Pagliaccio-generale
Continuate a raccontare
la storia dei popoli vinti,
vostri cari clienti,
facendovi pagare
con l’una o l’altra delle materie,
grezza o grigia, o entrambe.
Continuate a tacere le altre …
Continuate a raccontare
l’aspetto armato di un pagliaccio,
una specie di generale, nudo,
che avete vestito
e armato dal capo ai piedi
per fotografarlo poi,
strana reliquia, cartina di tornasole
della vostra tetra teoria sulla solidarietà umana.
Abdelmalek Smari
“Nemmeno il mercurio del barometro è variabile come queste categorie di passeggeri che, quando la nave solca
superbamente le acque, impallidiscono d’ammirazione e giurano che il comandante è il più grande di tutti i comandanti mai esistiti, e perfino propongono una sottoscrizione per offrirgli una targa
ricordo; ma se la mattina dopo la brezza è calata e le vele penzolano inutili tornano a scuoter la testa e a labbra strette sibilano di sperar bene che il comandante sia un marinaio, e aggiungono
di dubitarne profondamente.”
Charles Dickens “America”
Mi piacerebbe sapere…
“p.s. : mi piacerebbe tanto sapere cosa pensi tu di tutto ciò che succede in nord africa, nel tuo paese!” mi chiedevi, cara
Stefanie.
grazie per l’interessamento… del resto il tuo silenzio, riguardo a tutto ciò che succede in Nord-Africa, mi avrebbe stupito… ma
purtroppo non so se sono in grado di rispondere alla tua aspettativa…
Sappi solo che io, quei paesi, non li conosco. Sono stato quattro o cinque volte per due o tre giorni, quattro al massimo e di
passaggio, a Tunisi.
Della Libia sapevo solo che era un paese arabo con al suo vertice Gheddafi come capo supremo e leader della rivoluzione del
1969.
In Egitto, non ci sono mai stato. Invece avevo letto parecchio della sua letteratura perché la letteratura araba è (quasi) letteratura
egiziana e vice versa.
Del Marocco, ho visto le sue due capitali in due, tre giorni… pensa un po’ che idea posso aver avuto di questo paesi e dei suoi
abitanti in meno di 24 ore, se escludiamo il sonno!
Dell’Algeria invece so ciò che il cittadino politicizzato possa sapere del proprio paese, cioè poche ed imprecise cose; la realtà
rimane molto più opaca e complessa anche se l’arroganza della mente umana tenta di farci credere di poter definirne la natura, svelarne i misteri e semplificarne il brulicare delle complessità e
le varie imprevedibilità…
Oltre a questa difficoltà metodologica, ne esiste un’altra, fisica questa: io vivo in Italia ormai da 20 anni. Sono 20 anni che mi
sono allontanato dal mio paese e i pochi giorni (20 al massimo) che vi spendo una volta l’anno non mi permettono di seguire in modo preciso e pertinente i cambiamenti dei costumi e l’evoluzione
della coscienza politica dei miei concittadini.
Perciò non vorrei giocare all’esperto, come si vede in questi giorni in tv: gente che non sa nulla di quei paesi ma che con
sfrontatezza fa delle (pseudo) analisi, avanza delle pseudo ipotesi e conclude sentenziando con delle profezie così inesorabili come la corsa del tempo, il risorgere del sole e della luna o
l’attrazione gravitazionale!!!
Per quanto mi riguarda, cercherò d’esprimere le mie impressioni personali con le riserve che ho posto qui sopra come premesse.
Adesso ti faccio io una domanda, per completare e spiegare meglio la mia risposta: Quanti secoli, la Germania ha messo per conquistare
in un modo “definitivo e irreversibile” il suo progresso sociale, economico e politico?
Dagli albori dell’unità della Germania fino ai nostri giorni sono già passati due secoli circa. E già prima di quel periodo la
Germania (la grande Germania) aveva un Fichte, un Goethe, un Hegel e ben altri grandi spiriti della scienza, dell’arte, della politica, dell’economia, della storia…
Ora t’invito ad andare a cercare nei paesi del Nord-Africa i grandi uomini e a citarmene uno. Son sicuro che non troverai nessuno
tranne qualche spiritello… e dei martiri, ovviamente.
