sono sempre stati dei “vicini di casa”. E nei periodi della Riconquista spagnola, la maggior parte degli ebrei cacciati via dalla Spagna fuggirono nei paesi arabi e in Turchia.

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Lo Schmitt ha letto le poesie del grande poeta Rumi e le ha trovate “magnifiche”. Leggendo altri libri dello stesso filone scopre un personaggio molto famoso, Nasreddine. Un personaggio intelligente senza averne l’aria. La gente lo considera un imbecille. È proprio questo ruolo - quello di “portare la saggezza agli altri senza mai dare l’impressione di dare loro delle lezioni” - che è stato attribuito al grande attore Omar Sharif. Infatti M. Ibrahim, come Nasreddine, non esita a imbrogliare il venditore quando gli presenta una lettera logorata, illeggibile, come una patente del proprio paese. Non è un caso se uno dei primi film interpretati da Omar Sharif del 1958 s’intitolava “Goha” un altro nome di Nasredddine – un personaggio furbo-stolido e drammatico alla conquista della conoscenza.

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Così faceva il suo avo spirituale, il famoso Nasreddine, che per farsi invitare al banchetto di un ricco stupido, si era fatto prestare degli abiti eleganti e un bellissimo mantello. Nasreddine sapeva che nel suo aspetto naturale nessuno lo avrebbe degnato di uno sguardo, figurarsi invitarlo alle loro tavole. Quando i camerieri misero i piatti davanti agli invitati, tutti iniziarono a mangiare. Nasreddine si disfece del suo mantello, se lo mise sul ginocchio e cominciò ad imboccarlo come se fosse un essere umano. Tutti gli invitati rimasero di sasso ma, senza perdere la calma e il sorriso Nasreddine spiegò loro che non c’era niente da stupirsi: il signore ha invitato il mio mantello ed è il mio mantello che dovrà mangiare.

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Omar Sharif nasce ad Alessandria d’Egitto, da Joseph Shalhoub e Claire Saada, ambedue immigrati libanesi di religione cattolica greco-melchita. Si convertì all’Islam all’età di 23 anni per poter sposare la star egiziana Faten Hamama, assumendo quindi il nome di Omar El-Sharif.

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L’islam, già all’inizio della sua esistenza, nella umiltà e nell’amore per la vita che la persona del profeta predicava, ha dato la possibilità di seguire o l’indulgenza del cuore, o il rigore della ragione, l’amore della madre o la severità del padre per usare un linguaggio psicoanalitico, la legge di Mosè o l’amore di Cristo, la religione esterna o la religione interiore, l’aridità della legge o i fiori dell’indulgenza e dell’amore.

Solo chi riesce a fare una sintesi tra i due approcci può considerarsi sulla via della salvezza. Tendenzialmente la vita del mussulmano è fatta dell’una e dell’altra condotta o dimensione. Ed è per questo che un personaggio che non tiene conto della legge viene considerato pazzo e sregolato, mentre colui che segue nella sua religione soltanto legge è considerato, come dice Momo, uno che ha “il colorito grigio e la tristezza”, è un fanatico cioè, non meno pazzo del primo.

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Ma cosa significa essere sufi? Il sufismo è una “corrente mistica dell’Islam sorta nel VII secolo. Opposta al legalismo, attribuisce un’importanza fondamentale alla religione interiore.”

Secondo alcuni studiosi arabi il nome deriva dalla parola sof che significa lana. I sufi originali si vestivano di un abito di lana, ruvido, pesante e per niente elegante per contrastare la vanità dell’opulenza. Alcuni dicono che il loro modello fu il genero del profeta, Ali. Ma i suoi seguaci in realtà sono sia sciiti che sunniti.

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Comunque il sufismo di questi arabi dell’età d’oro, curiosi e aperti, è stato influenzato ed arricchito dai contributi culturali persiani, indiani e soprattutto greci. La parola sophia significa saggezza. E M. Ibrahim “a detta di tutti, era un saggio.”

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Ibrahim (nome arabo di Abramo) è un personaggio ambiguo. Lo rende tale il fatto di essere arabo e insieme padre adottivo di Mosè/Momo che è ebreo.

Del resto la vulgata dei mussulmani arabi considera Abramo come il progenitore degli ebrei e degli arabi. In un suo libro, da cui ho tratto alcuni passaggi qui sotto, lo studioso Massimo Jevolella si è soffermato molto sull’analisi del concetto di islam, che significa adorare il dio unico che è Allah, il dio.

L’adorazione dell’unico dio fu Abramo ad insegnarla agli arabi ed è per questo che è considerato pure come il padre spirituale dei mussulmani non arabi, tanto che un verso del corano dice letteralmente “vostro padre Ibrahim”.