E poi non è detto che l’evoluzione vada sempre liscia, senza arresti o regressioni a volte drammatici, nonostante la presenza storica
o effettiva di questa stirpe di grandi uomini, di questi spiriti universali. “Ricordiamoci, scrive l’algerino Rachid Minmouni, che è stata la democrazia della repubblica di Weimar a permettere
l’accessione di Hitler al potere. »
Questa premessa, cara Stefanie, è per dirti che io non ci credo molto in queste cosiddette rivoluzioni.
Prima di proseguire, t’invito a riflettere su queste citazioni che ho pescato ne:
1) Le monde del 15-03-11’’ di Jean-Noël Ferrié che dice “Hosni Moubarak non è stato cacciato dal potere sotto la pressione di
un’opposizione politica credibile, ma da un’aggregazione di malcontenti che ha preso corpo dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia. Senza nessun altro contenuto ideologico.” …
“La trasformazione in portavoce dei manifestanti di piazza Tahrir del vecchio direttore generale dell'AIEA, Mohamed ElBaradei, che,
fino all’anno scorso, non si era preoccupato della politica egiziana, dimostra a che punto il paese non disponeva di figura di oppositore credibile.”
2) Le monde diplomatique, marzo 2011; Alain Gresh dice :
“Era diventato banale, nei corridoi dell’Elisio come in quelli delle cancellerie occidentali, di sghignazzare di la “Strada araba.”
Bisognava veramente tenere conto di ciò che pensavano questi alcune centinaia di milioni di individui di cui non si poteva aspettare, per il meglio, che degli slogan.”
Già!
No, gli eventi in corso nel Nord-Africa non sono rivoluzioni, per la semplice ragione che la gente che ha innescato il movimento di
ribellione e lo ha condotto non si era preparata e non era nemmeno convinta del risultato. Sono movimenti sì, ma movimenti browniani.
All’inizio i rivoltosi pensavano…
All’inizio i rivoltosi pensavano tutt’al più di conquistare se non dei diritti modesti, almeno delle promesse come al solito e delle
menzogne ingannatrici.
I rivoltosi non erano pronti né materialmente né strategicamente a misurare la portata delle loro azioni né a sapere che da lì a poco
avrebbero spaventato i loro dittatori da fare loro scappare via dal paese. Non ci vedevano, poverini, lo zampone degli States e dell’agnellino Obama.
Non sono rivoluzioni anche perché quella gente non aveva un progetto di governo, né gente già pronta a prendere la relève, a
sostituire nel caso il governo decaduto.
Non bisogna essere un Bismarck o un Leo Strauss per capire che le persone che noi troviamo oggi al vertice dello Stato tunisino o di
quello egiziano, dopo le rivolte dei due ultimi mesi, non fanno parte dei rivoltosi ma bensì sono uomini che facevano parte della ex nomenclatura che girava attorno agli ex dittatori e che
servivano con raro zelo i loro regimi.
È ovvio che da opportunisti camaleonti come sono, queste persone servitrici dei dittatori erano svelte a voltare gabbana e a far
vedere che non avevano niente a che vedere con l’ex regime.
La rivoluzione, fondamentalmente e prima di ogni considerazione, è una presa di coscienza storica; è la volontà e la capacità lucide
di tutti gli strati precari di una classe maggioritaria e oppressa di combattere una manciata di uomini di potere che costituiscono una classe sfruttatrice ed oppressiva; è ordine nelle idee e
nelle azioni;
è un’impresa seria portatrice di speranze e prosperità non di caos;
è un cemento di militanza politica che lega assieme gli oppressi e da’ loro unità e forza;
è un progetto di lotta e di società concepito e svolto dai figli della nazione stessa in rivolta;
è la preparazione degli uomini della relève;
ed è uno sradicamento di tutti gli uomini del vecchio regime e di tutte le loro pratiche di sfruttamento e d’oppressione;
è una lotta contro le esclusioni sociali ed ogni forma di segregazione di colore, di sesso, di classe, di età, di lingua e di
confessione;
è una lotta per il rispetto dei diritti della maggioranza (e di ogni altra minoranza) non per sostituire una minoranza sfruttatrice
con un’altra e dare così un nuovo fiato al sistema dell’ingiustizia e dell’oppressione…
Personalmente non credo che le rivolte dei tunisini, degli egiziani o attualmente dei libici, abbiano questi criteri, pur essendo
criteri scarni.
Il caso della Libia poi ha tolto il telo che copriva il proprietario dello zampone di cui parlavo sopra: è lo stesso Obama che si è
rivelato un pagliaccio, un orco, terribile… è lui il vero fautore delle cosiddette rivoluzioni arabe per servire il Capitale.
Non c’è quindi rivoluzione per il fatto che nell’anima e nella prassi di queste popolazioni in rivolta manca un background culturale,
manca ancora qualche secolo di tempo, manca ancora una visione storica e geo-strategica, mancano ancora gli strumenti epistemologici e la serenità metodologica per orientarsi nella storia,
mancano ancora una visione unita, un’autonomia, un progetto sociale originale e chiaro e dei mezzi logistici per poter realizzare tali programmi e miracoli.
Infine ci sono state nel passato recente o lontano di questi paesi tante di queste insurrezioni ma come vediamo non hanno portato
nulla di concreto; o almeno i progressi sperati o sognati sono stati scarsi o di poco rilievo.
Ma ci sono stati comunque dei cambiamenti astronomici(!); cambiamenti invisibili però visto l’immensità delle realizzazioni che
rimangono ancora da fare: come il fatto di camminare per un neonato, come il fatto di parlare, come il fatto di crescere…
Sì, come le tappe di crescita del bambino che, nonostante tutti le sue metamorfosi epocali e straordinari, il bimbo pur crescendo
rimane ancora bimbo.
E sbaglia di grosso quello che si mette a paragonare le performance di questo bambino in crescita (il suo camminare, l’acquisizione
della lingua, il suo crescere) a quelle di un adulto, giudicarlo e concludere alla scemenza del bimbo…
Quindi questi eventi non andranno mai persi dalla memoria di questi popoli. Questi eventi saranno capitalizzati e aggiunti alle altre
esperienze già acquisite e alle altre crisi di crescita già vissute. Questi eventi nella vita di una nazione devono essere considerati anche come degli sperimenti di vita con dei giorni belli e
altri pessimi.
Quante volte il bimbo cade prima di imparare a camminare! Quanta strada deve fare lo straniero in Italia per imparare decentemente la
lingua italiana!...
Durante i loro cammini alcuni di questi paesi ci lasciano la ghirba, altri resistono ma non di certo riescono a tutti i colpi.
Comunque nella vita di un popolo ci vogliono tante scosse o rivolte storiche perché ci si riesca a capitalizzare l’esperienza dei
decadi e le tribolazioni dei secoli che dovrebbero propulsare quel popolo direttamente nell’età matura…
La cultura politica e gli algerini in particolar modo
Qualche giorno prima che la rivolta tunisina prendesse le proporzioni che sappiamo ormai, l’Algeria si era insorta e la gente di tutte
le regioni era uscita nelle strade e nelle piazze in un modo spettacolare per contestare l’aumento del prezzo di alcuni prodotti base (olio e zucchero).
Quella insurrezione, che aveva durato due tre giorni, aveva scosso i nostri governanti che subito avevano risposto con delle misure
molto sagge e concrete come l’abrogazione della legge dello stato d’emergenza (in vigore da 19 anni!), l’aumento di stipendio per alcune fasce di lavoratori lese, i provvedimenti seri e concreti
per combattere la pesantezza delle burocrazie sclerosate, l’apertura concreta sui problemi di casa e di lavoro, l’ascolto operativo e serio dei giovani…
Queste misure sono state non solo concrete ma anche, cosa inaudita quasi, concretizzate! ed ipso facto!! Chissà quanto pesano queste
misure, a lungo termine, sul tesoro dello Stato, perché sono sicuramente delle spese insopportabili per le capacità reali del tesoro pubblico?!
Ma purtroppo gli algerini, come il resto dei terzomondani, non sono che un’aggregazione di tubi digestivi e non si curano per niente
che il tesoro pubblico sia svuotato dopo essersi servito a riempire i loro voragini di pance o le loro bucate tasche.