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Aslama, dice il Jevolella, significa consegnarsi fiduciosamente ed esclusivamente ad Allah, “l’unico Dio, l’unico che ascolta, che sa, che vede e provvede.”

Ogni creatura, dai minerali all’uomo, dagli atomi agli astri “ogni tocco, ogni idea, ogni perfezione s’inchinano davanti al Volto del Signore dei mondi, sono un canto di lode al Sovrano del giorno del Giudizio.”

L’islam, fede nell’unico vero dio, Hanafiya, “si nutre di verità e non di apparenza; di sincerità e non di menzogna. Visione che verrà sviluppata al massimo dai sufi”.

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Gli arabi, prima dell’islam, erano attratti sia dalle dottrine giudeo-cristiane, che dall’idolatria e dalla ricerca di una fede pura. Questi ultimi, “eroi dello spirito”, “avevano Abramo come stella polare.” Abramo che aveva girato le spalle all’idolatria, per hanif, e coloro che lo seguivano erano come lui, dei consegnarsi fiduciosamente ed esclusivamente ad Allah, “l’unico Dio, l’unico che ascolta, che sa, che vede e provvede.” Era muslim, credenti puri. E Maometto fu uno di loro.

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L’incontro che è il tema del film in realtà non è un incontro, ma è piuttosto una presa di coscienza di un’altra dimensione.

Dante Alighieri a modo suo aveva colto la natura profonda dell’islam e per questo aveva collocato Maometto nell’inferno perché era colpevole di uno scisma. L’immagine di Maometto all’inferno suona da parte del poeta come un rimprovero/rimorso a un cristiano che ha tradito la cristianità.

Infatti l’islam è una sintesi originale tra Bibbia e Vangeli, tra il rigore della legge di Mosè e l’indulgenza dell’amore di Cristo seminati nell’humus della feconda sensibilità arabica.

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Quindi il monoteismo è percepito come un albero rigoglioso con delle radici sane che rappresentano il venerabile patriarca Abramo. L’ebraismo è il suo tronco. Il cristianesimo un ramo e l’islam un altro ramo.

Guardando radici, tronco e frutti, ci rendiamo conto che siamo uni. Oppure per riprendere le parole stesse di M. Ibrahim “Tutti i rami del fiume si gettano nello stesso mare. L’unico mare.”

Ricordandoci con quest’ambiguità, quell’altra mitico-storica, la storia di Eric-Emmanuel Schmitt ci invita a superare le divisioni di dettagli e tenere sempre presente l’unicità del tronco e delle radici.

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  • Come sa tutte queste cose, monsieur Ibrahim ? /// io non so niente. So solo quello che è scritto nel mio Corano. P. 33
  • Come fa lei a essere felice, monsieur Ibrahim ? /// So quello che c’è nel mio Corano. P. 41
  • Se si vuole imparare qualcosa, non si legge un libro. Si parla con qualcuno. /// … Come monsieur Ibrahim, lei stesso dice sempre di sapere… /// Sì di sapere quello che c’è nel mio Corano… p. 47
  • È troppo bello qui, monsieur Ibrahim ? /// la bellezza è dappertutto, Momo. Dovunque tu giri lo sguardo. È scritto sul mio Corano, questo. P. 48
  • Sono felice, Momo. Ci sei tu e so quel che c’è nel mio Corano. P. 73 La trance ?
  • Ho paura per lei, monsieur Ibrahim ? /// ma io non ho paura. So quel che c’è nel mio Corano. P. 80

Penso che quando M. Ibrahim dice e ripete “Io so cosa dice il mio Corano”, precisando che non è un manuale di meccanica, ma utile per le cose dello spirito, in realtà egli rimanda a un tipo di religiosità moderna, dei nostri tempi - e Parigi di oggi è un modello perfetto dell’oggi della umanità. Religiosità basata su: la Conoscenza, la Serenità, l’Incontro, la Bellezza, la Fusione in dio, insomma la Dignità di fronte alla tragedia inesorabile della fine.

La felicità ? liberarsi dalla scocciatura delle carte, dal grigiore delle leggi ? riconciliarsi col tutto? Negarsi per fondarsi in dio?

Bibliografia

  • “Monsieur Ibrahim et les Fleurs du Coran” Eric-Emmanuel Schmitt, Editions Magnard, 2004.
  • “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” Eric-Emmanuel Schmitt, Edizioni e/o Roma 2003.
  • “Corano, libro di pace” Massimo Jevolella, Urra – Apogeo s.r.l. Milano 2013

Abdelmalek Smari

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