Quella insurrezione ha avuto un effetto diretto all’interno del nostro paese e un effetto indiretto, incoraggiante, all’estero vicino
(Tunisia, Egitto, Marocco e Libia).
C’è chi vi ha visto i segni di continuazione della cosiddetta guerra civile che non si sarebbe ancora spenta, che non arriverebbe o
non dovrebbe mai spegnersi!
C’è chi vi ha visto una contestazione contro i governanti; secondo la tesi manichea, tipica degli esperti
algerologi, che vuole e insiste che in Algeria esista da una parte un regime corrotto, oppressore e brigante e dall’altra parte un gregge di primati, innocenti perché scemi, alienati,
oppressi, derubati e senza capacità di coscienza, di indignazione e di resistenza o di lotta.
Che sia ben inteso che una reale rottura tra i cittadini e chi li governa esiste in Algeria, come esiste qui in Italia, come esiste
dappertutto nel nostro mondo, come è sempre esistito nella storia.
Da una parte c’è l’individuo con il suo egoismo, i suoi interessi e le sue aspirazioni alla libertà, e dall’altra parte esiste la
collettività che, nel nome dell’interesse della maggioranza, non solo chiede ma impone coercitivamente certi limiti alle libertà dell’individuo e certi ridimensionamenti ai suoi interessi e al
suo egoismo.
Ma questa rottura è più scandalosa in Algeria per la particolarità storica di questo paese che dal 1500 circa (con l’occupazione turca
ottomana prima e quella francese a partire dal 1830) fino al 1962 (data dell’indipendenza dell’Algeria), gli autoctoni furono rigorosamente, sistematicamente e scientemente esclusi ed impediti di
fare politica.
I francesi deliberavano nel parlamento l’esclusione degli indigeni addirittura dalla sfera dell’umanità!
Le cose essendo state così, è ovvio che gli algerini dimenticano (e hanno dimenticato) del tutto ciò che la parola politica possa
significare. Anzi ci fu un tempo in cui non sapevano più se essa esistesse!
Di fronte alle politiche razziste e ai genocidi di quei regimi di occupazione e d’esclusione turco-francesi per cinque secoli circa,
l’algerino ha sviluppato un atteggiamento, per non dire una psicologia, ostile ad ogni forma di potere. Per l’algerino, i governanti delle due potenze occupanti erano visti come dei meri
predatori, oppressori e sfruttatori.
Quando, più tardi, l’Algeria strappò la sua indipendenza ai colonizzatori francesi, si è trovata impreparata per governarsi.
Da un lato gli unici uomini o donne che avevano un’idea della governance moderna erano pochi ed insufficienti mentre ci
voleva una vera classe dirigente (abbondante) formata in e attraverso i partiti politici o nelle grandi scuole di scienze politiche, economiche e sociali.
Dall’altro lato, il popolo ha cominciato a svegliarsi grazie alle attività di sensibilizzazione alla politica che il movimento
nazionale per l’indipendenza svolgeva.
Questo risveglio era solo risveglio, perché per re-introdurre un popolo nella storia dopo cinque secoli di morte storica e
civile, ci vuole un vero e proprio “Alzati e cammina!”.
Ed è ciò che la scuola dell’Algeria, con grande volontà ma scarsa arte, sta cercando di fare. Ma ci vogliono ancora lustri e
decadi…
I governanti autoctoni hanno quindi ereditato una situazione invivibile e quasi impossibile da gestire (lo stesso si può dire dei
paesi ex colonizzati): la loro inesperienza nell’arte di governare, l’ambigua concezione che hanno della loro funzione stessa di governare (imitano il comportamento del colonizzatore; forse nel
loro inconscio vi prendono piacere perché da’ loro l’impressione di avere finalmente l’occasione di vendicarsi dai colonizzatori!), il ricorso fin dai primi anni dell’indipendenza ad uno stile di
sviluppo fondamentalmente omologante ed autoritario come il socialismo forzato ed imposto con indottrinamenti e manganelli, la povertà del popolo, l’analfabetismo atroce, la scarsità del senso di
cittadinanza che provoca solo dis-unità e caos nel concepire ed assumere l’interesse comune…
Dal suo lato il popolo, educato per secoli a sottomettersi, a subire le esazioni e le ingiustizie, a servire da bestia di some o a
servire da carne da cannone, a vedere nel potere una specie di brigantaggio e di guerra dichiaratagli… il popolo ha perso la fiducia in chi lo governa e nella politica in generale.
Inoltre i paesi predatori (ex e neo colonialisti) non smettono di alimentare questa rottura spargendo voci in giro che i nostri
governanti sarebbero dei corrotti, dei briganti, dei sanguinari che si sarebbero ammassati delle fortune colossali rubandole al popolo facendo man bassa su tutte le risorse naturali del
paese!
Visto che il nostro popolo, per la sua grande maggioranza, ignora i giochi politici e strategici tra le nazioni e i gruppi di potere,
non riesce ancora a capire che si tratta di intox e di mistificazioni distillate ininterrottamente da potenze e/o classi predatrici in gioco per dividerlo e seminare in lui (il popolo)
il caos e paralizzare le menti e le forze attive…
Il nostro popolo crede in questa mistificazione, in questa favola nera, e perciò vede nei suoi governanti una banda di briganti
sanguinari, li accusa d’essere responsabili dei propri fallimenti, fa quindi il vittimista e (già che rinuncia a pagare le tasse pur godendo di scuole, ospedali, giustizia e varie protezioni
tutto a gratis!), alla prima occasione che gli si presenta, s’infiamma istericamente e comincia ad urlare e sbavare, a minacciare con dei bastoni come l’arcaico uomo delle caverne, a spaccare i
beni pubblici per prima cosa, a derubare il vicino di casa, ad aggredire il suo prossimo (i governanti, non li raggiunge ovviamente) poi chiede la testa di chi lo governa, senza sapere a chi né
per quale motivo, senza rifletterci bene sopra, senza preparare o prepararsi alla relève, senza pensare nemmeno alle conseguenze dei propri atti perché spesso questo tipo di rivolte
falliscono ed i rivoltosi ritornano a subire lo stesso sistema “contestato”.
I benefici immensi della caotizzazione totale dei paesi del terzo mondo voluta dalle potenze
predatrici
Insomma è una specie di autoflagellazione: una follia aggressiva di tutti contro tutti; un saccheggio dei beni privati e pubblici; un
regolamento dei conti non a un regime oppressore (la gente comune non ci arriva mai a vendicarsi o, se vogliamo, a farsi giustizia presso i loro oppressori) ma gli uni agli altri individui della
stessa condizione social-precaria (una guerra tra i poveri); una caotizzazione totale del loro paese per preparare così il terreno ai veri oppressori, alle spietate e voraci
multinazionali, ai missionari in male di caritas urget, ai vari mercenari ed altre “legioni straniere”; in parole povere: preparare il terreno all’invasione ed occupazione del loro paese da parte
delle potenze colonialiste…
Ho in mente l’indicibile e recente caos in cui vivono Stati che erano passati per questa strada; Stati come la Somalia, l’Iraq,
l’Afghanistan, il Pakistan, il Sudan mutilato e in questi giorni si sta tentando con la Libia e i paesi del Nord Africa…
E ce ne sono altri paesi caotizzati, e ce ne saranno altri ancora se i popoli di questi paesi continuano, nel nome di una
chimerica rivolta contro un’irreale oppressione, a distruggere i propri paesi e offrirlo su un piatto d’oro alla voracità delle potenze neo colonialiste come Usa, Inghilterra, Francia, Italia e,
in una misura ancora minore ma non innocua, ad alcune potenze dette emergenti come la Cina e l’India.
A proposito, Gheddafi ha invitato l’altro ieri Cina, India e Russia ad investire nei campi petroliferi della Libia… come misure di
ritorsione contro gli Stati che gli sono stati ostili in questi ultimi tempi difficili per la sopravvivenza del suo regno.
Ma poiché la maggioranza (la forza micidiale della cosiddetta comunità internazionale) lo vuole, le cose, in un modo o in un altro,
finiranno sicuramente per riassestarsi e sicuramente finiranno per avere ragione delle mie paure da reazionario fifone.
Tuttavia la cosa di cui non mi potrò illudere è che i cambiamenti che avranno luogo non saranno mai in grado di bruciare le tappe
della storia; perché la prosperità e la democrazia (pane e dignità) rivendicati dai rivoltosi di questi giorni sono surreali nel senso che non avvengono che dopo un lungo e continuo processo di
crescita e di lente trasformazioni: è una questione di secoli… sono surreali perché tutto è relativo.
« Il successo – scrive Sciences humaines N° 224 di marzo 2011 -, come la ricchezza, essendo sempre relativo, ogni
accesso ad un gradino superiore non può produrre che soddisfazioni provvisorie e frustrazioni relative; che ciò concerni il successo sociale, sportivo, scientifico o artistico.”
Le rivendicazioni di questi rivoltosi sono surreali e chimeriche anche perché esse non si basano su vere necessità dettate da bisogni
reali ed autentici ma dall’illusione che gli fa credere che basterebbero il martirio o il cambiamento degli emblemi di un regime per avere pane e rispetto ed accedere quindi alla democrazia; e
che gli basterebbe che si dicesse di loro che sono democratici per raggiungere il livello di prosperità, di democrazia e di coscienza dei paesi ricchi e endogenicamente
democratici!
Sono endogenicamente democratici perché fuori dei loro paesi (e purtroppo hanno sempre uno zampone fuori cioè: nei paesi
vinti ed alienati del terzo mondo), questi Stati detti civili si comportano da tiranni, da oppressori, da sanguinari, da sanguisughe…!
Comunque, gli autori di queste rivendicazioni non hanno un progetto adatto alla loro condizione ma le immagini di questi paesaggi
alpini puri, di queste strade pulite e belli, di questi visi rosa sorridenti e ben portanti con cui la pubblicità martella loro la coscienza perennemente, giorno e notte ed in ogni modo e
attraverso vari strumenti ed agenti (tv, internet, i turisti, i missionari, le varie O.N.G…)
Gli autori di queste rivendicazioni pensano che una volta Ben Ali, Mubarak o Gheddafi cacciati via, i loro popoli diventino di colpo,
per miracolo, ricchi, sapienti, sani, rispettati e rosa con capelli biondi ed occhi azzurri o verdi!!
Ecco cosa hanno in mente quando parlano di cambiamento: una distorsione completa della realtà! Ed ecco perché le loro imprese e
agitazioni non sono e non possono essere una rivoluzione.
Oddio, ci vuole anche l’illusione e l’utopia per fare il mondo…
I cambiamenti ci saranno quindi – speriamo che siano nel senso giusto – ma non di sicuro saranno tali da propulsare quei popoli dal
giorno all’indomani nell’olimpo dei paesi della ricchezza, della democrazia, della potenza e degli occhi azzurri e verdi… per questo, bisogna correre ancora.
No! Non ancora: a jack is a jack, a king is a king.
“Ma - dice il giornalista Kharroubi Habib del Quotidien d’Oran 02 marzo 2011- ci sono anche l’America e l’Occidente i quali l’avvento
della democrazia nel mondo arabo non entusiasma oltremodo, malgrado le loro dichiarazioni di principio che fa credere alla loro soddisfazione di vedere questa regione sconvolta dalle
rivendicazioni che vanno in questo senso.”
Il consigliere di Obama per le questioni del MOEAN, Ross, in un’intervista, qualche settimana fa, riconosce in qualche modo lo zampone
dell’America nell’agitare e favorire questi eventi: “Seguivamo con molta attenzione, da tempo, le sfide nei nostri confronti nella zone. E operativamente in agosto 2010 Obama ha firmato una
direttiva che ci ordina di fare degli studi governativi circa le riforme politiche nel Medio - oriente e nel Nord-Africa . E allora durante mesi e mesi facevamo riunioni settimanali per dibattere
le questioni delle riforme politiche in quei paesi…” Il quotidiano arabo El-Hayat 03-03-11
Lo stesso articolo spiega il ruolo degli USA: si tratterebbe di mettere dei freni alla macchina repressiva su cui si appoggiavano i
governi, teatro delle recenti rivolte arabe. Perciò i dittatori di quei paesi si sono trovati abbandonati dai loro potenti e quasi naturali sostenitori e fornitori di arme (USA e Europa
occidentale) e sono diventati di fatto vulnerabili ed esposti all’ira dei loro popoli spesso oppressi e frustrati.
Quanto ai generali dell’esercito, loro fanno quelli che hanno il compito di “convincere” i dittatori della necessità di partire. E
infatti è così che quegli scenari si sono svolti in Tunisia e in Egitto e si stanno svolgendo nello Yemen e nella Libia.
Ma perché gli States creano questi caos nei paesi già sciagurati dalle vicissitudini della storia e dalle potenze predatrici?
Secondo me per vari motivi che sono poi alla fin fine esigenze o necessità vitali per la sopravvivenza degli Stati Uniti stessi (in
testa):
la coesione interna fra le centinaia di etnie che compongono i loro abitanti,
la crisi economica,
l’apertura dei mercati internazionali,
l’accesso facilitato ai mercati,
l’assicurarsi una mano d’opera docile e a buon mercato,
l’assicurarsi dei luoghi dove ci si sbarazza con costi minori dei rifiuti nucleari e chimici,
la tratta dei bambini e delle donne,
il traffico di organi umani,
il traffico di armi,
le sperimentazioni delle armi nuove e delle strategie e tecniche nuove di combattimento,
l’egemonia culturale,
l’affermare insomma la supremazia di quella “stirpe” di potenze egoiste, predatrici, neo-colonialiste che sono al servizio del
Capitale e delle multinazionali.
Questi vantaggi non lasciano indifferenti i cittadini di quei paesi: li vedono di buon occhio, con orgoglio, perché anche loro in
qualche modo possono approfittane:
sentirsi fare parte di quelle nazioni forti è gradevole,
oppure avere la possibilità per un pezzente con mezzo stipendio di fare delle vacanze da re,
senza parlare di turismo sessuale dove persone anziane e flosce possono permettersi di nicare con giovani ventenni,
fare dei safari di caccia e recitare Indiana Jones,
procurarsi per le loro collezioni private dei pezzi interi (!) di musei e d’archeologia,
rubare varie opere d’arte…
Si capisce quindi quando una persona dice che gli States e l’Europa dell’ovest non vogliono la democrazia nei paesi del terzo
mondo.
Non vogliono stabilità, non vogliono sviluppo, non vogliono pace, non vogliono lucidità né coscienza storica in quei paesi…
Detto questo, non intendo giustificare la mediocrità politica né discolpare i mediocri politici di quei paesi sciagurati; al contrario
io aborrisco la dittatura e i dittatori di destra o di sinistra, dei paesi del terzo mondo o di quelli del primo mondo indipendentemente dal colore della pelle, dalla cultura, dalla forma e dal
vestito.
Quanto alla dittatura dei paesi detti democratici, essa non si vede perché è applicata prevalentemente alle nazioni deboli.
Sembra che essere dittatore sia (ed è, secondo me) la regola fondatrice della natura umana: chi non è dittatore a casa propria, è
dittatore a casa dei vicini. Altrimenti come potremmo chiamare le crudeltà e l’ingerenza nei paesi altrui?
Segnati dal sistema coloniale e dai suoi nostalgici, segnati dal proprio fallimento di sviluppo, segnati dall’inaudibile umiliazione
di marzo 2003 per opera del regime di Bush, gli arabi non tarderanno a comprendere che i loro governanti sono anch’essi vittime delle macchinazioni del Capitale internazionale e dei suoi diversi
servi (le grandi potenze) e allora là ci sarà una vera presa di coscienza, ci sarà una vera rivoluzione, ci sarà un vero cambiamento…
E allora là l’intox dei mistificatori che ingannano gli alienati si spegnerà da sé.
E allora là gli arabi respireranno aria buona e profumata di libertà e di dignità.
Post scriptum : IN VICTORIA VEL IGNAVIS GLORIARI LICET;…
E la vittoria, cara Stefanie, sarà americana o non sarà. Quanto al popolo libico, esso ritornerà a leccare beatamente
gli stivali dei nuovi padroni…
Il grande giornalista egiziano Hassanein Haikel, che conosceva profondamente il sistema che regge la politica estera degli Stati
Uniti, aveva dimostrato in un suo libro che ogni presidente americano ha e deve avere la sua o le sue guerre; da questo punto di vista Obama non fa eccezione. Eccolo che inaugura anche lui la sua
guerra.
Scommetto che ci prenderà gusto e non si fermerà alla Libia perché bisogna prima di tutto mantenere un nemico esterno, unica strategia
per mantenere coese le popolazioni e etnie degli Stati uniti.
È quello che ha dichiarato Jean Ziegler al quotidiano algerino El Watan du 5-11-10: “Obama ha un linguaggio molto dolce, ma in fondo,
la dottrina americana non si è mossa d’un iota sia per quanto riguarda la Palestina, sia per quanto riguarda l’Afghanistan… la stessa maniera di guardare il mondo! Al Cairo, Obama si è volto
all’insieme dei mussulmani e non ha fatto che confermare, ancora una volta, che lui stesso era chiuso nelle tesi di Huntington sullo scontro delle civiltà.”
In secondo luogo gli USA “devono” cacciare i pericolosi concorrenti cinesi ed indiani che stanno invadendo il mondo arabo e
l’Africa.
Bisogna anche, con quest’onda di caotizzazione, dare da fare per qualche cent’anni ancora agli “oziosi” paesi del Nord-Africa (e non
solo): così quei mercati di mano d’opera, di materie prime, di mercati aperti… saranno proprietà privata degli Stati uniti e dei loro vassalli e vari sub-appaltatori...
E poi queste guerre atroci contro i paesi deboli servono ad appagare la brama perversa della nostra società moderna affamata ed
assetata, sempre di più, di spettacoli di violenza, di crudeltà, di cronache nere e di guerra… spettacoli dal vivo e gratis! Che vogliamo di più?!
La supremazia dei paesi predatori è sempre in vigore anche se è stata sviata per un po’ di tempo dalla scossa bolscevica.
Il petrolio, lo consumano loro con il prezzo che vogliono; e non è certo la tua o la mia intelligenza o resistenza che glielo
impediscono. È da quando lo hanno scoperto che è loro.
Non fanno la guerra per averlo quindi, no. Idem per le basi militari; con Gheddafi o con un altro, l’avrebbero avuta, loro.
Sai perché? Perché hanno la forza (una forza che Cesare stesso non sognava) e quindi il diritto assoluto. Ah la forza, unica
legittimazione delle azioni umane. Forse i collaborazionisti e gli alienati (alleati,sub-appaltatori) facilitano anche un pochino la bisogna...
Gheddafi per loro è un fumo che soffiano con efficacia negli occhi dei vari alienati e collaborazionisti loro malgrado. Essere un
cattivo cittadino è cool, quando si è alienato.
Detto questo, è tutta la Libia che vogliono. E sarà la chiave per tutta la regione… come ieri in Iraq, come nei tempi classici delle
colonizzazioni.
Vendita delle armi
Jeune Afrique 10/03/2011 à 17h:07 di Constance Desloire il X° salone internazionale di difesa (Idex), oraganizzato ad Abou Dhabi, è
stato un grande successo… alcuni Stati potrebbero abbandonare gli armamenti pesanti a favore strumenti (armi) antisommossi. Le compagnie britanniche hanno esposto tutta una gamma di granate
lacrimogene e di pallottole di gomma,…” ecco anche a che cosa serve la guerra.
“Libia – è il titolo del giornale Le monde del 22-03-11 -: gli insorti, in mancanza di armi e di benzina.” Ecco; corra a vendere chi ne ha!
Solo la guerra, ahimè, è una costante della natura umana!!
“Ma la bellezza dei campi (sembravano tanto piccoli!), delle siepi e degli alberi; le villette, le aiuole, le
antiche chiese, le magioni e ogni cosa ben nota; e tutte le delizie di quel viaggio che addensava nel troppo breve giorno d’estate le gioie di tanti lunghi anni nella gioia di riprender contatto
con la patria e con tutte le cose che ce la rendono cara: tutto ciò, né la mia lingua né la mia penna sarebbero sufficienti a descriverlo.” Charles Dickens “America”
Abdelmalek Smari